Da piccolo disegnavo e leggevo. Non mangiavo nulla.

Ogni mattina mi svegliavo con un senso di nausea e non mi andava di mandar giù niente, neanche un biscotto, neanche un po’ di tè. Dice mia mamma che mi ammalai, che diventavo blu e svenivo. Ero arrivato a svenire quasi ogni giorno. Ero proprio piccolo, ma credo di ricordarmelo: l’oscurità che riempie lenta il campo visivo, la sensazione di precipitare morbidamente in un vuoto esangue. I miei fecero il giro di dottori che mi dichiararono intollerante a questo o a quel cibo. Uno alla volta eliminammo fritti, pane, pasta, formaggio burro, carne. Dimagrii, non miglioravo. Alla fine, una dottoressa grossa e materna che mi scompigliava sempre i capelli disse che ero semplicemente denutrito e che dovevo mangiare tanto, spesso, e di tutto. Da quel giorno a tavola comparve una straordinaria abbondanza di piatti con le cose più grasse e stuzzicanti che un bambino potesse desiderare. Un bambino che mangia, cioè.

Dai, senza pane, ripeteva a ogni pasto mio padre sciogliendo la sua abituale severità in un tono di invitante disperazione. Io serravo gli occhi, cercando di capire quanto potevo tirare la corda senza esasperarlo. Ero miope ma non lo sapevo, perché ancora doveva venire il primo giorno di scuola, quando la maestra avrebbe chiesto se c’era qualcuno che sapeva leggere e io avrei detto Io, che mi ha insegnato mia mamma, e lei, Dimmi cosa c’è scritto qui, e avrebbe battuto due volte col gessetto sulla lavagna sollevando una nuvoletta bianca e impalpabile, e io me ne sarei rimasto muto strizzando gli occhi su quei segni indecifrabili, e i miei nuovi compagni avrebbero iniziato a mormorare Non è vero che sa leggere, e io stesso avrei cominciato a dubitare di saper leggere davvero, finché lei avrebbe capito: Alzati, vieni più vicino, e io finalmente avrei letto: Oggi, due ottobre, è il primo giorno di scuola.

Ero smilzo, malato, timido, e ora pure con gli occhiali spessi che mi facevano gli occhi piccoli e stupidi e fuori posto e si fracassavano ogni volta che cadevo o quando mi arrivava una pallonata in faccia. Nonostante gli occhiali, continuavo a concentrarmi sulla sfera familiare delle cose vicine che avevo sempre visto benissimo. Un moscerino che annega nel bicchiere di succo di frutta. La goccia di sugo che inzacchera un maccherone. I puntini simili a nei che butterano le fragole. Le superfici screziate di grasso del prosciutto, che si attaccava alle dita quando lo volevo eliminare e mi lasciava il suo odore nelle mani. La natura fibrosa della carne bollita, che a strapparla rivelava una struttura che, lo sapevo, era muscolo come quelli che il professor Zanetti cercava inutilmente di sviluppare nell’ora di ginnastica, con esercizi che richiedevano cavalletti, pedane elastiche e altri oggetti di cuoio e metallo nero così simili a quelli che avevo visto in quel documentario color seppia sui manicomi criminali del secolo scorso.

È difficile oggi rievocare l’intensità dell’odore dei funghi passati in padella, che mi faceva quasi svenire. Del piatto osservato come attraverso una lente, con i suoi colori intensi, i dettagli difficili da sostenere e il tempo infinitamente rallentato dell’esperienza. Il pensiero che una lingua o un dito potessero aver sfiorato il cibo che stavo per toccare mi dava un’ansia e un disgusto intollerabili.

L’idea di pulito e sporco che i miei mi avevano trasmesso si applicava più all’impurità del cibo che alla mia igiene personale. Alla fine di un pomeriggio di calcio al campetto ero sempre io il più fetido della squadra, e i compagni mi chiamavano Calzino. Però l’idea della contaminazione mi era intollerabile. Che non fossimo completamente isolati, ma ricoperti da mucose che si trasferiscono, portatori di starnuti e colpi di tosse che le fanno viaggiare, espiratori mefitici che avvolgono gli altri col fiato, avviluppandoli nelle esalazioni dei nostri processi interni di digestione e putrefazione come mosche in una ragnatela. Insomma scappavo da ogni pasto più veloce che potevo, e subito mi mettevo a leggere o a disegnare. Ero figlio unico. Leggevo o disegnavo tutto il tempo, a parte le uscite per giocare a pallone durante le quali affinavo la mia idea di competizione, di violenza, e la consapevolezza dell’impossibilità di comunicare con chiunque.

Leggevo. Leggevo di tutto.

I cibi letterari, quelli sì me li gustavo. Tutti quanti. La bistecca alta tre dita e la montagna di patatine fritte di Tex Willer, il clam chowder nella fumosa locanda di porto di Moby Dick, i frutti tropicali nei libri di Salgari, gli hot dogs, caffè e donut dei poliziotti americani, anche se evidentemente preparati in carretti rugginosi dalle scarse possibilità igieniche. In quello spazio mentale non c’era contaminazione.

E disegnavo di tutto, su tutto. Riempivo di omiciattoli e mostri ogni foglio libero, il retro degli scontrini, le pagine bianche all’inizio e alla fine di un libro. Disegnavo fumetti. Uno dei miei personaggi era l’alieno Zikhr, nato già adolescente da un uovo misterioso, in uno scantinato di New York. Zikhr, che aveva il potere di ipnotizzare qualsiasi creatura, convinse due brave persone che era figlio loro, e quelli lo amavano, gli servivano i pasti, lo tenevano ad abitare nella loro casa. Ma non era figlio loro, era figlio di sconosciuti esseri lontani, di casa chissà dove nell’infinito spazio stellare, creature che non aveva mai conosciuto.

Una volta tentai di costruire un cartone animato sulle sue avventure, utilizzando una scatola bucata, una torcia e un rotolo di carta igienica, ma l’esperimento fallì. Zikhr rimase un eroe dei fumetti.

Nemmeno Zikhr mangiava tanto. Come me, non riusciva a buttar giù quello che gli preparavano i suoi finti genitori, e allora a ogni pasto li ipnotizzava, facendogli credere di aver terminato e gustato tutto.

Si nutriva di Polvere di Moltec. Ne aveva un sacchetto appeso alla cintura. Di tanto in tanto, quando si sentiva debole, ne mandava giù una presa, come fosse tabacco, e questo lo sostentava per una settimana. Non arrivai mai a stabilire cosa fosse esattamente o da dove provenisse la polvere di Moltec.

Disegno ancora. Adesso però col computer.

Avete presente quando in un film c’è un attore di una determinata età, diciamo Michael Caine, e a un certo punto la telecamera inquadra il camino, e sopra il camino c’è una mensola, e sulla mensola ci sono delle foto, che gli americani c’hanno sempre sta montagna di foto, e una di quelle foto è di lui da giovane in uniforme da Marine, con la moglie, giovane anche lei, vestita e con la pettinatura di trent’anni fa. Ecco: io sono quello che si è procurato una foto di Michael Caine da giovane e girato dalla parte giusta, ha rastrellato archivi per rintracciare l’immagine adatta di un’uniforme dei Marines, ha sistemato in Photoshop la scena in modo che risulti credibile. Quando c’è da tirar fuori un ritratto dell’attore da giovane in uniforme militare con moglie e bambina in braccio chiedete pure a me, ci penso io.

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Ho incontrato Bea a Los Angeles nell’inverno del 2013. Lavoravamo entrambi a una serie televisiva che nonostante il successo è durata poche puntate, per via dell’improvvisa morte per overdose del protagonista. La storia si svolgeva su piani temporali diversi, e così dovevo produrre una grande quantità di immagini e filmati degli attori dieci anni prima, trent’anni prima, da piccoli, e persino proiettati nel futuro. Ricordo una foto di quell’attore lì, a novant’anni – Chip Tomlinson, si chiamava – anche se lui quando è morto ne aveva solo ventinove. Mi era venuta da dio, specialmente gli occhi e l’incurvatura delle spalle.

Ricordo interminabili riunioni esaltate da fiumi di caffeina, in cui Bea prima mi chiedeva cose impossibili, poi mi spiegava come realizzarle. Lavoravamo nell’appartamento tutto vetri di uno dei produttori, in Pacific Palisades. Io e Bea eravamo gli unici del team a non fumare, così di tanto in tanto ci prendevamo una pausa in terrazzo per respirare aria pulita. Gli altri fumavano e toccava a noi uscire, ma non ci importava. Era bello lassù sotto quel cielo sempre senza nuvole, il tramonto sul mare indovinato attraverso il rigoglio di piante grasse e vermigli uccelli del Paradiso che sembravano tenerci d’occhio. L’umidità dell’oceano ci entrava nelle narici come un freddo balsamo, faceva danzare in modo buffo i corti capelli rossi di Bea mentre continuavamo a parlare delle scene, capendoci al volo senza l’intoppo degli altri che ci rallentavano.

A fine giornata io e lei scendevamo a mangiare tacos e tostadas in un buco messicano a Westwood. Niente di che, ma ci piaceva il cortile silenzioso e isolato dal traffico, strabordante di piante di Aloe, dove eravamo quasi sempre soli. Al ritmo di due, tre, quattro birre a testa eravamo diventati amici. Ero arrivato a sapere parecchio di lei. Di sua madre, che pure si chiamava Bea, ed era una donna straordinaria. Dello sceneggiatore bastardo che l’aveva appena lasciata. Dell’Italia, dove stava per tornare. A modo mio la corteggiavo, ma era un’impresa impossibile. Una bellezza e un’intelligenza così pure, insieme. Lei lo sapeva e cercava di essere sempre professionale, mai seduttiva. Era abituata a piacere, si muoveva minimizzandosi con eleganza in un mondo di ammiratori. Io impazzivo lo stesso, e cercavo di annegare nella birra e nel lavoro le mie frustrate ambizioni amorose.

Il suo piatto favorito erano i tacos de lengua. La prima volta che ne ordinò per entrambi, capii subito cosa c’era dentro quel disco morbido di mais. Mi vennero in mente le domeniche dai nonni, e quel trionfante piatto ovale con una gigantesca oscena lingua di manzo srotolata tale e quale a un fischietto di carnevale a ricoprirlo tutto, circondata da patate che avrei anche mangiato se non fossero state a contatto con quella cosa, cosparsa di prezzemolo come fosse erba appena rigurgitata da ruminare.

Difficile immaginare qualcosa di più contaminato di una lingua. La porta da dove le brutture del mondo esterno entrano nel corpo, e quelle del corpo possono uscire al mondo. Prendi un gatto. Mangiare. Pulirsi. Leccare via lo sporco, la placenta di un nuovo nato. Invischiare il mondo di saliva. Il lunghissimo bacio di mia cugina con il suo fidanzatino, spiato da una cabina in spiaggia, che mi sconvolse per la sua brutale umida intimità. Davvero avrei un giorno anch’io condiviso la mia saliva con qualcuno?

Bea prese un morso di quella lingua e fece un’espressione estasiata. La addentai anch’io, un boccone abbondante. Buonissima. Ormai avevo ventisei anni, cazzo, e non mi spaventava più niente, tranne Bea. Lei però doveva essersi accorta di qualche mia impercettibile esitazione, perché mi chiese se andasse tutto bene, o se io ero magari uno di quelli che non mangiano senza pensieri la lingua e il rognone e quelle altre cose lì. Le spiegai che sì, mangio tutto, ma che non era sempre andata così.

Se ricordo bene, dissi, gli spinaci furono il primo cibo disgustoso che accettai di mangiare. Quelle foglie scure, bagnate, mosce, avvilite dal vapore acqueo e schiaffate su un piatto luccicante d’olio mi furono suggerite al seguito di un cartone animato di Braccio di Ferro. Se lo fa lui, disse mio padre. Così le provai, come un dovere, come una medicina, una improbabile speranza di ottenere finalmente qualcosa di buono da un cibo. E, piano piano, presero quasi a piacermi. Tollerabili, insomma.

Poi fu la volta degli asparagi. Quelli li mangiai a casa di zia Gina, quando dovetti stare un paio di giorni da lei perché mamma fu costretta in ospedale per un’operazione.

Zia Gina era molto giovane, e molto sbadata. Inciampava, tutto le cadeva di mano. Così giovane che aveva l’aria di chi non ha da insegnarmi nulla, e mi parlava come i miei compagni di gioco, ma senza gli sgambetti e le spinte e le prese in giro. Aveva degli occhiali ancora più spessi dei miei. Da presbite però, che le davano un’espressione sbalordita. Ascoltava di continuo canzoni d’amore e piangeva per un macellaio che non si capiva le la voleva sposare o no.

Era segretaria, e poetessa. Quanto brava non so, perché le poesie che scriveva su un quaderno nero con un’inaccessibile serratura metallica non me le fece leggere mai. Ero io che le leggevo le avventure di Zikhr, che lei commentava con domande che mi spiazzavano. Ma se Zicchir (così lei lo pronunciava) è un alieno, come fa a somigliare sputato a un essere umano? E se è umano, perché nasce da un uovo? Chi ce l’ha messo quell’uovo a New York? E se non ha nessuno, come fa a sapere che si chiama Zicchir? Ma quando ipnotizza i suoi genitori (sì, finti, va bene), non gli dispiace nemmeno un po’?

Era l’unica persona al mondo che leggesse più di me. Aveva una casa colma di libri. Libri sui tavoli, sui comodini, sul letto, per terra, su uno sgabello accanto alla vasca da bagno. Libri appoggiati a libri, a pile, a cumuli. Mi piaceva passeggiare accanto a quei pilastri di carta dall’odore ammuffito, sbirciare titoli e autori sconosciuti. Il suo autore favorito era E. Dickinson, che pensai fosse un uomo.

Quando zia Gina mi riconsegnò ai miei veri genitori riferendo casualmente che ero stato bravo e che avevo divorato bistecca con asparagi e gelato, i miei non dissero nulla, ma poi, chiusa la porta, se la presero con me. E come mai che da lei mangi tutto e da noi niente? Cos’è, non è buono quello che ti facciamo noi? Mica potevo dirglielo quello che zia Gina mi aveva imposto di tener segreto. Mi aveva detto oggi cucini tu. Mi aveva messo in mano come un gioco quella schifosa bistecca sanguinolenta -regalo del macellaio, sicuro- una padella con un goccio d’olio, me l’aveva lasciata cuocere senza dirmi nulla fino a diventare nera e dura come piaceva a me, come i miei non mi avevano concesso mai, e adagiarla trionfalmente nel piatto, rigida come un pezzo di cuoio, dopo aver perduto ogni disgustoso succo vitale ed essere arrivata ad assomigliare a un lingotto compresso di polvere di Moltec. Pietrificata, purificata, deliziosa. Degli asparagi di contorno nemmeno mi accorsi. Il palmo della mano bruciato dal bordo della padella riuscii a tenerlo nascosto fino a completa guarigione. I miei, veri o finti che fossero, non lo seppero mai.

Da allora non mi persi una volta che mia madre cucinava. Presi ad aiutarla. Lo sporco generato da me e tenuto d’occhio in tutte le sue fasi era meno inquietante di quello misterioso che proveniva da un piatto preparato da altri. Quando, a diciott’anni appena compiuti, me ne andai di casa, sapevo fare risotti e brasati. E quanto, a ventitré, mio padre cadde dalla bicicletta e scivolò dentro un lago ghiacciato, comprai una testina d’agnello. La feci alla brace, me la appoggiai sul piatto, osservai il cervello che riposa nella sua nicchia, i denti verdi alla base dall’erba brucata, i muscoli anneriti dal fuoco. La mangiai tutta. La materia grigia, molle e pastosa. I muscoli delle guance. L’occhio. E piansi, perché papà non poteva vedermi.

Bea era rimasta in silenzio ad ascoltare per tutto quel tempo. Infine mi prese la testa tra le mani e mi baciò. Non potrei mai baciare uno che non tocca la lingua, mi disse tra un umido bacio e l’altro in quel cortile profumato di fiori. Non ho mai capito se fosse una battuta.

 

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