– Da bambino credevo che gli uccelli cantassero per la gioia di essere vivi. Ora so che lo fanno per la fatica e l’impegno disperato di dover sopravvivere.
Dico queste sagge parole mentre sto al bordo di una piscina, i piedi a mollo, rivolto a una splendida ragazza -Lia, si chiama- che mi guarda con ammirazione. Manco in un film di James Bond. Sto lavorando alla sua educazione, provando a smussare l’ingenuità a cui crede di avere diritto solo perché è bella. Le sto spiegando che l’ingenuità è un lusso che nessuno si può permettere. Che le apparenze ingannano. Che io, per esempio, devo ogni cosa alla mia fortuna sfacciata, mica a chissà quale talento. Ma anche così mi è stato necessario rinunciare all’ingenuità molto presto, altrimenti non sarei arrivato da nessuna parte.
Sorride, non mi crede. Devo trovare esempi. Storie di quando ero più giovane.
– Ecco: prendi il colloquio.
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Il colloquio era per le undici, in una città a una trentina di chilometri da dove abitavo.
Mi ero mosso presto. L’ultima cosa che volevo era presentarmi in ritardo, trafelato, fragile, di fronte a sguardi che non perdonano. Avrei parcheggiato con calma a una certa distanza, fatto due passi per schiarirmi le idee. Pensavo: magari avrò il tempo per un caffè in un bar vicino, sempre che lì intorno ce ne siano.
Alle porte della città, poco prima di incontrare il fiume, ancora ero in anticipo, anche se meno di quanto mi aspettavo. Il caffè era a rischio, per via del traffico e della nebbia. Con un’occhiata allo schermo del navigatore scorsi una via che per qualche motivo il GPS aveva ignorato: una stradina che puntava dritta dritta dove volevo andare, tagliando il larghissimo giro delle tangenziali. Non che avessi davvero bisogno di anticipare, ma l’idea solleticava quel poco di spirito competitivo che ho. In pochi minuti sarei arrivato, altro che mezz’ora. Lasciai perdere le indicazioni del navigatore e la imboccai. Era assolutamente deserta, potevo persino spingere oltre il limite. Cominciai a canticchiare.
Qualche chilometro più tardi, però, vidi che la strada era interrotta per lavori. Merda. Potevo fare inversione, oppure prendere un sentiero per trattori che la traccia del navigatore faceva ricongiungere alla via principale dopo pochi chilometri di serpeggiamenti accanto all’argine.
Cominciavo ad essere a rischio di ritardo. Imboccare il tratturo, oppure tornare indietro, secondo il computer richiedeva lo stesso tempo. In entrambi i casi sarei arrivato giusto giusto.
Ma il GPS è solo una macchina. Mica potevo chiamarmi fuori così. Per me, tornare indietro costituiva un presagio di sconfitta. A quel colloquio ci tenevo. Presi la via stretta. Ma all’ultima curva, quella che rientrava sulla strada principale, vidi che di nuovo la carreggiata era interrotta: lavori di ricostruzione dell’argine.
Diedi un pugno al volante. Cominciavo ad avvertire gocce di sudore nervoso spandersi sulla camicia nuova. Tornare sui miei passi avrebbe richiesto una quarantina di minuti; ne avevo quindici. Non c’era alternativa: dovevo chiamare e spiegare che sarei stato in ritardo. Una figuraccia, ma meglio che presentarsi tardi senza avvisare. Imprecando, cercai il telefono che era da qualche parte sul sedile del passeggero, accanto alla confusione di inutili carte che spuntava dalla valigetta aperta sopra al cappotto. Dove l’avevo cacciato? Alla fine lo trovai, infilato tra sedile e valigetta. Proprio nel momento in cui lo presi in mano suonò, un numero sconosciuto.
“Buongiorno, sono la Dottoressa Garuti. Ha un’Interview con noi tra quindici minuti. Se non è un problema, le chiederei di rimandare di qualche ora. Andrebbe bene per le 17?”
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– E sarebbe ingenuità, questa? Chiede Lia, ridendo e sollevando per un momento gli occhiali da sole.
– Certo, rispondo serio. Pensare che le cose andranno bene comunque, ignorare la necessaria preparazione. Sottovalutare le possibili avversità. Cos’altro è l’ingenuità?
– Però vedi: nonostante tutto non ti è andata male, ribatte sorridendo.
– Aspetta, dico. Che ho una fortuna sfacciata, l’ho già detto. Ma mica è finita, la storia.
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Alle cinque meno dieci ero seduto in un’anticamera degli uffici del Gruppo MZP Italia. Solo. Nessun altro aspirante. Aspettai e aspettai, stetti un pezzo a guardare la campagna buia e nebbiosa attraverso la parete di vetro. Alla fine una ragazza gentile, con un semplice vestito a fiori e scarpe basse mi invitò ad alzarmi e seguirla. “Buonasera”, mi disse con un sorriso un po’ stanco. “Mi chiamo Ada. La Dottoressa Garuti l’aspetta.”
Mi fece sedere davanti a una scrivania di vetro, troppo incontaminata e spoglia perché qualcuno la usasse veramente per lavorare ogni giorno, poi si adagiò silenziosamente su una poltroncina lontana alla mia destra. Davanti a me la Dottoressa, una donna sui quaranta, curata all’inverosimile, un habitus impeccabilmente professionale tranne che per una scollatura troppo generosa. Tutto in quell’ambiente mi sembrava artefatto, predisposto per me come una scenografia teatrale.
Volli mettere a tacere questa sensazione sgradevole che mi deconcentrava. Mi sedetti composto e sfoderai il mio sorriso più sereno.
La Garuti non alzò subito gli occhi. Fece passare qualche secondo scorrendo i fogli del mio curriculum che teneva in mano. Chissà se leggeva veramente, se si trattava di una tecnica per intimidirmi.
“La disturba essere giudicato da una donna?”
Rinunciai a battute rischiose e optai per un semplice “No.”
“Bene. Perché se dovessimo assumerla, i suoi capi saranno donne.” Lo disse senza un’ombra di sorriso ad ammorbidire il concetto.
Fu a quel punto che alzò lo sguardo. Ricordo che mi sentii stanco del ruolo che mi veniva chiesto di recitare. Ho sempre trovato rivoltante la dinamica dei colloqui di lavoro. Tutte quelle menzogne codificate. L’impossibilità di dire le cose come stanno, che sarebbe ciò di cui entrambe le parti hanno bisogno. No, non sono instancabile, sono invece piuttosto pigro. Team player? Ho problemi sia a comandare che a obbedire – e per quanto ci provi mi è impossibile collaborare davvero. Entusiasta di questa opportunità? Non proprio. Né della posizione, né dell’azienda né, sinora, delle persone. E perché dovremmo prenderla in considerazione? Perché sono meglio di quelli che dicono che sono meglio.
La Garuti era una di quelle che giocherellano con gli occhiali.
“Immagino sia al corrente dei malintesi che negli ultimi tempi hanno danneggiato la percezione riguardo al nostro prodotto.”
Annuii. Chi non ne era al corrente? Lo Scandalo MZP. Storie di inquinamento tossico e di tentativi di insabbiarlo. Disperato com’ero, avevo esitato a lungo prima di decidere di presentarmi. Avessi cominciato a lavorare per loro, diversi amici non me l’avrebbero perdonata.
“Il gruppo ha bisogno di un radicale cambiamento nella sua strategia di comunicazione. Per anni non abbiamo nemmeno avuto un vero e proprio ufficio relazioni esterne. Ora è diventato cruciale. Idee nuove, per sradicare una percezione errata, purtroppo sempre più diffusa. Non nascondo che stiamo perdendo terreno rispetto ai competitors, a causa di questi pregiudizi negativi nei nostri confronti. Soprattutto da parte dei gruppi di attivisti che stanno operando una vera e propria persecuzione.”
All’improvviso riapparve la ragazza con caffè e acqua che ci passò silenziosamente. Nessuno aveva chiesto nulla. Non l’avevo sentita uscire né rientrare. Tenni il mio caffè tra le mani, che sentivo gelate. La Garuti lo terminò in due sorsi.
“Il suo, glielo dico subito, è uno dei curricula più interessanti.”
Lo aveva davanti a sé, e prese a scorrerne alcune righe con la stanghetta degli occhiali.
‘Sembra che lei abbia una versatilità e una facilità di comunicazione straordinarie.”
Non riuscii a rispondere niente di meglio che “Mmm.” Facilità di comunicazione. Non capivo cosa glielo facesse pensare. Il mio cv era invece piuttosto generico. Mi venne in mente il croissant che quella stessa mattina avevo ordinato all’Autogrill – e il caffè da bermi con calma, dopo, come piace a me. Una barista zelante aveva spazzato via tutte le tazzine dal bancone, portandosi via anche il mio scontrino. Io l’avevo già detto del caffè al suo collega, un tizio alto e grosso con il ciuffo alla Trump. Ma quello se ne era andato, forse in bagno, forse aveva finito il turno di lavoro.
Dopo alcuni volteggi, lo scontrino era finito nel vassoio dei muffin al cioccolato. Avevo allungato il braccio per riprenderlo, contorcendomi un po’ e incontrando lo sguardo della barista, tale e quale a quello di mia nonna quando le sgraffignavo uno dei suoi biscotti, quelli sì degni di furto. Il mio caffè, dissi piano, ma quella si era già voltata verso la macchina e svaporava un latte macchiato scuotendo la testa indignata. Sono andato via senza. Ne ho preso un’altro, pessimo, molto dopo, in un bar in città.
Man mano che ci inoltravamo nelle domande di rito, il colloquio, non so come, prese la forma strana e paradossale di un curioso balletto a parti invertite – nel quale io giocavo la parte della verginella ritrosa e la dottoressa Garuti cercava di convincere me che ero il candidato adatto. Dovevo sorvegliare il mio linguaggio per mantenere l’impressione di una persona interessata alla posizione. Cosa le fa pensare che io possa essere in grado di organizzare il vostro ufficio relazioni esterne? Chiesi, a un certo punto, io a lei. Bè, rispose, sempre scorrendo il mio cv. Avevo o no:
–una laurea in scienze della comunicazione,
-esperienza professionale nei social network,
-operato nell’ambito della comunicazione per istituzioni?
E, aggiunse inforcandoli finalmente quegli occhiali, dandomi l’impressione che mi vedesse per la prima volta:
“Poi lei ha studiato col professor Echeverrìa, no?”
Non esistono domande a cui è facile rispondere. Proprio studiato, no. Dovevo dare un esame con lui, ma poi non se ne è fatto nulla. Ma di fatto lo conoscevo meglio dei suoi studenti più fedeli. Xavier Maria Sanchez Echeverrìa era il compagno di mia sorella Bea. Gli avevo preparato il suo solito tè verde quella stessa mattina, come ogni mattina. La domenica andavamo a fare due tiri a tennis. Vivevo con loro, da quasi un anno, da quando la mia fidanzata di allora mi aveva sbattuto fuori di casa perché, così credeva lei, io la tradivo. Bea mi aveva voluto assolutamente con sé, Finché non ti rimetti in sesto. Sempre superprotettiva, la mia sorellona, da quando i nostri genitori sono morti.
L’avevo menzionato nel curriculum per via della straordinaria rilevanza che aveva con il ruolo richiesto. Anzi, era stato proprio Xavi a suggerirmelo: Dì che hai studiato con me. Un po’ era vero. Ho imparato tanto da lui. Xavi è un genio. Un genio vero. Laureato a 20 anni non ancora compiuti. Professore universitario a tempo perso, stava aprendo una società di consulenza che lo avrebbe reso miliardario, ne ero certo. Aveva elaborato una teoria che lo rendeva in grado di riorganizzare con poche semplici azioni intere aziende e moltiplicarne l’efficienza. Un maniaco. Scacchista superbo. Ossessionato dai giochi di ogni genere. Aveva inventato lui stesso un paio di giochi da tavolo così complessi che non sarebbero mai entrati in commercio, perché ardui persino per i più fanatici players. Un’intelligenza brillante che non ho conosciuto in nessun altro, se non in mia sorella, che forse è ancora più speciale. Ma questa è un’altra storia. Una capacità di spiegare tutto nel modo più semplice, una modestia in grado di farti credere di averle pensate tu, le sue conclusioni. Quella stessa mattina, mentre per un equivoco dovuto al suo imperfetto italiano gli avevo passato i biscotti invece delle fette biscottate, sorseggiando il suo tè verde mi aveva detto con la solita semplicità: “Ho speso la mia vita a studiare la forma e la dinamica di equivoci e malintesi. Sono riconosciuto come uno dei massimi esperti. Sarei sorpreso se una sola volta nel corso della storia umana un messaggio, una frase, o anche soltanto un abbraccio o un sorriso fossero arrivati così com’erano stati intesi.”
“Più che studiato”, dissi con entusiasmo alla dottoressa Garuti. “ Torno ora da un viaggio che abbiamo fatto in Asia – uno studio sull’impatto della comunicazione tra culture…”
La dottoressa Garuti annuiva compiaciuta. Per una combinazione di eventi ero stato con Xavi in Cina per quattro giorni (lui aveva un invito per due e Bea aveva la febbre), ed avevo osservato con ammirazione la sua prodigiosa abilità nel riorganizzare informazioni complesse in modo immediatamente assimilabile da una cultura così diversa.
“Eccellente. Abbiamo molto rispetto per gli studi di Echeverrìa. È un maestro quando si tratta di correggere percezioni errate.”
E invece, era proprio nel piantare convinzioni errate – che distraessero dalle sgradevoli verità sul Gruppo MZP – che consisteva il lavoro offerto. Piantare un’idea nella mente di un altro, come un seme da far germinare. Sarei stato pagato per dire bugie. La cosa non mi scandalizzava in senso morale, in quanto ho sempre creduto che l’idea stessa di verità sia una bugia. Che qualsiasi cosa, ripetuta nel modo giusto un numero sufficiente di volte, verrà creduta. Che un concerto, una messa, una conversazione, un rapporto sessuale, un discorso pubblico, una carezza, altro non siano che forme dell’ipnosi. Che ogni contatto è ipnosi; come gli occhiali della Garuti, pendolo che passava da una mano all’altra davanti allo sfondo della profonda scollatura che avevo cercato tutto il tempo di ignorare.
Non temevo la bugia moralmente, ma come forza che instupidisce. Come pantano in cui, lo sentivo, potevo affondare, e che alla fine mi avrebbe reso cieco a tutto. Giacché se non si resiste, le cose si organizzano in corrente, e tendono a dirigersi in una direzione unica: la direzione del facile e del basso. Ecco: temevo il basso e l’oblìo dove sarei finito a forza di essere un utile bugiardo. La migliore propaganda è quella che genera diffusori convinti, cittadini responsabili apparentemente neutrali, aumentandone l’apparenza di autenticiità. Quella che diventa verità riconosciuta, facendone dimenticare l’origine. Propaganda. Ciò che deve essere propagato. Anch’io, pro-pagato. Pagato per essere a favore. La più antica forma di contratto col diavolo. Per quanto disperato fosse il mio bisogno di soldi, non sapevo se volevo il lavoro.
Mi soffermai per un momento sulla collega più giovane. Mi guardava, sembrava assorta. Labbra contratte. È stanca, non vede l’ora di tornare a casa, pensai.
Quando mi rigirai verso la Garuti, la dottoressa era già in piedi e mi tendeva la mano. “Le faremo sapere. Molto presto. Vogliamo risolvere questa faccenda velocemente.” Salutai entrambe e mi diressi verso l’uscita specchiandomi in quelle pareti di vetro nero. La cravatta oramai storta, il colletto non più impeccabile per le molte ore d’attesa, i capelli che come al solito andavano per conto loro.
Pettinarmi no, quello non lo farei per niente e nessuno al mondo, pensai. E: guardati, non ti prenderanno mai.
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Lia si è fatta più attenta. I suoi occhi sono due fessure corrucciate. Non dirmi che ti hanno preso. Che l’hai accettato, quel lavoro.
Non è ancora finita la storia, rispondo. Tieni in considerazione anche questo: che nei mestieri che ho scelto c’è sempre stato un pizzico di avventura e molta cialtroneria. Se sono pienamente legittimi, se io sono pienamente qualificato, non mi interessano.
Lia non sa più se scherzo. Se deve credermi ancora.
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Arrivato a casa, sullo schermo del mio laptop che ancora stava aperto sul tavolo di cucina, già luccicava un messaggio della MZP. Feci per avvicinarmi ed aprirlo, ma di nuovo suonò il telefono. Lo stesso numero di qualche ora prima.
“Dottoressa Garuti?”
“No, sono Ada. La mia assistente è a casa da un pezzo.”
Riconobbi la voce, anche se ora aveva un tono diverso, sorridente e come liberato. Era la ragazza col vestito a fiori e le scarpe basse. Quella giovane, senza abito da direttrice, senza scollatura, senza tacchi, senza occhiali. Che mi aveva invitato a considerarla una segretaria, quella su cui il mio sguardo quasi non si era posato. L’avevo notata per un momento, sì, quando aveva portato il caffè, silenziosa e quasi soprappensiero. Seduta in una poltroncina a lato, aveva avuto modo di osservarmi minuziosamente senza che io la registrassi. Quello che avevo scambiato per stanchezza, erano riflessioni sull’opportunità di assumermi, elaborate con comodo dal suo angolino indisturbato e invisibile. La mia assistente, aveva detto ora. Era Ada a decidere. Era lei, il Capo.
Velocemente, il Capo mi comunicò che mi avrebbero assunto. Aveva probabilmente già deciso mentre io ricapitolavo i miei dubbi nell’ascensore. Mi aveva assunto individuando in me le qualità che meno possiedo, a quanto sentivo. Freddezza, prontezza, senso strategico nella comunicazione.
Non aveva senso. Perché?
Fu lì, penso, che persi la mia ingenuità. In modo molto immediato. Semplicemente, mi sedetti e pensai. Non ero abituato a farlo.
Non esistono azioni insensate, mi dissi. Ognuno ha le sue ragioni per fare quello che fa, pensare quello che pensa. Quali erano le ragioni di Ada?
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La smetto per un momento di parlare. Così, giusto per muovermi, mi lascio cadere nell’acqua rinfrescante. Non tocco, mi appoggio con i gomiti al bordo. Guardo Lia, dritto negli occhi. Questa ragazza mi ascolta. Mi ascolta davvero.
– Ognuno ha le sue ragioni, quindi? Mi chiede.
– Sì, tutti. Dal giorno che l’ho capito, la mia vita è diventata più semplice. Tutti.
Di più: ognuno è forzato dalla propria natura a fare quello che fa, pensare quello che pensa. Gli uccelli cantano per l’impegno disperato di dover sopravvivere. Il mio gatto desidera così tanto una preda che fissa ogni macchia e salta su ogni ombra. Io volevo un lavoro. I nostri desideri formano la realtà.
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La parte che segue la spiego solo per grandi linee. Certamente non mi va di parlare di sesso con Lia. Le dico velocemente che accettai il lavoro. Che l’incarico era penoso come sembrava. Che tante volte mi pentii di non aver ascoltato le mie sensazioni negative durante il colloquio. Che iniziò un’oscura e tormentata relazione con Ada. Che nemmeno il sesso era soddisfacente. Per tutto il tempo che durò lo sentivo, che dietro tutto quell’esplorarsi e scavarsi la carne, la notte, non c’era niente, non amore e nemmeno desiderio di incontro, ma un muro minuziosamente eretto e inamovibile. Lo sentivo, ma non riuscivo a tradurlo in forma intellegibile, in simboli concreti da poter maneggiare e rigirare fino a prendere una decisione.
Io sento sempre tutto, immediatamente, con grande chiarezza. Ma poi interpreto male le mie percezioni. Il mio sesto senso è infallibile; la mia traduzione in pensiero raziocinante, per nulla affidabile. Ora lo so.
Mi ci volle un tempo lunghissimo per capire che anche la storia con Ada era un inganno.
Mi capitò di capirlo mentre entravamo nel solito bar, per il solito aperitivo.
La feci passare per prima e, mentre la seguivo (già avevo il portafogli in mano), qualcuno tentò di uscire e ci trovammo faccia a faccia. Io e quell’uomo ci spostammo insieme a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Sorridemmo insieme per quel momento comico. Nel passarlo improvvisamente capii che era un ladro. Osservai il portafoglio. Ancora nelle mie mani, ancora potevo vedere un paio di biglietti da cinque Euro spuntare dal bordo. L’avevo scampata. Mi avvicinai al bancone e dissi ad Ada: Lo sai chi era quello? Un borseggiatore. Ha appena tentato di portarmi via questo. Mostrandoglielo, ed esaminando ora l’interno con più attenzione, vidi che la parte inferiore era stata tagliata di netto, certamente con una lametta, e i due biglietti da cinque Euro erano tutto quello che restava dell’interno sventrato e svuotato.
Fu lì che Ada disse, con un’espressione sprezzante che non le conoscevo: Te ne sei accorto – e ti ha fregato lo stesso.
Quella semplice frase mi definiva. Io sono uno che non va a fondo. Sento, e poi non credo a quello che sento. Comprendo, e poi non agisco secondo quel che comprendo.
Guardai Ada e vidi una perfetta assenza di sentimenti. Perché è con me se non vuole me? Mi chiesi. La risposta arrivò di colpo.
Io sono la sua speranza di arrivare a Xavi. È lui che vogliono, non me, la mia mancanza di talento, il mio piatto curriculum. A meno che non pensassero che potesse essere trasferito su di me per osmosi il suo esplosivo fardello di genio e conoscenza.
Io ero un mezzo per un fine. Già Ada mi aveva chiesto di venire a casa mia, presentargli Bea e Xavi. Ed era stata molto seduttiva con lui. Tempo qualche settimana, e avrebbe tentato di diventare la sua amante. E di avere lui come consulente. Ed io avevo mancato di collegare. Ero forzato dalla mia propria natura. Come gli altri, ero diretto nella direzione del facile e del basso. Di una confortevole ingenuità.
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E allora… hai lasciato?
La domanda non è neutrale. Sarò giudicato per quello che dico ora.
Sì. Ma l’equivoco più grande è quello che mi vuole vittima innocente. Non sono più innocente di nessuno. Questo è certo. Chi è ingenuo non si creda innocente, Lia.
Ho la gola secca. Faccio segno a Lia se può andare a prendere qualcosa da bere.
La guardo che si allontana, ragazza spensierata, seguita ovunque da sguardi di giovanotti che si fanno silenziosi. Perché, sì, è proprio bella, mia figlia. Inequivocabilmente.
