Si sprigiona un profumo. Una lama di luce si affaccia dal basso delle persiane.

L’aroma che vibra e la luce che ferisce mi rammentano la realtà della mia stessa esistenza. Esisto. È vero. Esisto e ho da fare, non mi è consentito di dormire. Mi stiro, chiedendomi se davvero non posso giusto girarmi sull’altro fianco e ritornare al mio sogno già dimenticato ma che, chissà, ridiscendendo nell’interno sconosciuto dei miei abissi bui, potrei ritrovare.

Avverto i capelli appiccicati tra il cuscino e il collo. La pelle esausta che implora una doccia. Un ginocchio indolenzito. Ricordo che il caffè borbottante l’ho preparato io, giusto un minuto fa, in un passaggio di dormiveglia prima di lasciarmi ricadere sul lenzuolo ancora caldo. Ricordo quello che è successo ieri, tutto.

Mi ricordo di te. Già. Un sorriso di guance scarne affondato in cento cuscini.

Poi mi ricordo di quel tempio greco in Sicilia. Di come guardavo avido la luce radente che svaniva, e il lento apparire di un firmamento nitido e implacabile che pareva immobile, e la nostalgia che mi pervadeva mentre ancora ero lì. Perché sapevo che me ne sarei andato presto, forse non l’avrei rivisto più.

Mi trascino alla caffettiera, verso in una tazza quel nero denso che mi è necessario, ma di cui improvvisamente l’aroma amaro mi affligge. Impilo tre biscotti luccicanti di cristalli di zucchero nel piattino e mi abbandono sulla seggiola del cucinotto. È giorno fatto. Frastuono di uccelli. Qualcuno si diverte a far rombare una moto.

Sicuro che vuoi svegliarti? Mi dico ancora.

Sicuro che devo, mi rispondo ad alta voce, è già tardi.

Dalla finestra un parco così così, alberi comuni, piantati con spirito di ripartizione geometrica senza ambizioni di bellezza. Eppure oggi sono smanioso anch’io di rimirarli, che sarò ancora qui tra un mese e tra un anno e non devo andare da nessuna parte. Non è naturale, mi dico mandando giù con una smorfia il caffè troppo amaro. Ma di alzarmi e prendere lo zucchero non ne ho voglia.

Quando si sta per andarsene, allora sì è naturale essere avidi della luce, dei colori, degli intricati dettagli del fogliame di un giardino, disposti con spirito di divina bellezza e mirabile ripartizione geometrica. L’ho visto nei tuoi occhi. Questo, e un’urgenza di rafforzare la parte che sa, di impregnare di bellezza il tempo brevissimo che rimane. Finché si è.

Che poi, chissà se davvero si cessa di esistere, o se si continua della continuità differente e impalpabile che dicono. O se è ancora esistere questo mio svogliato procedere contando su zucchero e caffeina per tenermi su.

Ieri notte sono uscito nel terrazzo dove eravamo soliti parlare. Dove in tante occasioni mi son detto Questo glielo dico un’altra volta, c’è tempo. Mi sono appoggiato alla ringhiera e ho fissato i pini, neri contro la luce della luna.

Non so se eri tu quel soffio di vento che mi ha dato i brividi. Io però mi sono girato e ho sorriso a quel nulla che ho voluto credere impregnato di te.

Forse non è troppo tardi, ho pensato.

Ci sarà pure un motivo perché a me, inspiegabilmente, è ancora dato di vivere. Bisogna che mi alzi. Bisogna che parta. Bere caffè, svegliarsi. Che da qualche parte, tra queste opzioni tutte troppo imperfette, si nasconde quello che devo fare.

 

(A Daniele).

 

 

Enjoy reading VEDA Wellness? Add VEDA Wellness to your Google preferred sources so you don't miss our latest articles.