Non so come prendere il messaggio di Constance. Mi hanno offerto un contratto a Napoli!
Lo schermo del telefono è ancora acceso sulla notifica, e io già cammino nervoso come un orso in gabbia, avanti e indietro tra le pareti della stanza d’albergo.
Un contratto. Tra quanto, per quanto tempo?
Sul serio lo prende in considerazione? È una coincidenza che menziona per fare due risate – io italiano con un incarico in Cina, lei cinese chiamata in Italia – o davvero pensa di accettare? O ha già accettato? Sollecita un mio parere, oppure nemmeno è disposta ad ascoltarmi?
Rinuncia a interpretare, mi dico. Lascia passare un giorno o due. Non è domani che ci sentiamo su Skype? Aspettare è saggio, ma intollerabile.
Constance è così: non spiega, usa la vaghezza come un’arma. È una femmina esperta di schermaglie amorose, non scrive una parola di troppo, non lascia sul campo una traccia che potrebbe recarmi vantaggio. Dietro ai suoi gesti morbidi, alle espressioni esotiche che mi deliziano, persino nelle increspature del suo italiano quasi perfetto, sospetto ci sia assoluta intenzione: lo penso per lo scintillio dei suoi occhi obliqui mentre osserva l’esito di un sorriso, di un battere di ciglia. Non posso inviare ora il Whatsapp con la mia domanda che brucia, devo aspettare. Sospiro, lasciando un ovale appannato sul vetro freddo della parete. Qui a Hong Kong il sole è calato, si accendono le prime costellazioni di luci nel fitto di grattacieli che ho davanti. Oggi è il primo giorno dell’anno del Topo, in quei quadratini illuminati ci sono persone che sperano, leggono oroscopi, si domandano come sarà.
Lo sa, Constance, che sono prigioniero qui. Che ho firmato, accettando di rimanere tre mesi ancora – dopo averla consultata. Io sono uno che chiede, che coinvolge nelle decisioni, che parla chiaro. Abbiamo stabilito insieme che il più che generoso bonus ci avrebbe fatto comodo, che per quattordici settimane avremmo potuto resistere ciascuno per conto suo. Ora sono bloccato dal virus che sto analizzando, e nessuno sa se in tre mesi questa faccenda sarà risolta.
Sono pagato per profetizzare: predire il futuro del virus, uccidere il mistero, trasformarlo in noia rassicurante. Non da solo, certo: aggiungo il mio tassello all’oceano di dati generato dalla squadra di ricercatori che occupa tre piani di questo albergo di Kowloon, dal trentaquattresimo al trentaseiesimo. Mi occupo di Contact Tracing, del ricostruire il percorso da pallina impazzita di ogni malato: i suoi itinerari, i contatti con altre palline impazzite che a loro volta sono rimbalzate su altre palline; e così via, sino al punto di perderci la testa e affidarsi ai vertiginosi computi dell’intelligenza artificiale.
Le variabili che prendo in considerazione partono da dati penosamente insufficienti: natura e origine del virus, sua attitudine a propagarsi, numeri ufficiali dei contagiati, interviste ai malati. Ci si aspetta che aiuti a trasmutare queste incertezze in un percorso esatto, in una verità manovrabile da cui si possano prendere decisioni.
Il mio lavoro è anche fingere che queste predizioni siano possibili. Lo comprende bene Constance, pure lei profetessa, di un altro genere. I suoi oracoli sbocciano in forma di campagne pubblicitarie. L’ho vista con le mani tra i corti capelli neri, frustrata per l’assurdità di dover compilare un budget annuale – quanti clienti, quanto denaro per cliente – sapendo come sono incerte le condizioni che porteranno alla conquista di nuovi account, alle decisioni e agli umori di ciascun singolo acquirente. Come possono pensare che queste faccende siano minimamente prevedibili, mi ha detto, aggiungendo parole in cinese in quel tono ventrale che usa a volte, e che mette paura. Eppure i nostri committenti pagano soprattutto per il potere rassicurante di previsioni che plachino l’ansia. L’incertezza è condizione più sincera, ma chi la sopporta?
Il rapporto che invierò stasera sarà vecchio domani. Per allora ne avrò pronto un altro. E il giorno dopo, un altro. Via via meno imprecisi, includendo dati che a oggi non si sono palesati. Ogni rapporto farà scordare la grossolanità del precedente. Ogni nuovo dato sposterà le previsioni, che diventeranno di giorno in giorno meno aleatorie, per farsi certe quando i giochi saranno finiti e non saranno che un riepilogo di eventi passati. Un giorno, sembra strano, questo particolare contagio perderà forza e nessuno ne parlerà più.
Invierò un resoconto tranquillizzante, ma non sono sereno. La notte ho incubi, al mattino il lenzuolo è umido. Con gli occhi spalancati nel buio rivedo e rivedo la donna che è caduta come un sacco vuoto a pochi metri da me, in strada. Qualcosa in me crede più a questa inquietudine che alla fine arte di previsione che ho impiegato così tanto a studiare.
Da ragazzo, per un periodo mi ero messo a leggere le carte agli amici. Era divertente, tiravo su qualche soldo, mi ci compravo le sigarette. Non so bene come funzionasse: parlavo. Stendevo gli arcani maggiori e lasciavo che il flusso di parole uscisse. Non credevo a ciò che dicevo. Ma nemmeno mi sentivo bugiardo, perché quelle non erano idee mie, scaturivano dalle immagini, già complete di una vita propria che non mi riguardava. Talvolta venivo a sapere in seguito dell’esattezza di qualche mia lettura, malgrado il mio non crederci, il non comprendere ciò che io stesso avevo detto. Come quella volta che vaticinai a un amico: “La tua ragazza ha un regalo per te, una sorta di lascito, di eredità. Tu sei riluttante ad accettarlo, ma dovresti.” Un anno dopo lo incontrai al parco con una bambina piccola: era quello, mi disse commosso, il regalo. Grazie per averci persuaso a farla vivere, prendila in braccio, non è bella?
Tra noi ricercatori circolano battute sul nuovo anno, Twentytwenty, che in inglese è come dire dieci decimi di vista. Dicono Twentytwenty puntando due dita agli occhi ad indicare una visione perfetta, per dire ne verremo fuori, ci vedremo chiaro in tempo. Io, che ho sempre avuto undici decimi, vedo quanta ansia ci sia dietro la sicurezza ostentata di queste battute.
Non sono più i giorni semplici delle vacanze nell’isola di Sant’Antioco. Le sere dell’estate sarda sul terrazzo di casa quando mio padre, col mento alzato e gli occhi socchiusi, osservava le cime dei salici, saggiando direzione e intensità del vento per decidere in quale caletta andare a pescare la mattina dopo. “È maestrale”, diceva con la sua cadenza lenta, misurando con lo sguardo i suoi punti di riferimento: i salici, il punto dove il sole è calato, la casa cantoniera in rovina. “Ieri era maestrale, oggi è maestrale: sarà maestrale anche domani. Il maestrale è così, va sempre a giorni dispari. Può soffiare per un giorno solo. Ma se soffia il secondo, allora ci sarà un terzo.” Non mi sono mai sognato di verificare questa teoria, di incrinare l’aura onnisciente di papà. Ma non ricordo una sola volta in cui una sua previsione non fu confermata.
Lui non c’è più, Constance, non mi è riuscito di farti assistere al suo sguardo che risponde sicuro ai segnali del mondo. Qui dal trentaseiesimo piano non si vedono salici oscillare, solo linee immobili di palazzi. La risposta, amica mia, soffia oggi in un vento invisibile, come nell’esagramma Xun dell’I Ching, che significa proprio Vento, ma anche Divinazione.
L’I Ching me lo svela pian piano Constance, assieme al Viaggio in Occidente e agli altri miti cinesi. È una sua idea, raccontarsi l’un l’altro storie prima di dormire, alleviare il peso della distanza tra due ingombranti culture confidandoci il nostro passato profondo: ultimamente, soprattutto le storie che dicono del vizio inutile dell’umanità, il predire, mitigare l’ignoto con messaggi divini. Io le racconto i profeti ambigui che hanno forgiato l’occidente. Della Sibilla cumana, dell’oracolo di Delfi, di Edipo che uccide il padre cercando di evitare di ucciderlo, fino a San Matteo, che nel suo racconto della passione continua a ripetere che la tragedia deve accadere perché tutto si avveri secondo ciò che fu scritto. La stordisco col profumo dell’occidente, con l’esattezza di profezie comprese solo a posteriori.
Lei mi dice delle sfacciate furbizie orientali di un indovino che azzardava accuratissime previsioni: Domani le nuvole si raduneranno a metà mattina; in tarda mattinata ci saranno tuoni; a mezzogiorno inizierà la pioggia; e nel primo pomeriggio finirà, dopo che 3 piedi e 3,48 pollici saranno caduti.
Le sottigliezze dell’I Ching, dell’esagramma che indica Vento. Il Penetrante, il vento, compie progressi graduali, procede passo dopo passo. Mediante il Penetrante si è in grado di ponderare le cose e individuare le trame nascoste. Vento è penetrazione senza dare nell’occhio, far progressi attraverso un’obbedienza flessibile, come il vento che si insinua in ogni cosa. Il Penetrante: buon nome per un virus. O per l’indagatore di trame nascoste che dovrei essere.
Amo pensare che in Constance e in me ci siano due fiumi millenari che dormono stretti a cucchiaio a nostra immagine. Che non siamo noi due soli ad essere attratti l’uno all’altra, ma che portiamo nel nostro abbraccio notturno le miriadi di generazioni prima di noi. Che gli antenati, mentre dormiamo, si tocchino, si abbraccino anche loro, evocati dai labirinti di storie che ci sussurriamo all’orecchio, raccontando a turno con la voce impastata dal sonno fino al momento di svanire, immersi in un buio dal profumo speziato della sua pelle.
Siamo diversi. Io mi agito e grido, lei attende in silenzio il momento di sussurrare una stoccata finale. Anche a tavola si proietta l’ombra lunga delle nostre culture. Lei scopre il caffè nero, io il tè verde. Io mangio pasta tutti i giorni e riso quando ho lo stomaco disturbato; lei, l’esatto contrario. Abbiamo pareri discordanti sulla pasta all’uovo: per me quella della festa, per lei la più dozzinale. Cuciniamo una volta per uno, nel suo appartamentino in cui per tre mesi non potrò entrare e che, chissà, forse anche Constance sta lasciando. Imparo a bere acqua tiepida ai pasti, a bilanciare sapori complessi nel wok. La meraviglio con la mirabile procedura del risotto, con la mia ignoranza del valore medicinale del cibo, di come possa riequilibrare l’eccesso di caldo o di freddo, di umido o di secco. Stai bruciando, sei pieno di fuoco, mi dice con tre dita appoggiate al mio polso, auscultando il ritmo e il timbro incerto del mio cuore. Perché mi fai perdere la testa, le rispondo, e la butto sul divano ridendo e strappandole la maglia.
Credo di amarla per la sua diversità da ciò che conosco, ad esempio per la grazia infinita con cui afferra la piccola tazza laccata con l’immancabile tè verde. Quando gliene verso, batte due colpetti sul tavolo con l’indice e il medio uniti. È per ringraziare, mi ha spiegato. Le due dita ricurve sono un uomo che si inginocchia. L’imperatore Quianlong e un suo ministro, mi racconta, si trovavano in viaggio, e il sovrano volle entrare in una casa, incontrare una famiglia senza che si sapesse chi fosse. Si cominciò a preparare il tè, e l’imperatore stesso prese a versarlo a tutti. Il ministro si sentiva imbarazzato. Avrebbe voluto servire, non essere servito dal sovrano. Ma non poteva protestare, era tenuto a mantenere il segreto. Così si limitò a battere invisibilmente le due dita sul tavolo, per significare mi inginocchio di fronte a te.
Queste cose mi racconta la mia sovrana in incognito, la mia Signora senza corona. Ora Corona non è che il nome di ciò che mi trattiene qui. La immagino a Napoli, tra quei maledetti rubacuori italiani che ti parlano vicino vicino, ti salutano con baci sulle guance, muovono le mani in modo buffo, fanno battute strepitose, raccontano storie più ammalianti delle mie. La vedo, con grande chiarezza, scoprire che non sono poi così unico, solo un italiano qualunque. Ci va o non ci va, a Napoli? Sono al buio. Questo è il terzo giorno di maestrale, dove tutto quello che si sa è nel passato.
Al diavolo. Ora la chiamo. Qualche cosa mi inventerò.
