1 – Orazio

 

La ditta non ne sa nulla. Ho comunicato la mia assenza con una telefonata nebulosa, senza spiegare troppo, e ho prenotato il volo Fiumicino – Amsterdam – Los Angeles delle 6:10. Lunedì sera sarò di nuovo a casa, nessuno baderà troppo a due giorni intorno al fine settimana. Venerdì, lunedì. Sì, lo so, non si fa. Ma date le circostanze.

È importante, ha detto Ada con gli occhi lucidi. Tu puoi farcela. Tu Los Angeles la conosci.

Dodici ore di volo, un lungo dormiveglia costellato da film d’azione che a casa non guarderei, una parte di me sempre attenta al pacchetto riposto giusto sopra la mia testa. Tentazione di aprirlo, frugarne il contenuto. Un’ora di fila all’immigrazione, nervoso come un ladro anche se non trasporto nulla di illecito. Così almeno credo.

Dopo sei anni ho di nuovo percorso il Sepulveda Boulevard, su una vettura coreana appena nata, seicentoquaranta miglia di vita soltanto, che profuma di pelle nuova riscaldata dal sole e deodorante al pino. Ho inalato il sentore secco dell’Ovest, socchiuso gli occhi alla qualità cristallina dell’aria che in California, chissà perché, regala contorni nettissimi alle palme, agli edifici, alla gente, ai pensieri, a tutto. Penso ai paesaggi indefiniti e soffusi delle mie parti. Si vede da lontano che non sono di qui. Un europeo umido, grigio, brumoso.

Guido piano: Los Angeles non si può che osservarla al passo di un’automobile alla velocità dettata dal gregge. La maggior parte dei negozi e ristoranti che ricordo c’è ancora. Sono felice del caldo desertico di febbraio, del gomito che sporge dal finestrino aperto, mi rallegro insensatamente che Lupita’s Grill e Harry’s Pet Store ci siano ancora, abbiano resistito all’inesorabile sfaldarsi del mondo.

Da queste parti è venerdì mattina. Venerdì, sabato, domenica. Lunedì riparto. Tre giorni appena per trovare Girafuschi e recapitargli il messaggio.

Rallento per cercare uno Starbucks. So che resterò amaramente deluso, ma ho bisogno di un espresso. Vedo l’insegna, svolto, parcheggio. Entro cercando di mascherare uno sbadiglio. La ragazza dalle spalle larghe al banco chiede il mio nome. Orazio, dico, pensando vediamo come lo scriverà.

 

 

2 – Tammy

 

E tu come ti chiami? Sì, lo so, non si fa, ma ho bisogno di cominciare a parlare con la gente. E poi, leggo dalle linee del suo volto che posso azzardare una chiacchierata.

Tammy, dice la barista, indicando la targhetta grigia che ha sul petto con un gesto che vuol dire: potevi anche guardartelo da solo, il mio nome. Sta qua sulla tetta.

Siediti, intanto, Orazio, continua con la sua voce da sergente. Avevo dimenticato che le donne americane possono avere due registri di voce. Uno è quello della ragazza che ho di fronte. Grave, virile, militare, ventrale. Fanno qualcosa col diaframma, spingono certi muscoletti per comunicare quanto sono assertive e che non è il caso di fare i furbi. Sempre meglio dell’altra voce, quel cinguettare di testa che vuol dire: sono allegra, stupida e indifesa, come farò se non ti prendi cura di me.

Il caffè, tristemente adagiato nella vastità del gigantesco bicchiere di carta, è ancora più amaro di quanto ricordassi. Il nome scritto a pennarello è Horatio: vicino abbastanza. Non male, Tammy dalle spalle larghe. Rimango seduto nella poltrona davanti alla vetrina ad aspettare che la caffeina cominci ad agire, guardando distratto gli edifici fantasiosi ed ecletticamente sconnessi di Hermosa Beach, il sorprendente rigoglio di vegetazione di questo deserto irrigato, i personaggi pietrificati in sorrisi informali e avidi: di sole, di vita, di divertimento, di opportunità, la pelle misuratamente scoperta di bionde abbronzate, identiche nei cinici gesti frettolosi.

Apro davanti a me i fogli spiegazzati, la lista tirata giù da Google, Pizzerie a Los Angeles. Centinaia di nomi. Non posso girarle tutte una ad una, non ne ho il tempo. Devo restringere il campo. Facebook, LinkedIn, Tripadvisor, Yelp li ho già provati: niente. Ho solo quello che mi ha detto Ada. Girafuschi dovrebbe stare da qualche parte nella South Bay, la zona costiera di Los Angeles che sta a sud dell’aeroporto. Non ho un indirizzo, solo indicazioni sommarie. Dice che ha messo su una pizzeria, ma nemmeno questo è certo. Comincerò proprio qui, a Hermosa Beach.

Mi alzo. Pizzerie qua vicino, ce ne sono? Chiedo alla barista.

C’è Domino’s qui di fronte, mi fa.

No, una pizza buona, protesto. Se Girafuschi ha messo su un ristorante, avrà serbato qualche traccia italiana, penso.

Lei si stringe nelle larghe spalle, serra le labbra in una smorfia di rassegnata logica. La pizza è pizza, dice. Faccio per uscire. Peccato che Ada non abbia saputo dirmi di più.

“C’è Sorrento Pizza a un miglio da qui, giù a Redondo”. Mi grida mentre sono quasi fuori.

“Grazie, Tammy”.

“Anytime”.

Comincerò da lì.

 

 

 

3 – Anutra

 

Parcheggio davanti a Sorrento Pizza, un buchetto serrato tra un negozio di liquori e un Thai Massage dalla cui porta aperta si spande una nuvola di incenso che mi dà il capogiro. La pizzeria è chiusa. Provo a raggiungere la parte posteriore dell’edificio, per vedere se l’ingresso della cucina è aperto.

Anche la porta sul retro è chiusa. Mentre mi avvicino a sentire se ci sono rumori, una voce mi chiama.

Sir, Sir, ripete. Signore!

Mi volto. Seduta sulla soglia del Thai Massage, una minuta orientale. Pizzeria, chiusa, annuncia con un fortissimo accento. Tra un’ora apre. Vuoi intanto un massaggio?

Non posso, mento (Sì, lo so, non si fa. Lo potrei, lo dovrei alle mie ossa rattrappite in volo). Devo consegnare qualcosa, ho fretta.

Mi sorride senza muoversi. Mi chiamo Anutra. Inclina la testa, rimane ad osservarmi un paio di secondi. Hai l’aria stanca. Un massaggio ti farà bene, dice tranquilla, invitandomi ad entrare con un grazioso gesto della mano.

“Grazie, Anutra. Un’altra volta”. Faccio per andare, poi mi viene in mente una cosa. “Senti, posso chiederti un favore? Quando viene l’uomo della pizza, gli chiedi di chiamarmi a questo numero?”

Lo scrivo sul retro dello scontrino dello Starbucks e glielo consegno. È il prepagato che ho comprato all’aeroporto.

Sorride e china la testa. Sì. Miles, il pizza-man. Quando arriva gli chiedo di chiamarti a questo numero, ripete pari pari, il biglietto tra le mani giunte. Ti aspetto più tardi per il massaggio.

 

 

4 – Miles

 

Girafuschi di nome fa Vincenzo. Questo, almeno, lo so.

Nella South Bay ci sono un Vince’s pizza, a Torrance, e un Vincenzo’s Grotto, a Palos Verdes. Comincio da Vince’s pizza.

Anche questo è minuscolo. Pizzeria al taglio, con un’insegna che dice VINCE’S NEW YORK PIZZA. Non mi dà grandi speranze. Ma è aperto. Parcheggio ed entro. Un giovanotto robusto in canottiera sta pulendo i tavoli.

Salve, dico subito senza presentarmi. Lo so che non si fa, ma ho fretta, sto diventando impaziente, non ho speranza che questo sia il posto. Sto cercando Vince.

Si interrompe, guardandomi accigliato. Qui non c’è nessun Vince. È solo un nome sull’insegna. Il padrone qui si chiama Luis.

Come pensavo. Saluto con un gesto della mano e prendo la direzione di Palos Verdes.

Appena svoltato su PV Drive, davanti a una magnifica vista sul mare, sento suonare il telefono. Accosto. Onde infuriate si infrangono sugli scogli, l’odore dell’acqua salata. Non può essere che il pizza-man di Redondo, nessun altro ha questo numero.

“Sono Miles. Anutra mi ha detto di chiamarti”.

“Sì, grazie. Mi chiamo Orazio. Sto cercando un Vince. Vince Girafuschi”.

“Non conosco nessun Vince. Perché lo cerchi da me?”

“È un pizzaiolo”, dico.

“Qui a Redondo Beach?”

“Non ne sono sicuro. Nella South Bay”.

Ride. “Nella South Bay di pizzaioli ce ne sono tanti”.

“Già”, rispondo, e faccio per mettere giù.

“Aspetta”, dice. “Il tuo accento”.

“Che c’è col mio accento”, rispondo spazientito.

“Sei italiano?”

“Sì”.

“E anche questo Vince è italiano?”

“Sì”.

“Allora è facile che usi mozzarella di bufala”.

Attendo, non capisco.

“Sì, qui gli italiani ci mettono tutti la mozzarella di bufala nella pizza. Io quella roba non la compro, costa il doppio e non mi piace neanche”.

“Già”, rispondo, cercando di mantenermi paziente. Sento che il tempo sta scorrendo via, e io che sono sempre al punto di partenza. Ancora non vedo dove vuole andare a parare.

“Alcuni la importano dall’Italia, ma altri la comprano qui. Nella California del sud c’è un produttore solo di mozzarella di bufala. Aspetta, ti dò l’indirizzo. Magari lo conosce, sto Vince”.

Mi metto a scrivere. Mi scappa un sorriso. Forse il campo comincia a restringersi, penso.

Risalgo in macchina serrando in mano il foglio con l’indirizzo della ‘The Real Mozzarella Inc.’ Miles non ha trovato un numero di telefono. Guardo su Google dal cellulare, nemmeno lì c’è niente. Questo dovrà bastare. Inserisco i dati nel navigatore. Maledizione, è lontano, vicino a Fresno. Ci vorranno quattro ore. Prendo un panino da mangiare in macchina, una bottiglia d’acqua, e parto.

 

 

5 – Grace

 

Arrivo dalle parti di Fresno che sono le otto passate. Mancano ancora 47 miglia all’indirizzo impostato. Improbabile che The Real Mozzarella sia ancora aperto. Passo davanti a un albergo che ha l’aria di avere un ristorante decente. Decido di fermarmi a dormire in città.

Nella lobby c’è un gran viavai. La ragazza alla reception (Grace, dichiara la targhetta), mi accoglie con un ampio sorriso americano e si scusa, ma questo fine settimana capita un convegno di apicultori, è rimasta giusto una singola con Queen Bed che il destino ha tenuto per me. Anche lei è una di quelle col registro marziale di voce. Si muove decisa, trasuda efficienza. Disbriga il check-in in una questione di secondi.

“Una chiave o due?” Chiede.

“Sono solo”.

Canticchia a labbra chiuse, una melodia che non conosco, mentre magnetizza la targhetta elettronica.

“Facciamo una cosa”, dice con un sorriso. “Te ne do due. La notte è ancora giovane”.

Mi avvio verso il ristorante sperando che abbiano qualcosa di leggero, magari un brodino.

 

 

6 – Minnie

 

Nonostante la stanchezza, grazie al jet lag ho dormito poco, mi sono svegliato più volte, passando parecchio tempo a fissare il soffitto mentre la notte rimaneva a lungo molto giovane.

Indugio almeno venti minuti sotto al getto caldo della doccia. Alla fine trovo la forza di infilarmi in una camicia pulita e di scendere al ristorante per due uova e tanto caffè.

Grace è di nuovo alla reception. Mi guarda con occhi socchiusi e un sorriso che vuol dire: come, ancora solo?

Rispondo con un Eh, che ci vuoi fare, va così, delle mani.

Alle dieci sono davanti al cancello della The Real Mozzarella. Una donna delle pulizie mi parla in spagnolo. Cerrado! Mi dice dal portone. Durante el fine semina aqui esta cerrado.

Maledizione, ho perso il conto dei giorni. Oggi è sabato. Avrei dovuto passare ieri, anche se tardi. Ma non c’è proprio nessuno? Provo a chiedere scandendo le parole. La donna stringe le labbra, poi mi indica qualcosa di lontano, una scura macchia indistinta in mezzo alla campagna. Risalgo in macchina e mi avvicino.

È una mandria di bufali. Un ragazzo messicano, giovanissimo, i neri occhi splendenti, sta aprendo i rubinetti di un abbeveratoio. Ci salutiamo, mi accosto.

Gli spiego che cerco il telefono di un loro cliente. Scuote la testa. Qui abbiamo solo i water-buffaloes, dice. La contabilità, i libri, li tiene l’italiano.

E dove sta l’italiano?

Renato? Abita a Hermosa Beach. E mi dà a memoria il suo telefono, che annoto in fretta sul dorso della mano.

Miseria, penso mentre scrivo, mi tocca tornare al punto esatto dove ho cominciato. E adesso il tempo stringe sul serio.

Un bufalo si avvicina, sembra voler sbirciare l’inchiostro fresco dell’appunto sulla mia pelle. Istintivamente mi faccio indietro.

“Tranquillo, è solo curiosa. Sono molto intelligenti, sai? Gli piaci. Si chiama Minnie. È una bellezza, no? Dai, grattale un po’ la testa. Non nelle orecchie, però. Non si fa”.

Allungo la mano. Nelle orecchie non si fa, lo so. La mia gatta è uguale.

 

 

7 – Renato

 

Di nuovo sulla Highway 5 verso Los Angeles. Provo a chiamare il cellulare di Renato, più volte, ma non risponde. Ecco uno che si sta godendo il weekend.

Tornato al punto di partenza. Hermosa Beach, patria delle bariste dalle spalle larghe. Alle 19:30 trovo l’appartamento di Renato. Sbircio dalle finestre, nessun segno di vita all’interno. Provo il campanello. Nessuna risposta.

È ora di trovare qualcosa da mangiare. Non oso allontanarmi, non si sa mai che Renato rientri proprio ora. Percorro a piedi i trecento metri che mi separano da un ristorantino. Mediterraneo, si chiama. Siedo fuori, si vede il mare. E anche la casa di Renato. Ai tavoli, soltanto un altro cliente intento a divorare un panino.

Ordino una birra e tento il numero un’ultima volta. Dà libero. Non sente, o non vuole rispondere.

Nello stesso momento noto che in corrispondenza della mia chiamata, il cellulare del vicino di tavolo sta suonando. Quello lo prende in mano, studia lo schermo, infine decide di non rispondere, lasciandolo ricadere sul tavolo con una smorfia infastidita.

Non ci posso credere. Afferro la mia birra e mi avvicino al suo tavolo.

“Renato?”

Mi guarda muto per un po’. Poi dice “Non ho tempo”. Lo ignoro e siedo di fronte a lui. Non si fa, lo so.

“È due giorni che ti cerco”, dico.

“Non ho tempo davvero”, mi ripete, stavolta in italiano, con una voce roca, appena udibile. Andiamo, penso, sei qui che ti mangi un panino, ce l’avrai un minuto per me.

“Sto morendo”, sussurra. “Ho qualche giorno di vita. Dice che non arrivo alla prossima settimana. Non mangio da quattro giorni, mi stanno alimentando col sondino”.

Le occhiaie da malato, due voragini nere attorno agli occhi, le ha. Ma non posso fare a meno di fissare il robusto sandwich che tiene in mano e proprio ora addenta.

“Ah, questo. Sono scappato”. Mi dice con la bocca piena. “Prima di morire volevo un panino con la mozzarella. Qui hanno la nostra. Non voglio crepare in quell’ospedale del cazzo che ogni volta che ti rimboccano le lenzuola sono 500 dollari di fattura”.

Dopo una sorsata alla bottiglia di birra, continua con la sua voce stanca: “Dai, ormai che sei qui, dimmi. Cosa vuoi?”

“Solo un numero di telefono”, faccio. E gli racconto.

Comincia a scorrere la rubrica, e intanto dice: “Girafuschi, sì, il nome mi dice qualcosa. Potrei… Eccolo. Vince Girafuschi. Ah, già, me lo ricordo. Uno bravo, che paga sempre puntuale. Dammi l’email che ti giro il contatto.”

Per un momento appare energico, sano, curioso, divertito. Come se non dovesse morire giovedì prossimo. Tutti così, siamo, penso. Ci muoviamo e ridiamo e danziamo mentre il colpetto finale sta in agguato. Solo che lui lo sa.

“Ma a te”, continua, “Chi te lo fa fare di correre su e giù per la California a fare queste ricerche?”

“Ada”, dico. “Ada”. E gli stringo le mani nel salutarlo, un po’ per dire grazie, e un po’ per dire mi dispiace che tra poco muori. E mi allontano verso la macchina e a cercare un albergo e a prepararmi per domani che mi sa che incontro davvero Vince Girafuschi.

“La prossima volta lasciali stare, i morti. Non si fa”, dice lui, mentre mi sono già incamminato.

 

 

8 – Ada

 

Ada l’ho conosciuta anni fa tra un volo e l’altro, nella lobby di un hotel a Fiumicino. Eravamo entrambi impegnati in viaggi complicati: se volevamo incontrarci, quella era l’unica possibilità.

Lavoravo negli USA, nel campo delle Risorse Umane, e lì ho conosciuto Xavi, uno che ha una società di consulenza che riorganizza aziende. Un genio, un egocentrico, un pazzo, ma anche uno che paga bene. Mi chiese di trovargli del personale, dodici impiegati per far scaturire dal nulla la nuova sede californiana, e fu molto soddisfatto di ciò che gli trovai. Da allora, benché io non lavori più in questo settore, quando deve assumere qualcuno, Xavi si rivolge sempre a me. Mi fido che ti fidi del tuo istinto, dice sempre. È vero. Ho un approccio fisiognomico alle risorse umane. Mi avvalgo delle linee del volto più che dei curriculum.

Ada era una dei candidati. La migliore, sulla carta.

Appena la vidi attraversare la lobby venendomi incontro, le linee del suo volto mi colpirono come una mattonata in faccia. Bella. Ma non soltanto bella. Non riesco a descriverla senza che suoni eccessivamente drammatico, ma prima ancora che si sedesse avvertii la bolla di sofferenza e mistero che la avvolgeva. Avevo poi la sensazione di ritrovare in lei qualcosa di profondamente familiare. Come rivedere un amore conosciuto molto tempo fa e da allora perduto, come precipitare in sogno in un episodio dimenticato dell’infanzia. Mi era impossibile credere che non l’avessi già conosciuta, che quelle fossero le prime parole che ci scambiavamo.

Il colloquio di lavoro fu a dir poco insolito. Lei ombrosa, troppo silenziosa, non faceva nulla per mettersi nella luce migliore. Spesso rispondeva a monosillabi, con scarti nervosi come di cavallo, lasciandomi con la sensazione di provocarle un fastidio tangibile, insostenibile.

Io, da parte mia, avevo dimenticato tutto il mio sapere su come si estraggono informazioni da un candidato e quasi mi limitavo ad osservarla avidamente. Minuta. Capelli castani, lisci, sottili, dimessi. Nessuno sforzo visibile per esaltare la sua bellezza naturale. Comodi abiti da viaggio. Soltanto gli occhi, furiosamente inquieti, lasciavano intravvedere qualcosa delle tempeste che certamente la agitavano.

Tempo dopo Ada mi disse che in quel primo incontro le strinsi le mani tra le mie. Sì, lo so, non si fa. Non a un primo incontro. Non in un colloquio di lavoro.

Io non lo ricordo. Ma è possibile. Ricordo che sentii immediatamente il prepotente desiderio di proteggerla, senza sapere da cosa, questo sì. Tanto ero ipnotizzato dalla sua aura. Lei credette lo facessi con tutte, che fossi il tipico galletto italiano. E questo la rese ancora più elusiva e sfuggente. E allora volli davvero proteggerla a tutti i costi.

Il giorno successivo, ancora non sapevo cosa dire a Xavi.

“Cosa c’è che non va? Non ti ho mai sentito dubbioso su un candidato prima d’ora”. Così mi disse al telefono. “È sempre stato: sì, prendila, oppure no, non prenderla. La devo assumere o no questa Ada?”

“Prendila”, dissi dopo qualche secondo, rendendomi conto che per la prima volta un mio parere professionale era sporcato, anzi dettato, dalla sola speranza di rivederla. Lo so, lo so. Non si fa.

 

 

9 – L’altra Ada

 

L’ho rivista, infatti, un anno dopo. Con Xavi aveva evidentemente fatto carriera. Era un’altra. L’abito. L’aspetto determinato di chi ha competenza, intelligenza e potere. Il braccialetto dall’aria terribilmente costosa. Gli occhi soltanto, rimanevano quelli di sempre: neri, inquieti, affacciati su un abisso invisibile. Non so cosa me lo fece capire, ma fui subito certo che ora lei e Xavi stessero insieme.

Aveva un incarico per me: aiutarla nell’apertura di una nuova sede nel Nord Europa. Si parlava di Copenhagen. Avremmo dovuto stare in loco per qualche settimana. Passare parecchio tempo assieme. E forse avrei potuto aiutarla, disse, e mi sembrò che avesse lacrime agli occhi. Aiutarla in modo personale; era un momento terribile della sua vita.

Ricordo che per un attimo vidi chiaramente la situazione: innamorato senza speranza di una donna, a cui non oso dichiararmi per convinzione che sia legata a un altro. Cosa mi tratteneva dal parlarle? La certezza che in quel momento l’avrei perduta. Ora mi veniva offerta l’opportunità di passare tempo con lei, al prezzo di mantenere una barriera platonica, guadagnando un rispetto affettuoso, incompatibile con la passione.

Allora? Ricordo che chiese, con un tono di imperiosa urgenza, brillando di energia contenuta come una supernova. Quello fu il primo di molti Allora?

Verrai? Mi aiuterai?

Non si fa, lo so. Ma accettai senza pensare.

 

 

10 – Mariella

 

Le nove di mattina. Sono in un caffè davanti al molo. Poca gente, cani felici che si contendono un ramo tuffandosi nella spuma delle onde. Una domenica tranquilla. Stanotte ho dormito. Un po’. Aspetto che vengano le nove. Poi, finalmente chiamo il numero di Girafuschi.

Questo risponde subito. Sento uno Yes pronunciato con un accento inconfondibile. Attacco in italiano:

“Vince Girafuschi?”

“Sì”.

“Mi chiamo Orazio. Sono qui a Redondo. Vengo dall’Italia”.

“Ci conosciamo?”

“Ho un pacchetto per lei”.

Silenzio.

“Da Ada”.

Ancora silenzio. Poi: “Non mi interessa”.

“Non vuole sapere cos’è?”

“No”.

“Andiamo, non vuole un regalo?”

Improvvisamente mi sento come l’imbonitore di un call center. In silenzio maledico Ada che mi ha cacciato in questa situazione. Chiedo solo di portargli il dannato pacco e finirla lì.

“Ada non regala niente a nessuno”, prosegue con un sospiro. “Va bene, me lo porti. Sarà più utile a lei che a me”.

Mi dà l’indirizzo del suo ristorante. Mariella’s, a Culver City.

Non è nella South Bay. Non risulta come pizzeria. Tutte le mie informazioni erano sbagliate.

“Venga a cena da noi. Sul tardi, così possiamo parlare. Alle nove va bene?”

 

 

11 – Vincenzo

 

Trovo facilmente il ristorante. Il locale è sobrio e accogliente. Nell’arredo, nessuna traccia della chincaglieria italiana che da queste parti è spesso inevitabile. Il bar è pieno, ma ai tavoli pochi clienti, è tardi. Chiedo del signor Vince a un cameriere che annuisce, è stato evidentemente istruito sulla mia presenza, mi fa segno di aspettare al bar. Un prosecco? Chiede in un ardimentoso italiano. Un prosecco.

Il tempo di un sorso e si avvicina uno che non può che essere Vincenzo. Si muove da padrone, mi punta.

Ma è diverso da come me lo aspettavo. Piuttosto basso. Corti capelli neri. Tranquillo. Benché sia chiaro che è il capo (prima di raggiungermi lo intercettano diversi camerieri con domande sussurrate a cui risponde con cenni della testa, due sì e un no), è come se si muovesse cercando di rimanere invisibile. Mi ricorda un pesce di fondale che ondeggia lento mimetizzandosi con rocce e alghe.

“E così mi ha trovato”, esordisce stringendomi la mano. “Si vede che non mi sono nascosto bene come credevo”.

Osservo l’arredo discreto, le luci basse, la strada defilata, penso al suo modo di muoversi. Sì. Questo, benché aperto al pubblico, è un nascondiglio e un rifugio.

Sediamo, Vince ordina per tutti e due. Le piace il pesce? Mi chiede, dandomi del lei con un tono informale e tranquillo che di nuovo mi stupisce. Poi si rivolge a a uno dei camerieri: “Federico, portaci intanto una bottiglia di prosecco e una focaccia. Poi un po’ di pesce ai ferri”.

Mi osserva a lungo prima di continuare a parlare. Un silenzio senza imbarazzo.

“Allora? Cosa le ha detto Ada di me?” Domanda alla fine.

“Pensa che lei sia un uomo cattivo”, rispondo. Un uomo cattivo. Questo è tutto quello che mi ha detto Ada di lui. Leggo dalle linee del suo volto che posso parlare così. Forse parlare schietto mi aiuterà a capire. Mi rendo conto che questo è il vero motivo per cui ho accettato di lanciarmi dall’altra parte dell’oceano: la speranza di capire.

“Difficile difendersi da un’accusa simile, non è vero? Qualsiasi cosa dica, lei crederà sempre di più a Ada”.

“Mi metta alla prova. Non è detto. Perché lo pensa?”

“È riuscita a farla venire fin qua. Incredibile come ci si sente in dovere di aiutarla e proteggerla, no?”

Arriva un piatto con focaccia fumante tagliata a pezzi irregolari. Vince mi fa cenno di prenderne, e poi ne afferra una losanga anche lui. Addento la crosta calda e sapida, comincia a raccontare.

“Non so se sono un uomo cattivo”, attacca, senza dimenticare di assaporare il vino da proprietario, controllandone la qualità e concludendo con un veloce cenno di assenso rivolto a se stesso. “So di essere uno con cui non è facile stare. Sempre stato un irrequieto, e un eccentrico. Non uno di quelli che vogliono farsi credere diversi. Io mi sarei fatto passare per un tranquillo quieto uomo normale, se solo avessi potuto”.

“Ho viaggiato tanto. Iniziato e interrotto progetti. Ho fatto del male. Per incapacità, per cecità. Ma non ho mai cercato di mostrarmi diverso da quello che sono. Ada mi chiedeva quello che non posso dare, cercava quello che non posso essere: un uomo che le desse riposo”.

Non commento. Temo che una mia domanda possa interrompere il flusso del suo racconto. Mi mostro empatico, lascio parlare. Così faccio nei colloqui di lavoro.

“Ada l’ha conosciuta anche lei, quindi capirà. Una bambina viziata. Non ha mai saputo vivere se non seducendo. Ci siamo messi insieme subito, appena incontrati. Mi è bastata una manciata di secondi per innamorarmi. Si sente il bisogno di proteggerla, non è vero? Si pensa subito che sia circondata da persone – uomini – che vogliono farle del male. Poi, col tempo, si vede più chiaramente“.

Annuisco, con troppa veemenza. Si capisce fin troppo che con me è stato lo stesso.

“Siamo rimasti insieme sei mesi soltanto. Ma è stato… intenso. Era come circondata da ombre. Ombre degli amanti passati, ombre degli amanti a venire. Ombre di tragedie imminenti che la minacciavano, ma di cui non potevo sapere nulla”.

È vero, penso. Per quanto mi consideri legato a lei, per quanto voglia aiutarla e proteggerla, non so nulla di Ada. Vince mi guarda, sembra accorgersi dei miei processi mentali. Annuisce.

È il momento della consegna. Estraggo il pacchetto dallo zaino, lo spingo sul tavolo davanti a Vince.

Strappa via la carta senza cerimonie. È un piccolo libro, proprio come sembrava. “L’Amleto”, dice Vince soppesandolo. “Che strano, ho guardato la versione cinematografica con Richard Burton proprio ieri sera, su Netflix”. Mentre lo sfoglia, posso vedere che all’interno non c’è la lettera che ero certo di trovare. Niente, nemmeno un foglietto.

Non c’è messaggio, sussurro tra me e me.

“Chi l’ha detto che non c’è? Ecco”, dice. Mi mostra una pagina con una frase sottolineata leggera, a matita. Mi porge il libretto. Leggo ad alta voce.

Mostrami un uomo che non sia schiavo delle passioni – recito lentamente – e me lo porterò chiuso nell’intimo del cuore, nel cuore del mio cuore, come ora te.

Non capisco, faccio. Il messaggio non può essere questo. Mi domando come mai Ada mi abbia chiesto di portarglielo. Qui non c’è nulla di personale.

Vincenzo intanto sta sfogliando il libretto. Il messaggio non è questo libricino. Il messaggio è lei, dice senza alzare gli occhi da quelle pagine.

Lo guardo senza comprendere.

“Ada è riuscita a metterci uno di fronte all’altro. Con questo testo sottolineato mi vuole far capire che io sono troppo schiavo delle passioni. E, inoltre, di aver trovato un vero uomo: lei”.

“Io?”, domando incredulo.

“Certo”, fa lui. “Questo è il discorso di Amleto a Orazio. Orazio, no? Il mio opposto: tranquillo, affidabile, equilibrato, fedele”.

Sono disorientato. Io l’Amleto l’ho letto in inglese. Non mi è mai venuto in mente di collegare ‘Horace’ al mio nome, quella storia poco verosimile alla mia vita, Ada a un’amante del teatro e dei messaggi criptici.

Vincenzo ha occhi che ridono. Un’aria da Te l’avevo detto.

“Dica, cosa ha pensato quando Ada le ha chiesto di portarmi il pacchetto?”

“Pensato?” Rispondo scuotendo la testa. “Che qualcuno in America avesse un disperato bisogno del suo contenuto. Oppure che fosse un gesto di conciliazione con una persona che amava e con cui aveva avuto un litigio”.

“E invece, come vede, il disperato bisogno lo aveva solo Ada. Io non ci guadagno niente, lei giusto un poco di conoscenza”.

“Ci ha messo insieme. Ha voluto mostrarmi l’uomo perfetto”.

“Ma io”, dico. “Con Ada… non stiamo insieme”.

“Sicuro”, mi interrompe trionfante, mentre versa nuovo vino a entrambi. “Si sa che il mansueto, mi perdoni, non scopa. È questo che la rende perfetto”. E lì capisco. Perfetto, già, a condizione di limitarmi ad adorarla a distanza, non contaminarmi di desiderio per lei.

È vero. Con Ada ho imparato a fingere. Poiché lei era invariabilmente pervasa da una perenne agitazione, mi sforzavo di mostrarmi il più quieto e stabile possibile, nonostante fossi io stesso in un delirio di innamoramento, che lei sapientemente alimentava e amministrava.

Il mio stare quieto aveva un potere lenitivo su Ada. La tranquillizzavo, ed ero orgoglioso di rappacificarla. Ero scivolato in un ruolo di confidente che aveva ben poco di attraente. Ero amato – a condizione di fingere di non avere passioni. Ero consapevole e aggiornato sui tre o quattro maschi coi quali ad ogni momento aveva in corso qualche schermaglia amorosa. Me ne parlava.

Un giorno, a Copenhagen, andammo a cena insieme, come facevamo spesso. Quando arrivai, Ada beveva qualcosa, in piedi. Aspettiamo, mi disse, pensai il tavolo non fosse pronto, quando mi indicò un uomo che si avvicinava. Poi dimmi cosa ne pensi, disse. Mi vuole. È sposato. Non so.

Aveva invitato anche lui. Una cena a tre, sempre che io potessi essere contato. Passarono la serata a lanciarsi stoccate velenose. In quel momento mi resi conto di essere qualcosa a metà tra il suo cane da compagnia e la carta da sfoderare al momento giusto con il suo pretendente. Non so come finì. Io andai via presto.

Vincenzo mi guarda, sta leggendo questi pensieri nelle linee del mio volto. Sorride della mia miseria, senza darmi l’aria di disprezzarmi. Lo vedrei bene nelle risorse umane.

“Diciamolo: Ada è uno straordinario intrattenimento”, mi fa. “La si gusta come un film, pieno di tensione forse, ma avvincente. A me, tutto sommato, quell’inferno piaceva. Io ci sarei rimasto. È stata lei ad andare via.

Prima questa cosa dell’instabilità. Poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: Bea.

 

 

12 – Bea

 

“Anni fa, prima di Ada, sono stato sei mesi insieme con una ragazza. Bea, si chiamava”.

Sì, Bea, l’avevo conosciuta anch’io. Un’altra italiana. L’avevo incontrata una volta nell’ufficio di Xavi. Una ragazza molto carina, taciturna, coi capelli rossi. Ricordo la sua curiosa aria assente: era lì e non era lì. Ricordo che per un momento pensai fosse affetta da autismo. Riprendeva tutto con una videocamera. Xavi e me, le nostre scarpe, una gazza che saltellava fuori dalla finestra, una macchiolina di caffè sul tappeto.

“Anche in questo caso, è stato intenso”, continua Vince. Anche in questo caso, fu lei a lasciarmi. Allora mi distrusse, ma oggi non ho nulla da rimproverarle. Una leale. Aveva le sue ragioni. Io, soprattutto, i miei torti. Sono onorato di averla conosciuta. Ma Ada, è diverso. Ada non è capace di scambi leali, così non può concepirli negli altri”.

Vincenzo si prende una pausa per sfilettare accuratamente il suo pesce. Prosegue soltanto dopo aver terminato, ancora giocherellando col coltello per perfezionare la simmetria del contenuto del piatto.

“Un giorno, nel periodo che stavo con Ada, Bea si rifà viva con una telefonata in piena notte. Disperata. Io, ricordo, ero nel letto con Ada. Una storia incomprensibile. Dice di trovarsi in Afghanistan. Bea non aveva mai avuto nulla a che fare con l’Afghanistan. Né con le storie drammatiche. È senza soldi, mi fa. C’è rischio che la polizia la arresti. Mi chiede di venirla a prendere e riportarla in Italia”.

Lo osservo senza chiedere nulla.

“Sì, sono andato. Ho piantato la vacanza che stavo godendomi con Ada e sono corso in Afghanistan. Aveva bisogno davvero. Era stata… bè, diciamo truffata. Ma questa è un’altra storia”.

“E Ada?”

“Sparita. Furiosa. Non ha mai più voluto sapere di me”.

Finisce il suo pesce con un paio di bocconi veloci.

“Ne è valsa la pena, di tutto”, dice terminando il bicchiere con un sorso. “Perdere Ada, spostarsi qui. Per aiutare un’amica”.

Finisco il vino anch’io.

“Ora sta con Xavi”, mi dice.

“Sì. Lo so.”

 

 

13   – Xavi

 

La immagino muoversi nel mondo con Xavi, due estranei tenuti insieme da una simbiosi di vantaggi reciproci. Ma non è felice, pensa a Vincenzo, a cui non ha mai dato nulla perché rimanesse.

“Xavi non ne è innamorato”, dice Vincenzo come leggendomi nel pensiero. “Ha voluto aggiungere questa curiosa ragazza alle sue storie, da collezionista. E poiché non ne è innamorato, le ha dato ciò che lei cercava: la ha dominata. Per un po’. Per qualche tempo questo essere imprigionata e protetta dev’essere stata una novità piacevole. Ma poi, ha incontrato lei, Orazio. Si è sentita stretta con Xavi. Si è ricordata di me. E le è venuto in mente un modo per ferirmi”.

“Ma perché, se non vi vedete da anni?”

“Ha nostalgia dei nostri litigi. Della mia fragilità. Ha bisogno degli uomini che lascia”.

“Ci ha voluti uno di fronte all’altro”, dico. “A Vince un pacchetto, a Orazio un messaggio. Per essere entrambi consapevoli della nostra incompletezza. Io troppo mansueto, lei troppo imprevedibile”.

“Già. Due fallimenti nella ricerca dell’uomo perfetto, senza macchia. Al primo segno di debolezza ha un’occasione per lasciarli cadere. Perché quello che vuole, è impossibile: essere dominata, e dominare. Essere rassicurata, e vivere nell’imprevedibile”.

“Ma non ha pensato che, parlandoci, ci saremmo confrontati…”

Vincenzo scuote la testa.

“Non può concepirlo. Siamo rivali, ricorda? Nel suo mondo non facciamo altro che combattere per lei”.

Si è alzato, ha preso una bottiglia di Grappa e due bicchierini. Versa senza chiedere.

“Ma perché lei, Vince, è andato via? Doveva proprio?”

Beve d’un fiato.

“Ada è riuscita molto bene a creare consenso contro di me. Sono stato discreditato nell’ambiente di lavoro. Coi conoscenti. Persino parte della mia famiglia non mi vede di buon occhio. Storie che… non voglio parlarne. La società di Xavi è una macchina per creare consenso. Xavi è un esperto del consenso. A un uomo così rispettato è bastato gettare l’ombra di una voce su di me. Improvvisamente ebbi tutti contro. Nessuno che mi venne a chiedere se quelle voci davvero avevano fondamento”.

“E Ada?”

“Accusò me di mentirle, di averla lasciata per tornare con Bea. Perché mai sarei andato fino in Afghanistan, se no?”

“Non fa una piega”.

“Ma lei mi crede, lo so. Perché lei ha visto”.

“Ho visto, sì”.

“Pensi che Bea andò a visitare Ada, per spiegare che tra noi non c’era niente. Un’idea sua, io lo venni a sapere dopo. Ada non le aprì. Né mai rispose alle sue telefonate.

Mi lascio invadere la lingua dall’aroma secco della grappa. Il locale è ora completamente deserto. A un tavolo nell’angolo più lontano, quattro camerieri si bevono quietamente una birra. Credo sia ora di andare. Accenno a prendere il portafoglio dalla tasca, Vince mi fa segno di non pensarci nemmeno.

“Un’altra mia debolezza è stata l’ingenuità. Ho sottovalutato Xavi”, mi dice, mentre già sono in piedi. “Xavi aveva affrontato la questione in modo pragmatico. Valutò quanto gli era utile Ada e quanto gli servivo io”.

“E non ti sei difeso?” Chiedo, scivolando finalmente nel tu.

Dapprima risponde ridendo.

“Diciamolo: non è che ci voglia un genio del male per far fare quello che si vuole a due come noi”.

Poi si fa serio.

“No. Sono andato via. Non c’era più nessuno ai cui occhi mi interessava difendermi”.

Esco dal ristorante. Mi dirigo verso un albergo ragionevolmente vicino all’aeroporto.

 

 

14   – Prima del volo di ritorno

 

Ada mi ha mandato ora un Whattsapp: Allora?

Non rispondo.

Anutra mi toglie gentilmente il cellulare di mano e dice Non adesso. Ora relax.

È proprio vero, penso mentre le sue robuste mani, che emanavano una delicatezza così graziosamente orientale mentre gesticolava, cercano impietosamente il limite di flessibilità delle mie vertebre. L’aria secca del deserto californiano favorisce pensieri nitidi e pratici, mentre la nebbia umida delle mie parti nutre il dubbio e l’inutile tormentarsi. Un problema generato nella brumosa campagna europea è risolto nell’atmosfera cristallina della California. Sono un idiota, penso anche, e intanto mi lascio sfuggire un gridolino di dolore mentre la minuscola, potentissima signorina mi tende una gamba sino a un punto mai raggiunto. Non si fa, lo so. Che ne sarà ora della mia reputazione di maschio immune alle tortuose manipolazioni delle femmine?

“Sei poi riuscito a consegnare quella cosa?” Chiede.

“Sì”.

“Contento?”

“Contento di avere capito certe cose”, rispondo, dopo un altro gemito di dolore.

“Hai imparato tante cose nuove?”

“Qualcuna. Non tante”.

“Capire non è quando impari tante cose nuove”, dice con un sussurro grave, mentre spinge la mia anca oltre ai limiti del pensabile. “Capire è svegliarsi dal proprio sogno”.

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