Da quando posso ricordare, la casa tutta bianca, la veranda col tavolo di vetro, le tre poltroncine in legno dipinto e la tenda martoriata dal vento, sono sempre state così. Tutto è da sempre esattamente come ora: le superfici candite da una luce abbagliante, il cielo senza una nuvola, il riflesso del sole sull’acqua che ferisce gli occhi, il maestrale salato che screpola le labbra, anche se oggi è il 26 dicembre. E così, costante, ricordo il silenzio rotto solo dallo sciabordio tranquillo dell’acqua nella minuscola caletta racchiusa tra due rocce gemelle, due colonne scoscese dove il lentischio si aggrappa tenace. È strano come queste due colline ripide si somiglino, a pensarci. Più che un paesaggio naturale, sembra un copia e incolla frettoloso in Photoshop; oppure un quadro inventato dalla fantasia di un folle. Eppure questa stranezza è il paesaggio che mi è più familiare al mondo.

Sono nato qui? Può sembrare strano, ma non lo so. Com’era quella storia bizzarra che mi raccontava mia madre sul giorno e sulle circostanze della mia nascita? (Nemmeno del giorno era sicura, quella pazza). Quella storia che comprendeva ritardi, uno scambio di persona, un incidente con un morto? Quella dove lei fu raccolta da qualcuno, un passante, tirata fuori da una macchina accartocciata, e le vennero le doglie. La portarono… dove, qui? O a Santa Marinella, all’ospedale? Sembra incredibile, ma non ne sono più sicuro. Del resto, nessuno avrebbe mai potuto mettere la mano sul fuoco sull’accuratezza, e nemmeno sulla veridicità, di nessuna delle storie di mamma.

Sono malato. Ma non è per questo che mi trovo qui. Sono venuto a rifugiarmi perché Luisa mi ha lasciato, credo. Cioè, so che Luisa mi ha lasciato; e credo di essere qui per questo motivo.

Da quanto? Due, tre giorni? Forse di più. I pensieri mi scivolano dalla testa come rivoli d’acqua. Non sono al meglio. Ho un terribile bisogno di riposo. Un po’ la malattia, un po’ questa storia di Luisa.

Socchiudo gli occhi per un momento, ne rievoco i tratti. Le labbra piene, gli occhi neri. È ancora una bella donna. Mi ha detto che un altro non c’è, chissà. Che io non vedo niente, non mi accorgo di niente, non mi interesso a niente. È questo il problema, ha detto. Tutto qui? Ho pensato. Se è davvero così, mi sorprende che preferisca la solitudine – il vuoto, il nulla – allo spartire il suo tempo con me.

Che non vedo niente, è vero. Luisa non è stata la prima a dirlo. Che possa risultare un amante tiepido, lo comprendo. Ma a quelli come me si mettono le corna. Cosa ho di tanto insopportabile da spingere a lasciarmi? Solo perché non solletico la vanità con complimenti e attenzioni?

Non riesco a farmi altre domande. Questa malattia mi rende stanco anche solo a pensare.

Esco, invece, per schiarirmi le idee. Anche la collina che termina a strapiombo sull’acqua è come la ricordo. Qui, sono poche le cose che cambiano.

Che strano. Ricordavo anche case. Villette abbarbicate grigie e bianche, almeno sette, quasi un paese – ma qui intorno non c’è nulla. Niente case, solo rocce e macchia mediterranea, a malapena solcata da un sentiero di capre, con i cardi che si attaccano ai calzoni e pungono a sangue le caviglie.

Mi guardo intorno smarrito. Giro su me stesso un paio di volte. Oltrepasso la cima della collina per vedere se ciò che ricordavo qui non sia invece dall’altra parte, quella che si affaccia sulla valle arida, con poca erba consumata dalle greggi. Nulla nemmeno lì. E poi era qui che le ricordavo, di fronte al mare.

Cammino confuso, rientro in direzione della casa, tenendomi la mano sulla fronte. È una piccola cosa questa faccenda delle villette, ma mi turba.

Sulla veranda mi lascio cadere su una delle sdraio di legno. È fredda e umida. Non mi dispiace, sono grato del contatto reale e solido.

Chiudo gli occhi. Mi aggrappo al suono della risacca, che non mi abbandona mai. Com’è possibile che un paese scompaia? Mi confonderò. Ho girato tutto il mondo, vissuto in decine di case e appartamenti. Sono vecchio abbastanza perché i ricordi si ingarbuglino, i dettagli si mescolino come un mazzo di carte nelle mani di un giocatore. Le case qua non ci sono, questo è certo.

Aspetta: oggi è successo qualcos’altro di altrettanto strano. Cosa, maledizione? Ce l’ho sulla punta della lingua… un’altra cosa è scomparsa. Era stamattina, mi trovavo a letto… Ah, sì! Il telefono.

Non è scomparso, è apparso. Indugiavo sul letto, in dormiveglia, e sento suonare un telefono. Non il mio cellulare, che avevo lasciato scaricare. A dire il vero, l’ho rotto. Scagliato contro al muro in un accesso di rabbia. E chi vuole sentire nessuno, che vadano tutti al diavolo. Un telefono fisso, che in casa – ne sono certo – non c’è mai stato. Mi alzo seguendone il suono, chiedendomi chi mai può avercelo messo, l’apparecchio. Forse, ho pensato, è un cellulare dimenticato con la suoneria che simula un telefono fisso. E l’ho visto, sul tavolino del televisore, quel rettangolino nero che magari fino ad allora avevo preso per un telecomando.

Ho premuto il pulsante di ricezione. Chi può chiamare una casa dove non c’è mai nessuno? Era Luisa. Come mi conosce, ho pensato. Ha capito che mi sarei rifugiato qui. E, subito dopo, ma come può avere questo numero. Poi, ciò che mi diceva mi ha fatto dimenticare queste domande.

Mi ha detto che non può sopportare la mia vicinanza. La mia voce, la mia stanchezza, i miei modi, la mia malattia. Che, soprattutto, non mi importi nulla di lei.

Quando vuole, Luisa sa essere tagliente. Ha detto che il mio modo di essere è malato. Che vivo in un mondo di bugie. Ha cominciato uno dei suoi elenchi di fatti. Quelle liste circostanziate come rapporti di polizia non le ho mai sopportate. Minuziose e penose come un ago che si muove nella carne alla ricerca di una bolla da far scoppiare. Ho chiuso gli occhi, cercando di non ascoltare. Ma era difficile. Ancora nausea. Ho cercato di pensare a qualcosa che amo. Non mi è venuta in mente che l’acqua. Il mare. La quieta, rassicurante vita subacquea. La superficie delle acque vista da sotto. Io, ragazzino, il fucile nuovo fiammante, che imparo a pescare. Che mi abbandono al sussurro dell’acqua.

Si inspira. Si punta la testa in basso e a quel punto si allungano le gambe e si fa ingresso nel mondo di sotto. Si scende qualche metro scandagliando con lo sguardo tutta l’area visibile. Si sta calmi, silenziosi. Si trova subito naturale quel peso nullo, quella resistenza densa, quella luce azzurra, quell’esultanza fredda. Si entra nel tempo rallentato, nell’abbraccio amniotico della vita acquatica. Si torna indietro di milioni di anni. Si ondeggia, si diventa sinuosi come la luce, come le alghe, come tutte le creature marine. Si tiene conto dell’ossigeno che rimane in corpo, degli anfratti che più plausibilmente possono contenere una preda, si guarda dentro. Si mantiene la mente inerte finché da qualche parte della rètina non compare un colore, un movimento. Si valuta la dimensione e la distanza. Si spara veloci. Si corre ad afferrare. Ci si abbandona alla spinta di risalita espirando una scia di bollicine che sta tra noi e la certezza della cattura.

Non è durato molto. Ho riaperto gli occhi che Luisa stava ancora dicendo che sono un bugiardo patologico. Come mamma, ho pensato. Certo che sa come ferirmi. Che inganno me stesso prima degli altri, che vivo in un mondo inventato. Non sapevo cosa rispondere, e questo l’ha fatta infuriare ancora di più. Ha riattaccato piangendo, dicendo: non so cosa mi aspettavo chiamandoti.

Mi sono messo a vagare per la casa. Sono salito, per la prima volta in questa visita, al piano di sopra. La camera di mamma, con i suoi ridicoli poster e soprammobili da vecchia adolescente. Quella dei nonni, antica  e severa, col letto gigantesco dal copriletto grigio. La mia di bambino, che dividevo con mia sorella Ada. Da quanto non ci sentiamo con Ada! L’ultima volta che l’ho vista era ancora col primo marito. Ancora c’è il piccolo teatro di marionette con cui giocavamo – io più di lei: superavo la perfetta Ada – bella, di intelligenza superiore, comportamento impeccabile – in una sola cosa, la fantasia prodigiosa con cui inondavo tutti in spettacoli interminabili a cui costringevo la famiglia le domeniche pomeriggio.

Scendo di nuovo. Magari potrei provare a richiamare Luisa. Per dirle cosa? Non so. Ma forse lei aspetta un gesto. Forse, maldestro come sono, posso ancora operare il miracolo. Forse, basta che chiami, anche in silenzio.

Sul tavolino della tivù il telefono non c’è. Il mio cellulare è fuori uso. Aspetta, dov’ero quando mi ha chiamato? Ma sì, proprio qui. Non mi sono mosso. Forse è tra le pieghe del divano. Infilo le mani, sento briciole e monetine vecchie di decenni. No, nemmeno lì sotto. Vado alla ricerca della presa telefonica – deve essercene una, se il telefono ha suonato. Magari c’è un altro apparecchio. Non trovo nulla. Sembra che un attacco telefonico non ci sia. Eppure…

Cerco di ricordare. Quando ho preso in mano il telefono, era dentro al suo alloggiamento, oppure semplicemente appoggiato sul tavolo? Nel suo alloggiamento, mi pare, con tanto di fili. Ma qui non c’è nulla.

La testa mi gira, i gesti del ricercare il telefono si fanno frenetici, mentre un nuovo pensiero mi attraversa: Mi ha davvero chiamato Luisa? Possibile che la malattia mi stia facendo delirare?

Ragioniamo. Stabiliamo ciò di cui mi posso fidare, cominciamo da lì. Da quanto sono veramente qui? Proprio non ricordo, c’è come una nebbia pesante.

E le case sparite?

Davvero questa casa mi è familiare dall’infanzia? O mi sono inventato pure questo? Fabbricato un finto ricordo?

E Luisa, esiste? E se cerco adesso di stabilirlo, di ricordare gli episodi che mi legano a lei, inventerò dettagli fino a crederci?

È un sogno, questo?

Mi trascino di nuovo sulla sdraio. Stavolta il freddo umido è così intenso che mi dà la nausea. Ho paura ad aprire anche una minuscola fessura tra gli occhi serrati. Se li spalancassi, ancora vedrei la veranda bianca che era qui quando li ho chiusi?

Mi aggrappo a quello che ho. Non ho altro che il tepore del sole sulle mie palpebre chiuse, e lo sciabordio continuo del mare, che pare il sussurro di uno che abbraccia per lenire un dolore, continuando a ripetere Ssssst, Ssssst.

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