
C’era una volta il signor Petraçek: piccolo, con una faccia da bambino e i capelli dritti e sottili come li ha uno che è nato nei paesi slavi.
L’ho conosciuto perché a quell’epoca lui fabbricava camicie e io vendevo etichette per i vestiti. Mi ha concesso un appuntamento, ci siamo incontrati nel suo ufficio, abbiamo parlato di etichette e camicie, del mondo che cambia, dei nostri strambi mestieri. Mi ha portato in giro per la fabbrica, per capannoni e capannoni semivuoti. In quegli spazi immensi, uomini intenti a tagliare grandi pezze di cotone e di lino, azzurre e bianche, a righe e a quadri, e donne chine a cucire colletti e maniche e polsini. Al nostro passaggio alzavano la testa per un momento a guardarci, sospettosi e turbati come davanti a un’apparizione. Un tempo, così mi ha raccontato il signor Petraçek, quell’area faceva parte di un grande impero, chiamato Il Blocco Sovietico. I grandi patriarchi del Blocco Sovietico avevano suddiviso l’impero in regioni, e assegnato a ciascuna regione un tipo di attività: a chi la coltivazione delle patate, a chi l’allevamento dei maiali, a chi la fusione dei metalli. Là dove viveva il signor Petraçek, fu deciso che si facessero camicie. Suo padre faceva camicie. I suoi compagni di scuola, finita l’ora di lezione, aiutavano le mamme a cucire le camicie. Il maestro stesso, la sera, stava chino sulla macchina da cucire accanto a sua moglie. La fabbrica del signor Petraçek, che era stata del signor Petraçek padre, aveva un tempo dodicimila operai. Oggi, mille e duecento soltanto. Il grande Blocco Sovietico si era dissolto e oggi ognuno faceva camicie e allevava maiali dove gli pareva.
Quella sera il signor Petraçek mi portò a cena, in un locale seminterrato a cui si accedeva da una stretta scalinata sghemba, tutto ricoperto di legno scuro. Candele ai tavoli, luce giusto sufficiente a non inciampare. Una donna ci portò in silenzio due boccali di birra e uno stufato con cavoli. Tutto era così scuro da apparire nero: nere le scale, nero il legno di tavoli e pareti, nera la carne fumante, nera la birra dolceamara. Solo da un finestrino alto, vicino al tetto, si potevano indovinare vortici chiari di neve che cadeva fitta.
La sala era piccola. Accanto a noi un solo tavolo, dove stavano tre persone. Uno di questi parlava in italiano. Accanto a lui una bella donna, in un abito scollato, nero anch’esso – troppo elegante, ho pensato – traduceva. Un terzo ascoltava impassibile. Di tanto in tanto l’italiano non riusciva a trattenersi, azzardava qualche frase in cattivo inglese, voleva parlare direttamente all’altro. Aveva un ghigno storto, occhi violenti. Trattava la donna come una schiava, una prostituta. La interrompeva per buttar lì qualche frase nel suo inglese così cattivo che solo io, ne ero certo, riuscivo a indovinarne qualcosa per via del fatto che sono italiano. Una volta o due indicò l’interprete ghignando, l’altro però non rise. Forse, chissà, lo era, una prostituta. Mentre pensavo a cosa sarebbe stato più tardi di lei e dell’uomo, in una delle stanze scure di sopra, in quello stesso ristorante che era anche un albergo, il mio sguardo incrociò i suoi occhi stanchi e io subito abbassai la testa vergognandomi. Di lei, di me, dell’italiano, dei miei pensieri, di tutto.
Il signor Petraçek non badava a loro. Fermandosi di tanto in tanto per asciugarsi dalla schiuma gli angoli della bocca col pollice e indice, prese a raccontarmi che ogni anno, la sera dell’ultimo dell’anno, quando gli immensi capannoni erano chiusi per la festa, quando persino gli uomini della sicurezza se ne stavano a casa con le loro mogli e i loro bambini e un calice di birra dolceamara, lui andava da solo e si confezionava una camicia, dall’inizio alla fine. Passava per il magazzino tra le grandi pezze di stoffa, saggiava la consistenza dei tessuti, i colori, i disegni, e prendeva un paio di metri di uno che gli piaceva. Poi andava in un altro capannone a tagliare le pezze a suo piacere e a sua misura: poi in un terzo a cucirle. Poco prima di mezzanotte attaccava l’ultimo bottone. Il primo dell’anno, al risveglio, indossava quella camicia che si era preparato tutto da solo.
Quella birra nera doveva essere forte, poiché mentre ascoltavo non potevo fare a meno di pensare ai fantasmi. Pensavo che il signor Petraçek non era affatto al sicuro, tutto solo nella notte in quei capannoni infiniti, vuoti del vuoto pesante dell’antico piano dei patriarchi del Blocco Sovietico, andato in fumo, che mi avevano dato turbamento e angoscia persino in compagnia e di giorno. Pensavo al fantasma del signor Petraçek padre, che doveva certamente essere lì a scrutarlo mentre tagliava e cuciva; forse soddisfatto del talento del figlio, forse indignato per lo spreco, forse semplicemente, come ogni fantasma, straziato dalla distanza irreparabile che lo teneva segregato dal flusso dei viventi. Pensavo ai fantasmi dei patriarchi stessi, chi morto incantato come un meccanismo rotto durante qualche riunione politica, il sigaro cascato dalla bocca aperta a strinare il tavolo; chi avvelenato da una polverina nella birra versata di nascosto da qualche avversario ambizioso; chi col cuore scoppiato, nel bordello, mentre cavalcava una ragazza. Tutti che lo guardavano irati e minacciosi, per quello spreco indicibile, quel lusso superbo, quella infrazione al grande piano. Ai fantasmi di tutti gli antenati del signor Petraçek, e di tutti i morti di tutti i popoli di quella parte del mondo: di tutti i contadini e gli artigiani e i pellettieri e i pittori e i muratori e i suonatori di violino che avevano lentamente perduto l’arte di cacciare un cervo, farsi un vestito con la sua pelle, costruirsi un riparo, ricavare un flauto da un osso, suonarlo nelle lunghe sere nere d’inverno. Tutti indignati col signor Petraçek poiché voleva tornare al tempo irrimediabilmente cessato in cui una persona sapeva costruire e procurarsi da sola tutto ciò che serviva. Forse pronti a ucciderlo, affinché diventasse un fantasma indignato come loro. Forse anche la donna bella con gli occhi stanchi che traduce, l’italiano volgare, il terzo impassibile non sono quello che sembrano e presto si alzeranno e verranno verso di noi e soltanto guardandoci con occhi come folgori nel buio ci ridurranno in cenere, il signor Petraçek e me che ne condivido la birra nera, e lo stufato, e la prossimità con le camicie e, forse, un momento fatale del destino. Forse è il signor Petraçek il fantasma, e tutti gli altri qui comparse e sicari, e questo è il momento nero che è stato predisposto per la mia fine.
Poi il signor Petraçek notò che avevamo finito le birre e chiese a voce alta qualcosa alla cameriera e tutti nella piccola stanza nera risero, persino la donna bella e lo sconosciuto; risi anch’io, che non capivo, e subito mi pentii, perché non mi piaceva che si notasse che avevo riso di qualcosa che non capivo. Solo l’italiano ghignava da solo, irritato per l’interruzione, e aspettava la ripresa del normale corso delle cose.
