Proverò ad essere conciso, anche se la faccenda è tutt’altro che semplice: zio Ezra era un uomo amaro e intrattabile.
Non usciva mai dal presidio inaccessibile della sua camera al secondo piano nella nostra vecchia casa di Brooklyn, ma tutti sentivamo che c’era, e ora che non c’è più mi accorgo meravigliato della nostalgia per la sua presenza muta e silenziosa, persino per la costante onda di rancore che da lui emanava invisibile.
Mia sorella, in genere terribilmente loquace, non parlava con lui e non parlava di lui. Mio fratello ostentava di disprezzarlo. I miei lo accettavano come un’incombenza inevitabile, una faccenda da sbrigare tra le tante. Qualcuno a cui ripulire in fretta la stanza mentre è in bagno e preparare un piatto di minestra calda la sera. A me l’incarico di portarla nel vortice penetrante di tabacco e vecchiaia della sua camera, appoggiare il vassoio coi due piatti richiusi uno sull’altro come valve, il quartino di rosso, il panino coi semi di sesamo, un mandarino, sul tavolinetto impolverato, carico di pile di quaderni dalle pagine spiegazzate e tormentate che non si potevano toccare nemmeno per spolverare.
Quei minuti in sua presenza erano gli unici della giornata in cui io non fossi celebrato.
Ero un bambino intelligente. Avevo imparato a leggere a tre anni. Ero di gran lunga quello che aveva letto più libri in tutta la famiglia, in tutto il vicinato, in tutta la scuola; dove anche il maestro mi trattava con deferenza e chiedeva a me consigli su cosa leggere in vacanza. Quando qualcuno veniva a visitarci, i miei gli facevano vedere i temi che avevo scritto, sottolineando come non fossero macchiati da alcuna correzione. Le tre medaglie che avevo vinto in concorsi scolastici per il miglior tema, l’attestato col timbro della Contea e la firma di un senatore. Mi chiamavano per essere mostrato, accarezzato e umiliato di elogi, ricoperto di banalità mortificanti e reso irrevocabilmente nemico ai miei fratelli che erano sani e normali, allegri e sportivi come anch’io avrei voluto essere.
Zio Ezra non mi fece mai un elogio, per nessuna ragione. Né mai mi disse grazie per avergli portato la cena, o il giornale, o le sigarette che gli andavo a comprare al negozio sotto casa, e per le quali non mi lasciava alcuna mancetta, anzi contava accuratamente il resto coi suoi gesti lenti che mi rendevano impaziente e ansioso, e riponeva le monete in una scatola nel comodino facendo tintinnare il cassetto richiuso con un rumore da questua.
Se ne stava muto, talvolta estendendo il suo respiro pesante in un grugnito che sapevo rivolto a me, e che segnava il mio congedo. O, se qualcosa diceva, era qualche commento sarcastico sui miei movimenti goffi, sul vassoio appoggiato storto, sulle mie spalle curve, sul fatto che non sarei mai diventato un vero uomo, così gracile e occhialuto e intimidito come in effetti sempre ero di fronte a lui.
“Perché non mi parli mai?” Ricordo di avergli chiesto una volta, quando ero molto piccolo.
“In vita mia ho parlato troppo,” Mi rispose.
Lo adoravo. Le poche cose che diceva, rimanevano memorabili in me. La sua voce diversa era l’unica che ascoltassi. Era il solo della famiglia di cui potevo sospettare una possibile conoscenza dei segreti della vita. Non i miei fratelli, che generavano spiegazioni puerili ed egoiste. Non i miei genitori, rassegnati e distratti dalla preoccupazione continua per minuzie quotidiane.
Mio padre era italiano, mia madre ebrea polacca. Zio Ezra era il fratello di mia madre. Aveva passato tre anni in campo di concentramento, si diceva. Prima a Majdanek, poi a Breendonk. Due nomi poco famosi, che dovetti andare a cercare nell’atlante. Il primo in Polonia. C’erano camere a gas. Il secondo in Belgio. Non ho mai visto né l’uno né l’altro. Li immagino piatti e nebbiosi.
Gli sono successe cose, mormorava mamma quando voleva giustificare qualche sua escandescenza. Senza spiegare, senza alzare gli occhi, forse senza sapere, chissà. Successe cose. Come se tre anni in campo di prigionia potessero invece trascorrere serenamente. Di sua moglie, zia Magda, si erano perdute notizie già all’inizio della guerra. Rastrellati entrambi, lei subito separata e trasportata chissà dove. Resta la sua fotografia, seduta accanto a Ezra. Lui ritto come un palo, in divisa. Giovane, la pelle ben rasata, gli occhi fiduciosi, muscoloso e impettito, l’ombra di un sorriso vanitoso che lascia intravedere cosa avrebbe potuto diventare in assenza di una guerra mondiale e di una persecuzione. Lei severa, forse intimidita dall’occasione solenne di una fotografia, un paio di bellissimi occhi scuri sopra un naso aquilino.
Del suo credo e delle sue tradizioni non volle parlare mai. Mi disse una volta che con Dio aveva chiuso. Anche se ogni tanto dalla porta socchiusa della sua camera lo vedevo mormorare e baciare una strisciolina di stoffa. L’ebraico, come ebbi a scoprire più tardi, lo parlava bene. Ma finché abitò con noi potei soltanto udire il suo inglese tinto dello stesso colore askenazita dell’accento di mamma, le buffe erre e zeta e ti che facevano ridere e infuriare e alzare gli occhi a mio padre, tutto allo stesso tempo.
Quindici anni dopo, papà era morto di un’infezione polmonare. Piano piano, per gradi, come per abituare tutti, nello stesso modo silenzioso in cui aveva vissuto. Io e i miei fratelli ci eravamo trovati un lavoro e dispersi per il mondo. Mia madre e zio Ezra stabiliti in una casa di riposo fuori città. Mamma, credo, soltanto per assistere meglio suo fratello, che era di diciotto anni più vecchio, e per ammortizzare le sue irte interazioni col mondo. Un bel posto, non di lusso ma con un gran giardino di querce che facevano un’ombra meravigliosa. C’era una panchina, alla sommità di una collinetta al limite estremo del parco, così lontana che i più si stancavano a raggiungere e rimaneva tutta per loro. Quando andavo a visitarli erano invariabilmente là, silenziosi. Mamma serena, zio Ezra sempre chiuso nella sua smorfia contratta e in quello sguardo che non vuol vedere.
Avevo lasciato New York e mi ero trasferito a Roma. Nel carattere perfidamente vivace degli italiani non avevo riconosciuto nulla della ostinata cupezza silenziosa e passiva di mio padre. Mi era piaciuto. Tutto era andato liscio fin dalle prime settimane. L’Italia voleva bene persino a me, col mio buffo accento americano e la mia ignoranza di cosa sia una vera pizza. Mi erano caduti tra le braccia un buon lavoro con una busta paga oscenamente alta, un delizioso appartamentino e una fidanzata: una ragazza coi capelli corti corti da soldato e stretti occhi neri e scintillanti. Nana, si chiama. Buffo, perché è di una quindicina di centimetri più alta di me. Ebrea, poi. Chissà come, io che di ebreo non ho nulla e non so nulla, avevo fiutato in lei qualche misteriosa essenza che, anche se invisibile, Nana deve avere in comune con mamma, facendo scattare qualche oscuro chiavistello nel mio DNA. Dice che nella ricerca di un amore gli uomini provano a ricreare l’immagine della madre, le donne quella del padre. Sarà. Difficile per me vedere somiglianze tra l’anziana bassa e rotondetta e questo elfo di donna dai capelli rasati, alta, flessuosa e carica di mistero.
Ho incontrato Nana in una biblioteca, dove ero entrato per ripararmi dalla pioggia. Avevo afferrato un libro a caso – che risultò essere il volume V delle Confessioni di Agostino – e mi ero tolto il giubbotto fradicio e seduto ad asciugare ad uno dei tavoli. Per un’abitudine inconsapevole, mi ero piazzato di fronte alla ragazza più carina che avevo a tiro. Così, per alleviare lo sguardo. Ma stavolta la più carina non era soltanto carina. Nana, pur concentrata in qualche serio studio, dopo un po’ si accorse che la fissavo. Non ne fu spaventata, né irritata, né compiaciuta. Si sporse verso di me e mi chiese in tono neutro, Che c’è? Mi riuscì di rispondere dicendo la verità: Non lo so.
Uscimmo per una passeggiata che mi bagnò di nuovo, e finimmo a rifugiarci in una pizzeria deserta. Non ci fu bisogno di convenevoli, di fare buona impressione. Quasi nemmeno di parole. Qualche mese più tardi vivevamo insieme. Quando cerco di parlare con Nana dell’assoluta naturalezza con cui ci siamo avviati verso una vita in comune, senza doversi conoscere, anzi come se ci conoscessimo già, lei invariabilmente sorride di quel suo sorriso inspiegabile e onnisciente e risponde: Certo che ci conoscevamo già. L’amore è nostalgia.
La telefonata di mia madre arrivò sabato 8 novembre, di mattina presto. Mi allontanai veloce dal letto col cellulare in mano, per lasciar dormire Nana. Ero allarmato. Mamma non mi aveva telefonato mai. Ero sempre io a chiamare, a intervalli regolari, ogni due sabati, a raccontare che sto bene, che Nana sta bene, e ad ascoltare poche distaccate informazioni sulla salute e sullo stato degli alberi del parco e le loro foglie che si arrossano, cadono e poi piano piano lo rinverdiscono.
Stava benissimo, mi assicurò. Ma la sua voce era insolitamente esitante. Sentivo una corrente di emozione salirle dal fondo della gola. Stavolta, qualcosa da dirmi ce l’aveva. Alla fine me lo chiese: me la sentivo di accompagnare Ezra a trovare una persona?
Ero confuso. “Sì. Dove?” Chiesi, nudo davanti allo specchio del bagno.
“In Germania.”
“In Germania?”
“Sì. Koblenz.”
“Ma a fare che?”
“Una donna. Una che ha conosciuto durante la guerra.”
“Quando?”
“Prima possibile. Prima che lei muoia.”
Passai il pomeriggio a studiare il piano di viaggio con Nana. Prenotai per zio Ezra un posto di corridoio, così che non avrebbe dovuto chiedere a nessuno per alzarsi e andare in bagno, sul volo New York – Frankfurt del venerdì successivo. Mi chiesi se avrei dovuto organizzare un portantino con sedia a rotelle per gli spostamenti in aeroporto, poi decisi per il no. Non ne poteva venire nulla di buono. Bisognava limitare, se possibile azzerare ogni interazione umana. Richiamai mamma – zio Ezra non volle venire al telefono – e le feci scrivere e ripetere tutte le indicazioni, col numero e l’orario del volo e l’assicurazione che io e Nana saremmo stati al gate a riceverlo e lo avremmo accompagnato a Koblenz.
Era quasi inverno. Il giorno prima dell’arrivo di zio Ezra volammo a Francoforte e lì noleggiammo una massiccia Volvo con le gomme invernali e un’impressionante serie di dispositivi antiscivolo – sicurezza innanzitutto – e ci fermammo a dormire in un hotel a due passi dall’aeroporto. Non volevamo sorprese.
Durante la notte una tempesta di neve avvolse Frankfurt. Nana ed io ci risvegliammo in un mondo bianco. Dalla finestra della camera, appena si distinguevano le auto parcheggiate. Il computer diceva che causa maltempo il volo da JFK era stato deviato a Colonia.
Partimmo in fretta. Quanto tempo avremmo impiegato per raggiungere l’aeroporto di Colonia in macchina? Normalmente due ore, controllò Nana dal cellulare. Con quel tempo, forse, quattro o cinque. Le spesi, gli occhi strizzati per penetrare la tempesta, a preparare Nana all’incontro con lo zio, ad assicurarmi che non se la sarebbe presa troppo per i suoi modi.
Arrivammo giusto in tempo. Al gate di Colonia-Bonn zio Ezra fu l’ultimo ad uscire, con la sua pesante valigia di tessuto senza rotelle. Da lontano, pensai, sembra quasi che sorrida.
Avvicinandosi, vidi che sorrideva davvero, a Nana. La abbracciò pure, dicendo: Sei tale e quale alla mia povera Magda. E mentre io, che ho impressa in modo indelebile nella mente quella vecchia fotografia, pensavo che non avevano nulla, ma proprio nulla in comune, Nana ed Ezra presero subito a parlarsi in un misto di qualcosa che riconobbi come yiddish ed ebraico, e a me non restò che seguirli con la valigia. A bocca aperta. Non sapevo che né l’uno né l’altra parlassero queste lingue.
Zio Ezra sedette davanti, accanto a me, e da dietro Nana gli teneva la mano che lui si lasciava accarezzare. Da lì a Koblenz, gli dissi, ci volevano almeno tre ore. Saremmo arrivati troppo tardi. Meglio andare a dormire e ripartire il mattino dopo. Annuì impercettibilmente.
Nana prenotò dal cellulare un albergo in centro a Colonia, così, disse, potremo vedere la cattedrale. Quando passammo davanti all’imponente aguzza chiesa gotica, ancora nevicava. Nana ed io scendemmo incantati ad ammirare quelle guglie illuminate nel vorticare della neve, ma Ezra non volle uscire dalla macchina, stette fermo a braccia incrociate a fissare il vuoto davanti a sé.
Rimanemmo giusto un minuto sotto la chiesa, poi parcheggiai all’albergo, che era a due passi. Arrivati alla camera di zio Ezra, appoggiai la sua valigia e gli chiesi se avesse bisogno di qualcosa. No, disse. Voleva scendere a mangiare tra qualche minuto? No, disse ancora, aveva mangiato in aereo. Guarda, dalla finestra puoi vedere la cattedrale. Lui chiuse brusco la tenda. Senza dire nulla Nana lo fece sedere sul bordo del letto e lui le sorrise appena, e Nana lo aiutò a togliersi la camicia e lui lasciò fare, e per la prima volta in vita mia potei vedere il suo tatuaggio da prigioniero sul braccio nudo. Poi io e Nana scendemmo al pianoterra per un panino e una birra, che consumammo in silenzio.
La mattina dopo, durante il viaggio, la conversazione in lingue sconosciute continuò. Non capivo nulla, e Nana non mi traduceva se non poche parole di quando in quando, ma vedevo zio che ogni tanto rideva, e a volte si commuoveva. Osservavo Nana con meraviglia e rispetto. A mia memoria nessuno mai era riuscito a far sorridere zio Ezra.
Koblenz si rivelò una magnifica città adagiata su un placido fiume serpeggiante. Si vedeva un castello, che ancora una volta zio Ezra rifiutò di guardare, tenendo fisso lo sguardo davanti a sé. In quel momento compresi che non voleva associare nulla che fosse tedesco con la bellezza. Forse, addirittura, aveva deciso che nulla di bello lo avrebbe toccato mai più. Lasciai perdere, gli chiesi invece l’indirizzo dove stavamo andando, e lui tirò fuori un foglietto malconcio a quadretti con una grafia strana che Nana decifrò e io inserii nel navigatore.
“Cos’è questo posto? Da chi stiamo andando, zio?” Chiesi.
La sua risposta era inaudibile, così gliela dovetti far ripetere due volte.
“Anna Finkelstein”, compresi alla fine.
Lungo i vicoli della città vecchia non si trovava parcheggio. Mentre cercavo un posto lasciai Nana e zio Ezra in un caffè. Quando finalmente tornai, vidi che non parlavano e non ridevano. Ezra era ancora più cupo e teso del solito. Anche Nana lo guardava in silenzio. Forse si stava preparando all’incontro. Un incontro che era riuscito a farlo uscire dal suo rifugio e prendere un volo per l’Europa. Possibile che questa Anna Finkelstein fosse una storia d’amore? Che Magda fosse stata dimenticata così in fretta? Che lui ed Anna si fossero impegolati in una relazione, quando ancora si credeva che Magda fosse viva? Che ne posso sapere io, mi dissi. La guerra deve essere stata un tempo infinitamente lungo. Ci doveva essere stato spazio per molte cose.
Salimmo per vecchie scale che davano su un cortiletto interno pieno di neve, tra odori di caffè e di cavolo. Ad Anna Finkelstein occorse qualche momento per capire. Ci guardava, persa, uno alla volta, sollevando gli occhiali dal naso con due dita. Poi lo riconobbe. Si fece avanti con gli occhi umidi, gli prese la testa tra le mani, se la adagiò su una spalla, e piansero.
Era alta, più di Nana. Capelli sciolti, cosa insolita per una donna della sua età, e una voce grave e roca da fumatrice. Ci fece sedere, accettò l’aiuto di Nana per preparare un caffè.
Ora a parlare in Yiddish, bere caffè e fumare erano in tre. Solo di tanto in tanto la mia ragazza riusciva a tradurmi qualche parola della conversazione che scorreva fitta e veloce.
Sono stati prigionieri insieme. Mi disse. E: Anna morirà presto. È per questo che lo ha chiamato. Per ringraziarlo prima di morire.
E ancora: Ezra ha salvato suo figlio. David. Quando erano in lager. Ha parlato con qualcuno. È riuscito a non farli separare. Il figlio però ora è morto. Un incidente.
“Erano amanti?” Le chiesi.
“Tz”, fece Nana in fretta, facendo no con la testa, continuando a seguire la fitta conversazione. Fanno tanti nomi. Chi è vivo, chi è morto. Non seguo bene.
L’anziana donna e zio Ezra sedevano vicini su un piccolo divano di pelle nera. Di tanto in tanto lei sembrava commuoversi e lo abbracciava piena di gratitudine. Ma lui non reagiva alla stretta, rimaneva rigido e aveva ripreso quel suo sguardo fisso. Dopo un’ora, Ezra si alzò e si avvicinò alla porta. Lo seguimmo. Prima di uscire le fece un cenno del capo, senza parole. La donna rispose alzando la mano aperta. Poi si girò verso Nana: “Figlia mia, la pace sia con te. Quando guardo i tuoi occhi vedo quelli del mio David”, e l’abbracciò.
Scesi le scale sbalordito di quanto Nana possedesse una qualità di specchio, capace di evocare nostalgia; che chiunque vedesse in lei qualcuno o qualcosa che aveva amato.
Una volta rientrati in macchina mi accorsi che non avevamo un piano su cosa fare ora. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo con Anna Finkelstein né quanto sarebbe durato l’incontro. Il volo di ritorno di Zio Ezra era soltanto tra tre giorni. Dovevamo pensare a cosa fargli fare. Difficile, visto che sembrava risoluto a non interessarsi a nulla. Non osavo parlargli. Bè, da qualche parte dovremo pur mangiare, mi dissi, e mi avviai alla ricerca di un ristorante. Ma ancor prima che ci fermassimo, Ezra ruppe il silenzio e chiese qualcosa:
“Breendonk.”
Mi voltai a guardarlo. Ricordavo che Breendonk era il nome del campo di prigionia in Belgio dove era stato.
“Breendonk”, ripeté. “Quanto dista?”
Feci cenno a Nana che controllò: “Con questo tempo sei, sette ore”.
“Ci voglio andare”, disse Ezra.
Dopo un altro pranzo silenzioso, durante il quale Ezra non si mostrò né intenerito, né pacificato dall’incontro con Anna, partimmo dunque per Breendonk, mentre Nana cercava qualche paesino provvisto di albergo per la notte. Ce n’era uno sulla strada, a poche ore di distanza. Poco prima di arrivarci, in macchina si udì il suono di una notifica. Di-di-dong. Sia io che Nana guardammo i nostri cellulari, niente. Zio Ezra prese a frugare nella sua sacca, che per tutto il viaggio aveva voluto tenere ai suoi piedi e lo aveva costretto in una posizione scomoda, e ne tirò fuori un telefono. Nana ed io ci guardammo stupiti. Zio possedeva un cellulare. Se l’era portato dietro dall’America. Quando mai poteva averlo usato in vita sua?
La sua poca dimestichezza era evidente. Nana glielo tolse gentilmente dalle mani e armeggiando per qualche secondo, disse, con una risata: “Niente, Ezra, è solo un SMS.” E gli mostrò il messaggio di testo, che diceva semplicemente: Welcome to Luxembourg, elencando poi la solita serie di tariffe. Avevamo appena varcato un invisibile confine.
Ezra stette a fissare lo schermo per un tempo lunghissimo. Se possibile, era ancora più terreo e rigido del solito. Poi disse qualcosa in Yiddish. Mi parve che ripetesse la frase diverse volte. Sollevai il mento per chiedere a Nana. Lei, pensierosa, fece:
“Dice: sanno dove sono.”
Stavo per ridere, ma girandomi per spiegare a zio Ezra vidi che era sconvolto. Provai a tranquillizzarlo: “Zio, lo sanno sempre dove siamo. È il segnale del cellulare. Siamo in un mondo connesso. È per dire quanto costa telefonare da qui.”
Non fece segno di aver sentito. Proseguimmo, zitti, sino all’albergo. Anche stavolta Ezra non volle cenare con noi e io gli feci portare qualcosa in camera, una bistecca. Alla peggio non avrebbe aperto la porta. Peggio per lui. Io e Nana eravamo affamati e divorammo spezzatino di cacciagione con spaetzle, scolandoci una bottiglia di ottimo vino e permettendoci anche un assaggio della loro acquavite. Salendo in camera, Nana barcollava appena. “È ancora per poco. Presto tutto questo sarà finito”, le sussurrai in ascensore baciandole il collo.
Aprii gli occhi che doveva essere ancora molto presto. Dalla fessura tra le tende ancora nessun accenno di chiarore. Mi voltai per guardare l’orologio, ma non riuscivo a vederlo, la testa di Nana lo copriva.
“Dormi?” Mi chiese in un sussurro.
“No.”
“Pensi a tuo zio?”
“No. Non lo so.” Mi misi a sedere. Ora vedevo il display della sveglia, le sei e dieci. Nana allungò un braccio ad accarezzarmi la guancia.
“Che mestiere faceva?”
“Prima della guerra, il sarto. Dopo, niente. Stava con noi.”
“Il sarto. Ora capisco. Diceva Anna che veniva chiamato di continuo a sistemare le uniformi dei Tedeschi.”
“Cosa?”
“Nel campo di Breendonk. Dice che ogni due o tre giorni lo chiamavano e lui stava tutto il giorno nella baracca degli ufficiali a rammendargli i vestiti.”
“Sarà. Non me ne ha mai parlato.”
Nana si tirò un po’ su, appoggiandosi alla mia spalla. Prese un gran sorso dall’acqua che teneva sul comodino, poi mi passò la bottiglia. Mi resi conto che avevo la bocca secca, una gran sete, e un’ombra di mal di testa. Maledetta acquavite.
“È strano, sai? Anna gli era così riconoscente, lo ha chiamato per ringraziarlo prima di morire. Lui, per tutto il tempo, sembrava impaurito. Come se si aspettasse invece il suo disprezzo.”
“Disprezzo, per cosa?”
“Non lo so. C’erano delle parti che non capivo. Continuavano a menzionare il Lussemburgo. E ora siamo proprio in Lussemburgo. Strano, no?”
“Come, menzionavano il Lussemburgo?”
“Ezra continuava a parlare di questa coppia. Dice che venivano dal Lussemburgo. O che si chiamavano Luxembourg, non ho capito. Due che erano a Breendonk con lui e con Anna.”
Ora potevo vedere gli occhi di Nana scintillare al riflesso di una minuscola lama di luce che penetrava dalle tende. Lentamente cominciammo ad alzarci. Lei si avviò verso la doccia. Tanto valeva che scendessimo a prendere un caffè, di dormire non se ne parlava.
“Tuo zio Ezra era stupito del fatto che non fossero morti. Anna gli assicurava di aver avuto loro notizie dopo la guerra. E lui ripeteva: li ho visti portare via. Sono tornati su questo punto tre o quattro volte.”
Nana riaprì la porta del bagno, avvolta in un grande asciugamano bianco, spazzolino in bocca. Mi fece segno che era il mio turno per la doccia. Entrai e mi misi sotto il getto d’acqua calda. Sollievo per la mia testa indolenzita.
“Nana, secondo te, come mai ha detto Sanno dove sono? Come può pensare che ci siano ancora dei nazisti che lo sorvegliano?”
Nana si sporse all’interno della doccia e mi spense l’acqua.
“No. Non nazisti”, disse. “Altri prigionieri.”
Cominciai ad asciugarmi, prima di prender freddo. Nana si stava già vestendo. Già, ci mettono niente ad asciugare, i suoi capelli.
“Non capisco. Dici che lui teme più degli ex prigionieri dei nazisti? Gente che credeva morta? E che gli possono aver fatto?”
Nana aveva di nuovo quel suo sguardo onnisciente. Però non sorrideva.
“No”, disse ancora una volta. Non qualcosa che gli hanno fatto. Qualcosa che lui ha fatto a loro.”
Scendemmo a fare colazione alle sei e mezza. Mangiammo tanto. Bevemmo parecchio caffè. Alle otto Ezra non si era ancora visto. Alle nove facemmo chiamare la sua stanza. Quando non ci fu alcuna risposta, scongiurai la receptionist di darci una chiave. Non poteva, disse, ma alla fine venne con noi e aprì lei la porta col tesserino magnetico e le toccò vedere tutto: la vasca colma d’acqua insanguinata, il coltello da bistecca abbandonato a terra accanto al vassoio che avevo fatto portare, i polsi segati, il morto nell’acqua rossa con gli occhi spalancati.
Un delatore. Uno che passava i pomeriggi con gli ufficiali nazisti e raccontava cose. E quelli di cui lui parlava, loro li portavano via. Un uomo terrorizzato, che bastava un nulla, un messaggio anonimo di testo in un cellulare, per terminare. Uno che era morto in anticipo, che aveva chiuso col mondo, che aveva voluto punire la mia adorazione e prevenire il rispetto di chiunque. Uno che era stato così facile ignorare e fraintendere.
Non arrivammo mai a Breendonk. Non so com’è. Lo immagino piatto e nebbioso.
