Chiamatemi Issa. Sono nato nel mare. Mia madre aveva accompagnato mio padre a pesca, come di tanto in tanto le piaceva fare. Di solito lo aiutava, districava le reti, sfilava i pesci dalla fiocina che mio padre faceva affiorare e li puliva, gettando le interiora in acqua e attirando gabbiani e fregate che le ingollavano al volo; ma ormai la mia nascita era imminente e sua pancia era così grossa che poteva solo starsene sdraiata nella barca, a sognare di me ad occhi chiusi sotto il sole.
Quel giorno mio padre risalì con un gran ribollire d’acqua: aveva infilzato il pesce più grosso che avesse mai preso, una cernia più lunga di lui, che era un uomo alto. Mamma dimenticò di essere all’ottavo mese, si sporse ad aiutarlo e cadde in acqua. Il mare era più agitato del solito. Ci fu grande confusione: la cernia morente si dibatteva, mia madre soffiava per la sorpresa e il dolore, mio padre la teneva da dietro tra le onde turbolente, io spingevo per uscire. Fu una faccenda veloce: venni fuori come un proiettile nell’acqua, come un polpo che schizza dalla tana. Mio padre tagliò il cordone col coltello d’acciaio che un giorno mi avrebbe regalato e, come un delfino, mi accompagnò in superficie con una gentile spinta. Il sapore salato delle correnti marine è il primo che ho sentito.
Al compimento del mio quinto compleanno me lo regalò quel coltello, assieme a una matita e a un enorme quaderno che, mi disse, era stato il diario di un marinaio. A parte le prime tre pagine, le altre erano tutte bianche, così per lungo tempo lo potei usare.
Passavo le giornate in riva al mare a disegnare i sassi, i granchi, i ricci, le aragoste in muta che uscivano con una pena infinita dallo stretto guscio. Li aprivo col coltello per mangiarli e, prima di consumarli, ne disegnavo l’interno e cercavo di capire il funzionamento. Riempii pagine e pagine e quando tornavo i miei mi baciavano sulla fronte e guardavano quegli schizzi tutti contenti, dicendo l’uno all’altra ma guarda che figlio bravo che abbiamo, ma come disegni bene per la tua età.
Mi ha sempre interessato il funzionamento delle cose. Perché un granchio si appiattisce e perché si solleva. Perché una chela è più grande dell’altra. Cosa mangia, come porta il cibo alla bocca. Come il polpo richiude l’imboccatura della tana con file ordinate di sassolini.
Cosa succede a un pesce fiocinato. Soffre come noi? Sono sicuro di sì. Cento e cento volte mi sono immerso con mio padre, a guardarlo. Conosco il guizzo del pesce, vedo il suo dolore anche se non urla, la scia di sangue mentre si estingue come un fuoco di legna giunto alla fine.
Ho anche visto che molti pesci si liberano dall’arpione e vanno a morire lontano. Ho disegnato quindi un tipo diverso di arpione, una punta dalla quale nessun pesce sarebbe riuscito a sfilarsi. Ho disegnato la punta. Ho schizzato diversi pesci colpiti da questa punta e ho mostrato i disegni a mio padre, che li guardò a lungo in silenzio, e inclinava la testa da una parte, poi la inclinava dall’altra parte, e alla fine disse: “Domani andiamo in città.” E l’indomani davvero mi mise sulla canna della bici e pedalò le diciotto miglia che ci separavano dalla città, che non avevo mai visto, piena di rumore e mercati e di carri e di motociclette rombanti, e cento e cento donne grandi e colorate con cesti sulla testa e bambini che giocano rincorrendosi e cani, cani dappertutto, che rincorrono le biciclette ringhiando, trotterellano afflitti oppure dormono acciambellati a lato della strada.
Arrivammo dal fabbro, uno col sorriso fisso e un mozzicone spento in bocca, e mio padre mi fece segno con gli occhi di aprire il quaderno e fargli vedere il disegno dell’arpione. Il fabbro guardò me, poi il disegno, poi ancora me e disse a mio padre, quanti anni ha il moccioso?
“Cinque”, rispose mio padre e il fabbro rise, chiuse il libro e faceva no con la testa. Non spendere i soldi per i suoi capricci, disse infine il fabbro, ma mio padre lo prese per le braccia e lo fermò con grande serietà.
“Il bambino è sveglio”, disse in un tono di comando. “Ho i soldi, fammi l’arpione.”
Tre mesi dopo, grazie all’arpione nuovo e anche a certe trappole che avevo inventato e costruito, la pesca di mio padre raddoppiò e potè comprare una bella motocicletta verde e un frigorifero e certe mattine, se non aveva voglia di andare a pesca stava a letto, dicendo tanto il mangiare ce l’abbiamo, il frigo è pieno di pesce, e patate, e burro, e pure un pezzetto di carne.
Quando ebbi nove anni mia madre disse: sei un bambino sveglio, sarebbe un peccato non mandarti a scuola. Mi aveva comprato una camicia e dei pantaloni blu scuro, e tutti e tre andammo nel villaggio grande, dove una signora alta e magra che si chiamava Madame Lavoisier insegnava a scrivere e a contare all’ombra di un grande albero. Il villaggio era troppo lontano per poterci andare tutti i giorni, ma la donna acconsentì ad alloggiarmi lì. I miei genitori diedero a Madame un rotolo di soldi e un involto con i miei vestiti; mi baciarono sulla fronte e risalirono sulla motocicletta per tornare a casa, mia madre piangeva molto. Madame Lavoisier mi fece vedere il dormitorio e mi indicò il mio letto. Mi portò un libro e una penna (ricordo che pensai, meno male, dato che la mia matita era ormai così corta che non riuscivo più a tenerla nemmeno sulla punta delle dita). “Tienilo con cura, Issa, questo è il libro che ti insegnerà a leggere. Vedi tutti questi segni? Sono lettere, sono parole. Ti piacerà, vedrai. Ecco, scrivo qui sulla prima pagina il tuo nome, così tutti sapranno che è tuo, vedi? I S S A. Quello che ho scritto è proprio il tuo nome, e un giorno saprai scriverlo anche tu.”
Quella notte non riuscii a dormire. Rimasi a guardare il mio nome scritto sul libro. Quattro segni, di cui due uguali. I-S-S-A.
Cercai altre parole con quei segni nel libro e trovai le parole SAI, e poi SIA. Scorsi le pagine e ne trovai altre: assi, sassi, assai. Ora non restava che decifrare gli altri segni. Non erano molti, forse una ventina. (Sapevo far di conto: quando pescavamo mio padre mi faceva contare e ricontare i pesci pescati per gioco).
Trovai la parola Masai. Ricorreva diverse volte. Per essere certo che il primo segno fosse il suono m, cercai altre parole: mai, mia, ama. Era m, ne ero certo. Poi trovai una storia di pescatori, si capiva dal disegno, dove ricorreva la parola amo. Avevo imparato anche la o.
Andai avanti cosi per tutta la notte e l’indomani mattina, quando noi bambini ci svegliammo e uscimmo in cortile dove c’era un tavolo con latte caldo e pane, ancor prima di mangiare gridai a Madame Lavoisier: “So leggere!”
Lei rise. “Ma che dici sciocchino, mangia.” Allora le lessi quello che c’era scritto sulla lavagna e lei mi guardò a bocca aperta come se avesse visto lo spirito di un morto. Io ci rimasi male, poiché pensavo che le avrebbe fatto piacere, che fosse ciò che voleva che io imparassi a leggere.
“Tu sapevi già leggere, vero, piccolo imbroglione?” Mi disse, e io non seppi cosa rispondere.
Passò qualche tempo e sempre io mi sforzavo di fare il bravo bambino come mi aveva chiesto mamma tra le lacrime, di studiare e comportarmi bene e non far arrabbiare Madame Lavoisier, che però continuava a guardarmi strano. Ero più veloce degli altri bambini, studiavo e apprendevo subito per il desiderio di farla contenta, ma sembrava che più mi impegnassi e più lei mi guardasse strano.
Un giorno si presentò un prete, che sono quegli uomini con le gonne, però sempre nere, un tipo giovane e alto alto anche lui. Madame mi trasse da parte. “Issa, questo è Padre Johnson, stamattina starai con lui.”
Padre Johnson mi portò in una stanza che non avevo mai visto e che chiamò lo studio. Mi fece sedere a un grande tavolo che c’era e lui si sedette all’altro capo e mi fece tante domande. Qualsiasi cosa rispondessi, lui faceva sì con la testa, non aveva mai da ridire. Mi chiese di mostrargli il quaderno dei disegni. Lo esaminò per un tempo lunghissimo, sembrava sbalordito, la bocca gli rimaneva aperta. Forse non ha mai visto un granchio, qui siamo lontani dal mare, i granchi sono strani, pensai. “Non ho mai visto dei disegni così accurati e armoniosi”, mi disse poi. Non sapevo cosa dire. “Chi ti ha insegnato?” Mi strinsi nelle spalle, ai grandi non si sa mai cosa dire e come reagiranno. I granchi, i pesci mi hanno insegnato; ma temevo che la risposta lo avrebbe fatto arrabbiare. Quanti altri disegni aveva visto Padre Johnson? Due, venti? Io già lo sapevo che disegnavo bene per la mia età.
Poi smise di colpo, tirò fuori un libro e mi disse: “Qui ci sono tante domande a cui devi rispondere. A volte devi segnare la risposta giusta fra tante, a volte devi mettere una parola, o un disegnino. Hai due ore di tempo.” E tirò fuori un orologio dalla tasca. “Via.”
Mentre scrivevo rimase nello studio a guardar fuori dalla finestra canticchiando a bocca chiusa. Alla fine delle due ore ritirò il libro, ma io avevo già finito da tempo e per non annoiarmi stavo osservando una mantide a testa in giù sullo stipite che uccideva e divorava un grillo.
Quella sera a cena, Madame Lavoisier e Padre Johnson erano molto seri, e io pensai che dovevo averla combinata grossa. Ero seduto allo stesso lungo tavolo, ma piuttosto distante. Senza darlo a vedere, cercai di concentrarmi il più possibile per sentire qualcosa di quello che dicevano. Sentii il prete che diceva Il bambino ha un quoziente di 220. Quello di Einstein era 160. Non sapevo cosa fosse un quoziente, né chi fosse Einstein, ma non suonava come una cosa buona.
Dopo cena mi chiamarono di nuovo nello studio e mi dissero che sarebbe stato un bene per me trasferirmi, andare a studiare in una scuola della capitale, o addirittura in Europa. Parlarono di una scuola speciale “per i bambini come te”, a Parigi. Ma era costoso. Quanti soldi potevano mettere insieme i miei genitori? Io non lo sapevo, come non sapevo dov’era questa Parigi e come mai stesse succedendo tutto questo trambusto. Mi domandavo cosa avessi fatto per causarlo e se fosse un male.
Padre Johnson mi accompagnò il mattino dopo in motocicletta al villaggio, e io quasi piangevo dalla felicità di poter rivedere i miei. Ma quando, a sera fatta, arrivammo, tutti nel villaggio piangevano e seppellivano morti. Era venuta la sera prima una jeep di mercenari con i mitra e avevano ucciso e razziato, mio padre e mia madre erano tra i morti. Padre Johnson, penso stesse cercando di evitare che io li vedessi, ma ero entrato di corsa in casa prima di lui. Ci fermammo tre giorni. Il padre e io aiutammo a seppellire i cadaveri. Erano, tanti, diciannove. Io scrivevo i nomi con la punta del coltello su delle croci di legno, e ci disegnavo anche un giglio, o una rosa; o una fiocina se il morto era un uomo, e aiutavo a ricoprire di terra le buche.
Sulla strada del ritorno incrociammo la Jeep dei mercenari. Padre Johnson girò subito la moto e partì di corsa ma quelli ci inseguirono sparando. Un proiettile lo colpì alla gola e cademmo a terra. Faceva fatica a parlare, il sangue gli gorgogliava in bocca, ma riuscì a passarmi il suo zaino e a sibilare una parola confusa che però compresi: “Corri!”
Corsi a zigzag nella boscaglia e riuscii a seminare gli uomini che mi inseguivano. Non osai tornare alla scuola, perché è da lì che i militari venivano. Mi diressi verso ovest invece. Camminai e camminai, mangiando quello che trovavo. Nello zaino di Padre Johnson avevo trovato tremila dollari, forse avrei potuto pagarmi con quelli il viaggio verso l’Europa dove volevano mandarmi. Parigi.
E infatti, parlando con questo e con quello, persone buone e persone cattive, avventure buone e avventure cattive, dopo qualche tempo riuscii a imbarcarmi con altri 24. Prima ci portarono in un camion fino a un porto lontano, tre giorni di viaggio. Una volta lì, aspettammo una settimana che il mare si facesse meno agitato.
Una mattina ci fecero partire, anche se le condizioni del mare non erano poi buone. Stavamo stretti, il cibo era poco, il mare agitato, e a me pareva che in quella barca ci fossero molte cattive persone. Tenevo lo zaino addosso, sul davanti, che non potessero portarmi via nulla. E dormivo poco, accanto a una signora che fin dall’inizio mi aveva guardato con occhi che mi ricordavano mamma, e che una notte che piangevo mi aveva accarezzato.
Era dicembre. Io avevo un maglione pesante ma non bastava, la notte avevo freddo. Per dormire stavo abbracciato a quella donna, che tremava anche lei. Una notte dormivamo abbracciati e sentii un rumore. Qualcuno era in piedi davanti a me, e teneva in mano un coltello; il mio, che doveva avermi sfilato dallo zaino. La donna che era accanto a me si stava alzando per fermarlo, costringerlo a ridarmi il coltello. Ma inciampò e cadde in mare. Mi alzai. Un uomo gridò: Lasciatela, non ha speranza. Era una notte buia, senza luna. Mi gettai. Nuotai e nuotai attorno alla barca e alla fine sentii le sue braccia che battevano la superficie, era viva. La spinsi verso la barca. Due uomini si chinarono e riuscirono, con grande sforzo, a tirarla su. Poi cercarono di fare lo stesso con me, ma io ero esausto, mi sentivo mancare, il freddo mi paralizzava, mi allontanavo sempre più. Lo zaino bagnato pesava, come la pancia di mamma quando cadde dalla barca. Non so se fu sogno o realtà, ma vidi il quaderno dei disegni sfilarsi pian piano dal tascone, vidi le sue pagine aperte proprio davanti ai miei occhi. Mentre il sapore salato mi entrava di nuovo in bocca, l’ultima cosa che vidi fu l’inchiostro dei disegni che si disfaceva, le lettere di ogni parola espandersi come piccoli fiori neri che sbocciano, fino a dissolversi in una scia fosca che sembrava il fiotto di sangue di una cernia morente.
