Uscii sbattendo la porta e mi avviai in una direzione a caso. Non conoscevo quei dintorni. Non avevo visto niente nemmeno quando eravamo arrivati con Sara: lei guidava e io dormivo.
Non c’erano altre case. Mi trovavo sulla cima di una collina che scendeva dentro un bosco fitto. Poi scorsi il fiume. Tutto curve, visibile a tratti, si spandeva in una valle serpeggiante. Decisi di avvicinarmi; le superfici d’acqua hanno sempre avuto su di me un effetto calmante.
La discesa fu più difficile del previsto. Molti rovi, e nessun sentiero. Mi graffiai. Il sole batteva e avevo lasciato il mio berretto nella casa. Ma alla fine il terreno fu piano, gli spazi più aperti, e ritrovai tra i rami lo specchio d’acqua quieta e luccicante che rifletteva violentemente la luce del pomeriggio.
Sentii delle voci. Avrei preferito evitare di incontrare gente, ma non c’era che un passaggio. Arrivato all’acqua, vidi un vecchio pescatore seduto su un tronco e a breve distanza cinque o sei ragazzi molto giovani, che fumavano e lo guardavano divertiti. I ragazzini mi ignorarono, il pescatore mi sorrise.
“Preso niente?” Mi sentii in obbligo di chiedere, avvicinandomi un poco.
Scosse la testa. “È presto”, disse sorridendo. “Ogni cosa a suo tempo”.
Aveva una voce roca e un accento ruvido che non riuscivo a collocare con precisione. I ragazzi si passavano sigarette ridacchiando tra loro. Sembrava ci ascoltassero.
L’uomo indicò con gli occhi il tronco dove era seduto, girando appena la testa. Lo presi come un invito e mi ci sedetti anch’io, a un paio di metri da lui. Rimasi a lungo così, immobile, in silenzio, accogliendo la fragranza del bosco, l’odore insinuante dell’acqua e di creature umide che la abitano, una presenza umana accanto a me, anch’essa, grazie a Dio, silenziosa.
Non pensavo a nulla. Mi stavo acquietando, fissavo le sue mani che manovravano il mulinello con esperta lentezza contro lo sfondo verde cupo dell’acqua.
Si accorse del mio sguardo. Evidentemente pensava che stessi studiando con interesse il mulinello – io che di pesca non so nulla – perché ci batté sopra, delicatamente, la mano e disse soddisfatto: “Visto che gioiello? Mi è costato parecchio, ma li vale tutti. Guarda come scorre.”
Strinsi le labbra in un finto apprezzamento. Forse però si accorse della mia cortesia falsa, perché disse:
“Quante cose la gente non vede. La gente si stanca dei dettagli, si annoia, non vuole sapere. Eppure, è un grave peccato non ammirare la precisione di certi meccanismi”.
Rise, una risata tranquilla, e pensai non ce l’ha con me. Vuole solo parlare. Risi anch’io. Dio sa se avevo bisogno di sentire qualcuno che discorre con voce calma, di cose piccole e inoffensive.
“Così il segreto è nel mulinello?” Chiesi.
“Dipende. Ognuno ha il suo, di segreto. Potrei dire che il mio è: stare attenti. C’è gente che piazza due, tre canne. Io no. Col sistema che uso io, c’è bisogno di concentrazione costante”.
“Ma forse non è molto redditizio” obiettai. Il cesto metallico per tenere il pescato era completamente vuoto.
La sua voce si fece seria. “Non pesco per prendere più pesci possibile. Pesco per prenderne uno, quello giusto”.
Illetterato, non stupido, ricordo che pensai, mentre lo guardavo scostare con una mano il berretto di velluto incredibilmente consunto dalla fronte sudata.
“Certi particolari sono importanti. Quest’ansa del fiume, ad esempio, è la migliore per pescare,” mi disse, indicando davanti a sé con un gesto vago. “Ma, come vedi, è parecchio grande. Non basta sapere che questo, in generale, è un posto buono. Ho dovuto individuare il punto esatto dove fermarmi. Quello dove il pesce arriverà”.
Gli occhi mi tornarono al suo cesto vuoto.
“E da cosa dipende?”
“Dalla corrente”.
Osservai il galleggiante immobile, la lenza non completamente tesa che formava un lungo arco. Mi chinai, lasciando scorrere le punte delle dita sulla superficie dell’acqua, inaspettatamente calda.
“Oggi però non ce n’è di corrente”. I ragazzini, dietro, ridevano più forte. Non era chiaro se ci stessero ascoltando o facendo i fatti loro.
Il pescatore spostò la canna da una mano all’altra, e inarcò la schiena stirandosi.
“Mi sembra che tu conosca un tipo solo di corrente” disse, sorprendendomi. Sorrise guardando la mia espressione e continuò.
“C’è una corrente delle cose. E c’è una corrente nelle cose”.
Aspettai che continuasse, non sapevo immaginare dove sarebbe andato a parare.
“La corrente delle cose è quella che fa tremolare l’acqua e spinge i rami spezzati a valle. Quella che va sempre verso il basso. È la stessa che ci fa vestire alla moda, alzarci alla mattina, parlare come gli altri. La normalità. Quella che mi ha fatto sposare. Quando abbiamo cominciato a vederci, io e Tina, io mica lo sapevo se era la donna per me. Ma per mia madre, e pure per i suoi genitori, era cosa fatta. Si parlarono, scelsero una data, comprarono le bomboniere, ci prepararono due stanze al secondo piano. Due mesi dopo eravamo sposati. Otto mesi, e Tina era incinta. La corrente delle cose”.
“E che è successo?”
“Siamo ancora sposati. Passo molto tempo a pescare”.
Tirò la lenza e prese a controllare l’esca. Era uno strano tipo di verme che non avevo mai visto, grande, fornito di gambe, o villi, disgustoso. Lo stuzzicò con l’indice per verificarne la vitalità, poi con una smorfia decise che andava sostituito, lo gettò in acqua, e ne prese un altro identico da un barattolo.
“La corrente nelle cose”, prese a dire innescando, poi ripulendo le dita dai rimasugli di sangue e materia su uno straccio che teneva in cintura “Quella, è tutta un’altra faccenda. Quell’esca, ad esempio, era morta, l’ho buttata. Cosa vuol dire morta? Vuol dire che una certa corrente l’ha abbandonata”.
Lanciò e poi si fermò a guardarmi, con un’intensità strana.
“Me lo diceva sempre la mia amica Bea: ogni cosa a questo mondo è attraversata da una corrente. Identico a un filo dell’elettricità. È questa la cosa principale che la gente non vede. Tu, per esempio: perché sei venuto qui?”
“Per avere un momento di quiete”.
“Questo è un punto di vista”, concesse sporgendo il labbro inferiore. “Un altro punto di vista è che sei stato portato dalla corrente”.
Ci mancava solo il matto oggi, ricordo che pensai.
“Prendi i fantasmi”, continuò. “Cosa sono i fantasmi? Corrente. Corrente che è rimasta dopo che la carne di un uomo è andata via. I fantasmi restano abbarbicati a un luogo dove è accaduto qualcosa che vogliono vendicare. Di solito, rivelare che sono stati uccisi e da chi. Altre volte hanno un messaggio”.
“Non ci credo ai fantasmi”, ribattei nel tentativo di chiudere la conversazione, e feci per andarmene. Ma lui fu più veloce.
“Mio padre”, disse. “E suo padre. E mio zio. E due miei cugini. Tutta gente che se ne è andata”. Fece il segno della croce. “A tutti si fermò l’orologio al polso nell’ora esatta della morte. Non è corrente questa?”
Mi misi a ridere. Dopotutto, ci potevo stare un po’ a divertirmi con lui.
“Sta parlando di storie vecchie”, dissi. “Orologi meccanici, che si caricavano a mano. La carica durava più o meno ventiquattro ore. Naturale che si arrestassero all’ora della morte – il giorno dopo.
Il vecchio non si scompose.
“La mia amica Bea”, disse con la voce paziente di chi spiega un concetto difficile a un bambino un po’ tardo, “Era una ragazzina ribelle dai capelli rossi, la pelle bianca, quando si avvicinava le veniva dal collo un certo odore aspro che aveva solo lei, come di erba tagliata, mele acerbe… Abbiamo fatto questo gioco molte volte, io e lei e tutti i giovanottini che le giravano attorno, quando erano ancora più piccoli di questi qua – e indica i ragazzini che ancora fumano e, ora ne sono certo, ci stanno proprio ascoltando.
“Tutti, a turno, un giorno per uno, le davano il loro orologio. Lei, appena si metteva un orologio al polso, questo si metteva a camminare al contrario. L’ho visto con i miei occhi, due volte. Io dico che certe rosse hanno una corrente speciale, al rovescio”.
Volevo far finta di niente, annuire e poi andarmene. Invece senza volere scuotevo la testa, mentre quello mi guardava frustrato, rendendosi conto di non avermi convinto.
Strano che mi mettessi a discutere così animatamente con un idiota di pescatore superstizioso. La superstizione, mi dissi, è nella natura dei pescatori. Credere che un colore, un gesto, un luogo, una posizione, un’esca, una canna, un cielo coperto o sgombro di nubi, un vecchio cappellino di velluto possano aiutare a prendere due trote. Devono crederlo.
“Conosci la storia di Tobia?” La domanda mi sorprese. “È nella Bibbia”.
Stavo per annuire. Sì, ricordavo qualcosa, no? Nel modo superficiale con cui ricordo i miti e le favole e Omero e tutte quante le storie della Bibbia. Tobia era un nome che avevo in memoria, L’avevo sentito. Uno a cui era apparso Dio, o un angelo. Di più non mi veniva.
I suoi occhi mi fissavano pazienti. Mi accorsi che non volevo ammettere di rammentarne poco. Ricordo che mi parve offensivo che quel vecchio ne sapesse più di me di qualcosa, qualsiasi cosa.
“Non la ricordo bene”, ammisi alla fine.
“Tobia era un ragazzino”, prese a raccontare come se niente fosse, dando lentamente lenza. ”Figlio di un uomo buono, uno che per pietà seppelliva i morti ammazzati e sfamava i poveri. Pure il padre si chiamava Tobia. Tobia padre era cieco, perché mentre dormiva in cortile, certi uccelli gli avevano cagato sugli occhi.
Temendo di morire, Tobia padre inviò Tobia figlio nella città di Rage, a ritirare dei soldi che aveva lasciato in deposito presso un parente, così che in caso di bisogno servissero di eredità al figlio. Per andare fino a Rage Tobia aveva bisogno di una guida. Non fa in tempo a uscire di casa per prendere acqua che, guarda caso, incontra uno che conosce a perfezione la strada, ed è pure amico di quel parente. Così lo assume come guida”.
Si udì un lieve ronzio e il mulinello fece due giri, come se qualcosa avesse abboccato. Il pescatore diede uno strappo, ma nulla si muoveva più e riprese a raccontare.
“Tobia e la guida partono. Solo che quello non era una guida. Era un angelo travestito. Arrivano alla riva di un fiume, come questo, e lì un grosso pesce salta fuori e morde il piede di Tobia. La guida, cioè l’angelo, gli dice di non avere paura, anzi di afferrarlo e ucciderlo. E così fa. Mentre arrostiscono il pesce, l’angelo gli chiede di tenere da parte il cuore, il fegato e il fiele. Serviranno, gli dice. Arrivano a un paese, dove alloggiano da un altro dei parenti di Tobia. La figlia di questo parente, Sara, era ancora vergine, benché si fosse sposata per sette volte”.
Il nome di Sara mi fece sobbalzare. Ero uscito dalla casa proprio per non sentirlo più e non mi aspettavo di ritrovarlo così presto. Ma lui non se ne accorse e continuò:
“Per sette volte, ogni marito era morto la notte stessa delle nozze prima di consumare. Un demonio li uccideva tutti. L’angelo suggerisce a Tobia di non curarsi di questa maledizione, e di sposarla; Tobia accetta, si fida. E poi questa Sara gli piace. La chiede in sposa. Il padre acconsente, ma tutti sono così convinti che morirà, che già piangono e gli scavano la fossa. Ma Tobia, dietro consiglio dell’angelo, prima di unirsi a Sara brucia in un braciere il cuore e il fegato del pesce, e per l’odore il demonio fugge. Invece di fare l’amore, i due passano la prima notte di nozze a pregare e l’indomani Tobia è ancora vivo. Non solo, ma quando ritorna a casa, spalmando il fiele del pesce sugli occhi del padre, scioglie le croste causate dalle cacche e gli ridà la vista”.
Non capivo perché mi avesse raccontato quella storia. Mi aspettavo una spiegazione, invece il vecchio si guardò intorno e disse:
“Tò, se ne sono andati, i ragazzini. Ora possiamo parlare meglio”.
Prese da una sacca due banane, me ne porse una. Rifiutai.
“Dì un po’, che lavoro fai?” Domandò, la bocca ancora piena.
“Riparo strumenti musicali”.
Fece un gran sorriso.
“Ah! Che fortunata combinazione! Allora comprendi la natura del suono. Ecco, questo è un esempio che posso usare”.
Incartò accuratamente la buccia di banana in una stagnola, che rimise nella sacca. L’operazione richiese un tempo enorme.
“Anch’io, prima di andare in pensione, lavoravo col suono. Da tecnico. In un laboratorio dove si incidevano dischi. Allora, prima degli MP3, prima dei CD, si facevano i dischi in plastica. Plastica, per i dischi, non lo dice più nessuno. Si dice vinile. Adesso sta tornando di moda. E non mi stupisce, perché il suono è migliore che in queste stupide cuffie che tutti si portano in giro adesso”.
Per la prima volta lo vidi abbandonare la canna. La appoggiò a un incavo del tronco e prese a disegnare con le mani ciò che diceva.
“Hai mai visto come è fatto un disco? Io credo che miracolo più grande sulla terra non c’è. Il suono di un’orchestra intera diventa un solco. Un solco frastagliatissimo, irregolarissimo, complicatissimo. Un crepaccio. E in ogni piega di questo crepaccio c’è la memoria completa di ogni sfumatura del suono di questa orchestra. E quando freghi il solco con un ago, la memoria del suono esce dalle pieghe della materia e ritorna ad essere udibile. La musica può diventare una forma nella plastica, e la forma nella plastica può tornare musica”.
“Che cos’è che crea il solco? È la corrente. E questi a chiamarlo il vinile qua, e il vinile là, che il vinile è solo la materia usata, che poteva anche essere un’altra. Si poteva anche fare, che so, in bronzo; solo che sarebbe stato troppo caro. La sostanza non conta niente. Avevi mai pensato che sostanza significa: la cosa che sta sotto? Ci scommetto di no. Sta sotto a che? Uno dovrebbe domandarsele queste cose, dico io. La materia è il veicolo e il custode della corrente. Un disco è fatto di vinile, ma non è vinile, è energia attualizzata. Prova ne sia che la stessa energia si può catturare anche col laser, nei CD, o digitalmente, e chissà in quanti altri modi che non sono stati scoperti. Noi siamo sempre concentrati sul mezzo, ma la sostanza non conta. Hai capito adesso?
Rimasi stupito ad assaporare quel concetto, quelle parole così inaspettate dalle sue labbra. Il vecchio continuava quieto, ora aveva ripreso la canna e la muoveva lentamente fino a tendere la lenza.
“Noi diciamo che vediamo perché abbiamo gli occhi. Questo si chiama pensare alla rovescia. Abbiamo gli occhi perché c’è corrente tra noi e le cose, vogliamo riunirci con le cose, abbiamo bisogno di vederle. Se non avessimo gli occhi, avremmo qualcos’altro, un altro organo. Qualcosa. La natura si inventa sempre qualcosa. Guarda i pipistrelli, i delfini. Quasi quasi gli occhi, per loro sono un fastidio, da quanto ci vedono bene senza. La vista è più importante degli occhi. Il gioco è più importante dei giocatori”.
Mi batté una mano sulla spalla.
“Capisci, no? È come dire che uno va perché ha l’automobile. No. Ha l’automobile perché deve andare. Se non va in automobile prende il treno. È il viaggio che è necessario. Quelli sono solo dei mezzi. Si rompe uno, ne prendi un altro. La corrente ha bisogno di mezzi per scorrere”.
Chissà perché, pensai, quest’uomo gioca a fare il sempliciotto e poi se ne viene fuori con questi discorsi folli e complessi, in contrasto con il grezzo e pesante accento che avevo sempre associato a un pensare di prudente buonsenso. E chissà perché proprio con me, uno sconosciuto.
Come se mi leggesse nel pensiero, il pescatore mi disse:
“Quei ragazzini, ad esempio. Loro non erano destinati a questo posto. E infatti si sono dissipati. Tu, invece, sei qui. Quale corrente ti ha portato? Qualcosa che ti attira qui, o qualcosa che ti respinge altrove?”
“Entrambe le cose. Sara. Sara mi ha portato qui, e sempre Sara mi ha fatto fuggire al fiume. Mi piacciono i fiumi”.
“Sara, eh? Nome interessante. Come la moglie di Tobia. Ce l’ha un diavolo la tua Sara?”
Rido e scuoto la testa, e invece penso: ne ha due.
Uno è il lavoro. Il lavoro più demoniaco a cui si possa pensare: pubblicità per una grande agenzia. È una ragazza piena di risorse, Sara. Le qualità che mi hanno fatto innamorare in un lampo – creativa, ambiziosa, diretta, inarrestabile nel perseguire uno scopo – sono le stesse che ora mi tormentano. Ha ideato una campagna per il primo cliente di questa agenzia, tutta da sola, che le ha fruttato un repentino avanzamento di carriera. Una tirata sulla libertà e l’indipendenza e l’orgoglio di fare da soli e pensare con la propria testa e accettare le avventure della vita – per una marca di sigarette. Abbiamo litigato.
Ed è stato solo l’inizio. I suoi clienti sono i demoni della nostra era. Tutti. Si è dimostrata disponibile a incarichi senza scrupoli, anzi desiderosa proprio di quelli. Più redditizi. Più difficili per colleghi con una coscienza attiva. Non lo trova indecente. Trova indecente il mio indugiare in un lavoro da oscuro artigiano, con entrate modeste, un grembiule macchiato di colla, in un seminterrato. Poco importa che io sia in grado di resuscitare l’anima di violini fracassati o vecchi mandolini ritrovati in cantina. È un po’ che parliamo di cambiare lavoro. Non il proprio, quello dell’altro.
L’altro diavolo di Sara è la famiglia. La famiglia che abita nella casa da cui sono appena uscito senza salutare e sbattendo la porta. La massiccia casa-fortezza dalle finestre anguste che ammettono poca luce mantenendo un continuo crepuscolo di lampade accese negli angoli.
Non lo sapevo, ma ero stato convocato per un ultimatum. Una cena per persuadermi a lasciare i miei legni acciaccati per un lavoro più redditizio. Una riunione di famiglia dove ero preparato ad attaccare pubblicamente la mancanza di etica di Sara. Scoprii di aver sbagliato nel prepararmi. Mi credevo accusatore, e mi sono ritrovato accusato, tanto più indignato perché convinto di aver ragione.
Ho dovuto rinunciare alle mie inutili arringhe di fronte alla giuria più prevenuta: il padre, che attende impassibile il tributo di una continua deferenza; la madre, un mausoleo di spericolata chirurgia estetica; e i due fratelli dall’identico sorriso malevolo. Li avevo pensati come individui, sgradevoli ma indipendenti e separati da Sara, fino a quando li ho visti con lei e in lei. Avevo pensato a Sara come a un individuo, non una cellula. Ho capito soltanto quel giorno che con lei veniva un obbligo di fedeltà alla famiglia, di appartenenza a una colonia, a un organismo con cui non condividevo niente e che mi disgustava.
Il pescatore doveva aver notato il mio stato. Vidi un lampo comprensivo nei suoi occhi. Di nuovo, col mento, mi indicò qualcosa, la sua sacca.
“Se la apri tu, che ho le mani sporche, li dentro c’è una bottiglia di vino”, mi fece. Volevo dire di no, ma era più facile avvicinarsi e aprire la sacca. C’era vino, in mezzo a due sacchetti di ghiaccio, e persino due bicchieri eleganti, dai lunghi calici. Il pescatore non finiva di stupirmi. Aprii, versai a entrambi. Il vino in quella bottiglia senza etichetta, un bianco corposo, mi sorprese più di tutto, da quanto era buono.
“Sa una cosa? Ce l’ha anche Sara, il suo diavolo” dissi alzando il bicchiere come per brindare. Fu in quel momento che decisi che non l’avrei rivista. Il vecchio annuì e improvvisamente la vidi, quella corrente di cui parlava, che ci aveva avviluppati, me e Sara, per un po’ di tempo, e ora non scorreva più.
“Già. È finita tra voi, giusto? Ma devi ringraziarla. È per lei che sei riuscita a trovarmi”.
Lo guardai incredulo. Quel vecchio riusciva a mettere qualcosa di privo di senso in ogni argomento.
“È ovvio che tu ancora non capisci la ragione per cui le persone si incontrano”, disse scuotendo la testa. “Te l’ho già detto. È un grave peccato non ammirare la precisione di certi meccanismi”.
Stette un po’ di tempo a scuotere la testa in evidente frustrazione. Per lui quello strano, che non capisce, ero io. Mi porse il suo bicchiere perché lo riempissi di nuovo.
“Veniamo al punto”, disse infine in tono stranamente risoluto. “Dov’eri il primo gennaio del 2000?”
Subito non compresi. Poi mi si gelò il sangue, non riuscii a rispondere.
“Avanti! Se lo ricordano tutti, quel momento. Quello, l’undici settembre, e lo sbarco sulla luna, chi è abbastanza vecchio”, aggiunse, prendendo un gran sorso mentre guardava lontano, oltre la sponda del fiume.
Mi sentivo la testa leggera, ma non era il vino.
“Ero a New York”.
“Dev’essere bello. Pensa che non sono mai uscito dall’Italia”.
Per un po’ mi parlò senza guardarmi, a voce bassa, come chi è distratto da altri pensieri. “Ho visto in TV che a mezzanotte dell’ultimo dell’anno si trovano tutti in quella piazza, come si chiama?”
“Times Square. Sì, c’ero anch’io in Times Square”.
Ero in vacanza da solo. Prima volta a New York. Mi aggiravo intorno alla piazza da ore, avevo prima comprato un cappello di lana e dei guanti, poi mi ero fermato per una bevanda calda. Nonostante la ressa ero stato fortunato, avevo trovato quel tavolo al secondo piano, davanti alla vetrata, dove potevo vedere tutta la gente e gustarmi l’animazione della fine del millennio.
Sul marciapiede proprio davanti a me stava un mendicante. Ricordo la donna coi capelli rossi che si fermò a lungo a parlare con lui. Poi lei prese caffè e dolci, e si sedettero sul marciapiede, lei e il barbone, a chiacchierare e a mangiare. Lei era molto elegante. La gente si fermava a guardare un momento curiosa, poi gettava una moneta nel bicchiere e proseguiva.
Poi la donna si alzò e prese ad attraversare la strada, voltandosi indietro, una volta, per guardare il mendicante e vidi bene il suo volto, gli occhi socchiusi per la luce intensa. Era bella. Non riuscì a raggiungere il marciapiede opposto, un camioncino delle consegne, uno che aveva fretta di finire il turno, la schiacciò. A volte la sogno ancora.
Non dissi niente di tutto questo al pescatore, ma fu come se l’avessi fatto.
“Quella era la mia amica Bea”, mi disse. “Quella che faceva andare gli orologi al contrario. L’ho vista nascere. L’ho vista imparare a camminare. L’ho vista giocare e l’ho vista coi primi fidanzatini”.
Non sapevo che dire.
“Sei arrivato tardi per conoscerla bene. Io sono il tuo modo per incontrarla”.
“Ma perché me?”
“Non lo so. Me lo ha chiesto lei”.
“E come ha fatto?”
“Questa è un’altra storia. Sarebbe inutile tentare di raccontarla. C’è un limite a quello che le persone possono credere. Diciamo solo che un vero messaggio trova sempre la sua strada”.
“Ma come sapeva che mi avrebbe trovato qua?”
“Non lo sapevo. Ho fiuto per la corrente, come ti ho detto. Inoltre ho pazienza. Se non ti avessi incontrato oggi, sarebbe stata qualche altra volta.”
Mi batté una mano sulla schiena, come si fa ai bambini per farli alzare.
“Ora è meglio che tu vada. Sto per prendere il mio pesce e non sarebbe corretto sacrificarlo solo per dimostrare una tesi”.
