Per una volta questo non è un racconto. È un omaggio. A te, Mister Gregory Bateson.
Butto giù questa nota al telefono, su un’auto sobbalzante, per alleviare la tensione di un viaggio di lavoro tra le colline nebbiose della Cina del sud, con un autista muto e un interprete che si rifiuta di interpretare qualsiasi concetto che sia più lungo di un’infilata di tre parole, e richiede infinita pazienza. Senza bisogno di appunti, tante sono le idee che devo a te, rimaste impresse nella mia memoria e assorbite fino a diventare carne della mia carne, fin da quando ero un ragazzino magro e sperduto, pieno di teorie e con nessuna pratica del mondo.
Immagino non tutti sappiano chi eri. Eri uno scienziato. Che altro? Figlio di scienziati, amico di scienziati, nemico di scienziati, marito di una scienziata, padre di una scienziata, Mary Catherine, che scriverà di te un commosso ricordo: Con occhi di figlia. Chissà dove l’ho messo, quel libro.
Nemmeno in vita, immagino, ti conoscevano in molti. Era tua moglie quella famosa: Margaret Mead, antropologa, autrice di saggi fondamentali e controversi sul ruolo della donna e della sessualità. Viaggiatrice, spesso con te. Testimone dei costumi sessuali in Samoa, Papua, presso gli Arapesh e i Mundugumor. Controversa. Famosa. Essere sposati a Margaret Mead era un po’ come essere sposati ad Einstein o Leonardo. Per molti non eri che il suo terzo marito. Quello che lei ha amato davvero, di cui ha tenuto la foto sul comodino sempre, anche quando l’hai lasciata, anche quando si è messa a sperimentare storie con donne come Ruth Benedict e Rhonda Metraux, fino al letto di morte.
Sei l’ultima immagine che lei ha visto. Lo vedi? Non succede soltanto a me. Sei tu. Sei tu che induci la gente a renderti omaggio.
Ti immagino a uno di quei doverosi party dell’ambiente scientifico, appoggiato al bancone con un bicchiere in mano, curvo per l’abitudine di attenuare la tua notevole altezza, un sorriso sornione, gente che ti passa davanti sorridendo, poi si ferma improvvisamente pensierosa e ti chiede: ma lei chi è. E tu a indicare Margaret, a dire sono con lei. Immagino non fosse mai facile rispondere alla seconda domanda, definire di cosa ti occupavi tu. Al di là dell’incarico che qualche università o fondazione scientifica ti stava finanziando in quel momento: studiare il linguaggio dei delfini, le radici della schizofrenia, il comportamento di semplici automi, la comunicazione non verbale, le imperfezioni e i cortocircuiti della genetica, le variazioni della morale in diverse culture, la simmetria negli esseri viventi.
Ti immagino rispondere, non senza la cupa vanità di chi sa che non sarà compreso, con una delle tue frasi più conosciute: mi occupo della struttura che connette. Perché tu, Gregory Bateson, come uno studentello brillante e un po’ discolo, al di là dell’incarico che apparentemente ti stava occupando al momento e per cui eri pagato, riuscivi sempre a lavorare sottobanco alla cosa che ti interessava davvero, quella che non potevi fare a meno di vedere, qualsiasi cosa ti si parasse davanti: alla maniera misteriosa in cui tutte le cose si assomigliano.
Conosciamo molte tue teorie, anche se non le colleghiamo al tuo nome. Sono divenute popolari in seguito, le associamo ad altri autori, ma vengono da te, che le hai toccate e poi lasciate ad altri da sviluppare. Anche se nessuno dei tuoi successori ha mai avvicinato la tua grazia e semplicità.
Quando andavi all’università a insegnare, eri solito portare alla tua prima lezione un granchio bollito in un sacchetto di carta, acquistato ad uno dei banchetti del porto. Lo tiravi fuori come prima cosa, lo lasciavi in mostra sulla scrivania, ad accumulare interesse mentre preparavi le tue carte. Poi iniziavi la lezione afferrandolo e tenendolo alto col braccio, chiedendo: se fossimo marziani, che non hanno mai visto nessun animale terrestre, e trovassimo questo reperto fossile, potremmo dedurre con certezza che questa è stata una creatura vivente, o no? Lo hai fatto tante di quelle volte che avevi in mente una previsione piuttosto accurata della sequenza degli interventi che si sarebbero succeduti. Te li degustavi mordicchiando la tua pipa spenta, segnandoti mentalmente i volti degli allievi più interessanti. Qualcuno avrebbe tirato in ballo la simmetria. Qualcun altro l’avrebbe negata. Attendevi il più brillante, quello che di lì a poco avrebbe detto che sì, la chela destra è molto più grande, ma la struttura delle due chele è identica. Più che identica, speculare, avresti corretto. Da qui saresti passato alla tua idea di simmetria, attraverso una serie di domande di cui ricordo la più geniale: ma al mattino, quando mi rado, come mai lo specchio inverte destra e sinistra ma non l’alto e il basso?
La tua elegante e semplice spiegazione non la scorderò mai. Non che fossi tremendamente interessato alla simmetria. E nemmeno alle applicazioni nel campo della genetica, alla cupa elementare illustrazione di come uno sfortunato bambino possa nascere con due braccia destre per via di una semplice rottura nella catena di informazioni del DNA. È la forma così graziosa delle tue argomentazioni che mi incantò.
Non eri nuovo alle leggi della genetica. Tuo padre, William Bateson, fu l’inventore della parola “genetica”. Anche lui si occupò di argomenti diversi, principalmente in ambito biologico. Dicono che a un certo punto si ritirò dall’attività scientifica perché studiando le zebre scoprì che ogni gruppo aveva strisce di distanza diversa, ma le proporzioni delle strisce tra gruppi di zebre diverse erano sempre del doppio o della metà; il che gli ricordò la distanza tra le ottave musicali. Dicono che si ritirò dalla vita scientifica dichiarando, non so se più ispirato o sconsolato: “Tutto è vibrazione”.
Io, che mi diverto a scribacchiare storie inverosimili, esiterei a inventare una situazione come questa. Eppure.
Fosti tu a spiegarmi che la crescita procede attraverso la Serie di Fibonacci e la Sezione Aurea. Tu, ad indicare che una forma a spirale – occhi di Santa Lucia, vortici, chiocciole – indica necessariamente che c’è qualcosa di vivo, impegnato in un processo di crescita. Questo, precisasti, non riguarda le galassie che naturalmente fanno eccezione. Ed è lì che forse ti sbagliavi, ma questa è un’altra storia.
Fosti tu a ricordare che ciò che noi chiamiamo Inconscio e che io, seguendo capricciosamente la tradizione dei Sufi, chiamo Essenza, è governato da regole estremamente precise, matematiche; ed è piuttosto quello che noi chiamiamo Conscio ad essere caotico. Ancora una volta, il tuo esempio pieno di grazia spiega, usando il comportamento dei lupi, come con l’essenza, con l’inconscio, con la comunicazione non verbale, si possa parlare soltanto di ciò che è presente in questo momento: non c’è domani, non c’è alternativa, non ci sono ipotesi. Soltanto il qui e ora. Come fa allora un lupo, a dire a un altro lupo: Non voglio farti del male?
Semplice: si mostrerà nella postura più indifesa, offrendo la parte più vulnerabile del collo alle zanne dell’avversario per un morso letale. In questo modo l’avversario, scoprendo che l’altro è così disponibile a morire, in preda a un cortocircuito, non lo ucciderà.
L’ho capito, Signor Bateson. Mica vuole dire uccidimi, quel lupo, quando dice uccidimi. Vuole dire: ma ti pare il caso di uccidere uno che si fa uccidere così bene?
Ceci n’est pas une pipe.
È questa, Mister Bateson, la differenza tra uso e menzione.
Io posso usare il collo, scoprendolo accidentalmente durante una lotta, e venendo azzannato a morte. Oppure posso menzionarlo, dire e vai, coraggio, e azzannami! (faccio per dire, eh).
Posso usare la parola piove, dicendo: tò, piove. Oppure posso menzionarla, dicendo: ‘Piove’ ha cinque lettere. Menzionandola, la stravolgo ed ho il potere di disattivarla, modificarla, annullarla, ricontestualizzarla, trasformarla nel suo contrario se voglio. Non farmi azzannare, se sono intelligente e ho cieca fiducia nelle ferree leggi del linguaggio non verbale.
L’esempio che usasti tu, Mr. Bateson, è, al solito, più immediatamente comprensibile dei miei: un pugno dato in un ring di boxe prima del gong è sport; dopo il gong è un crimine. Il Gong rappresenta il contesto, l’accordo, la regola sportiva, le virgolette attorno alla parola ‘pugno’.
E adesso che stai guardando, Signor Bateson? Il tuo cane, dici. L’hai sguinzagliato al parco ed ora corre dietro a un coniglio. Il cane insegue. Il coniglio scappa.
Il coniglio scappa perché il cane insegue, o è il cane che insegue perché il coniglio scappa? Domandi all’improvviso. Difficile dirlo, non è vero? Per descrivere questo tipo di fenomeni utilizzasti l’ostico, scientifico termine Schismogenesi, ovvero differenza che genera una differenza.
Dicesti che era più conveniente parlare di “sistema cane-coniglio” come un tutto unico, piuttosto che ostinarsi a pensarlo come due creature distinte. Una creatura unica, che scappa e si insegue. Un Ouroboros.
Prendiamo un’altra situazione, Signor Bateson. Una stupida, di quelle che ti piacevano. Un omaccione si avvicina a un ometto e lo minaccia col pugno.
Qui possono succedere due cose: o l’ometto si fa più piccolo (E quindi l’omaccione più aggressivo e quindi l’ometto più piccolo: schismogenesi). Oppure l’ometto reagisce e quindi l’omaccione si fa più aggressivo e quindi l’ometto reagisce di più (sempre schismogenesi). Una differenza che genera una differenza.
All’epoca c’era una guerra in Vietnam, e New York era una città estremamente pericolosa, con un indice di criminalità altissimo. Tu, prodigioso Signor Bateson, scrivesti due lettere sulla schismogenesi: una al Presidente degli Stati Uniti e una al Sindaco di New York, spiegando che più i poliziotti avrebbero affinato le loro tecnologie e tecniche, più i ladri avrebbero fatto altrettanto. Più gli Stati Uniti avrebbero inviato contingenti militari con armi tecnologicamente avanzate, più sarebbero stati sconfitti dalla guerriglia. Cercasti di dissuaderli dal continuare a far guerre e cacciare ladri. E poi dicono che io invento storie inverosimili.
Pensavi ti avrebbero ascoltato? Né il Presidente né il Sindaco di New York degnarono queste lettere di una risposta. Darei molto per poter vedere le loro facce mentre leggevano le due pagine dattiloscritte di questo sconosciuto scienziato che spiegava serenamente che avrebbero dovuto invertire la loro visione politica.
Un altro modo di spiegare la schismogenesi è: stimolo, risposta, rinforzo.
Il cane corre: stimolo. Il coniglio scappa: risposta. Il cane corre di più: rinforzo. Una spirale infinita.
L’espressione ‘stimolo/risposta’, un tempo molto comune in cibernetica, è rimasta come residuo, superstizione di questa teoria.
L’ho usato questo schema, Signor Bateson. Per capire le mie prime rovinose esperienze con ragazze. Quello che non andava con i miei. Per me tu sei l’esempio di quello che deve essere non tanto uno scienziato, ma un essere umano: spremere e discernere leggi dall’esperienza quotidiana. Anche questo, siamo. I tuoi ragionamenti su simmetrie e asimmetrie mi servono per attraversare indenne la mia giornata, per capire come mai il mio traduttore non sa convogliare quello che vorrei dire durante i miei faticosi incontri, mi aiuta a leggere le tre donne di fronte a me al ristorante che ora alzano la voce e si toccano la spalla. Stanno parlando di uomini certamente, di noi maschi, dei nostri fallimenti e contraddizioni.
Mi hai insegnato una delle dimensioni di ciò che significa essere un uomo: cioè un animale curioso.
Un giorno, Signor Bateson, ti domandasti cosa succede se lo stimolo è ambiguo. Ne venne fuori la teoria del doppio vincolo o doppio legame, a seconda delle traduzioni di Double Bind, all’origine di forme della schizofrenia in cui un genitore o una figura importante pone il paziente in una situazione impossibile dando due informazioni contrastanti, impossibili da seguire nello stesso momento. Fai questo, non farlo. Ti voglio bene, ti odio: nello stesso istante. Ti voglio bene a parole e ti odio attraverso comunicazione non verbale, con la postura, con lo sguardo; così che qualsiasi impressione se ne riceva si sarà nel torto. Per un bambino indifeso, questa tortura indicibile porta a forme della schizofrenia.
Tu, Mr. Bateson, andasti a trovare i genitori di una di queste pazienti. Quando la madre ti aprì, le porgesti un grande mazzo di fiori perché “ volevo portarle qualcosa che fosse bello e disordinato allo stesso tempo”.
La donna sorrise, e nel suo ringraziamento non mancò di far notare che non sarebbe stato facile trovare un vaso e un posto per un mazzo così grande. Con la spesa di pochi fiori, una visita di dieci minuti, la tua ipotesi fu frettolosamente confermata.
I mastri Zen usarono una forma controllata di doppio vincolo per indurre i loro allievi a uscire dalle ristrettezze della mente logica. Invocando l’applauso di una mano sola. Cacciando l’allievo in situazioni impossibili, per il suo bene. È sicuramente quello che pensa io stia facendo il mio ostinato e riottoso interprete, che non si spiega come mai io insista a comunicare a tutti quelli che incontro certe mie idee balzane, invece di attenermi a come si è sempre fatto.
Mi guarda, sorride. È sollevato perché l’ultimo appuntamento della giornata è terminato, ora si va a cena. Ti porto al mercato del pesce, dice con un sorriso da bambino. Sa di colpire il mio punto debole. Sorrido anch’io.
Dice che lasciasti la grande Margaret Mead per una ballerina. Ora, non ricordo di aver mai saputo se si trattasse di un’esangue elegante danzatrice classica, o di una ballerina da caffè concerto, o di lap dance.
Incurante di ogni verità storica, come uno spregiudicato sceneggiatore Holliwoodiano, voglio immaginarla di quest’ultimo tipo, bella ed enormemente sexy, con gli occhi sgranati ad ascoltare il tuo racconto ancora più sexy di come un’ameba, una città e un sistema solare siano alla fine versioni di una stessa forma, forme di una stessa creatura. La voglio pensierosa, con un bicchiere in mano, che ripete sussurrando a se stessa, Schismogenesi, cercando di assorbire il concetto.
So perché mi sei tornato in mente proprio ora. Perché poco fa, stremati dopo un’interminabile serie di visite ci siamo fermati – io, l’autista muto e l’interprete ostinato, che richiede infinita pazienza e continua ripetizione e semplificazione dello stesso elementare concetto che vado ripetendogli da quattro giorni – al mercato del pesce, dove abbiamo acquistato vongole e cicale e lumache di mare e granchi – le tue conchiglie, i tuoi granchi, Gregory Bateson, prove inconfutabili che spirali e simmetria appartengono all’essere vivente. Li abbiamo divorati con le mani sporcandoci come bambini, a testa china, con furore animale, attorno a un tavolo rotondo, su quella tovaglia bucherellata dalle sigarette dei tanti che ci hanno preceduto, in un ristorante dall’igiene precaria e i bagni antri di un buio rugginoso, fetido e gocciolante, attraversati domandandosi dove mai avevo potuto dimenticare le mie salviette disinfettanti.
Scendendo dalla macchina, nell’oscurità, la punta del mio piede ha toccato qualcosa. Mi sono chinato a scrutare nell’ombra proiettata da lampadine precarie e crepitanti e ho visto che era un granchio sfuggito dal banco della pescheria e rifugiatosi a morire nel parcheggio. Un essere simmetrico, seppur di una simmetria formale (quella che conta Gregory, sì, mi ricordo), una simmetria di struttura anche senza perfetta corrispondenza nelle dimensioni, poiché la sua chela destra è molto più grande di quella sinistra, indiscutibile indicazione di un essere che è stato vivente.
Ti saluto o Gregory, pieno di grazia e ti ringrazio perché tutto quello che hai toccato si è trasformato in metafore indimenticabili che porto sempre con me. Il tuo dono è quello di creare forme, saper riconoscere poche esatte meravigliose leggi nel mare infinito dei fenomeni apparentemente insensati che ci circonda. Tu, Gregory Bateson, sei uno da pelle d’oca per me. Tu, Mozart, Bach, e giusto un paio di altri. Sono fatto così: se mi piazzi sul divano davanti a un film d’amore sbadiglio, ma di fronte a idee come le tue mi viene la pelle d’oca e le lacrime agli occhi.
Tua figlia Mary Catherine, nei tuoi ultimi istanti di vita, nel tuo letto d’ospedale, mise davanti ai tuoi occhi che si stavano indebolendo attimo dopo attimo un fiore. Sei petali, sei sepali, come da leggi che tu hai indagato e spiegato da maestro della metafora – che poi altro non è che l’affermazione dell’identità di cose che all’apparenza sembrano diverse. Proprio il tuo campo, Signor Bateson. Avevi detto che la natura, come l’uomo, conta: se gli elementi sono pochi, come sei petali, saranno esattamente sei, sempre. Se sono molti, come 400 pistilli in certi fiori, o i circa 100.000 capelli sulla testa di un uomo, saranno più o meno 400 pistilli, più o meno 100.000 capelli in testa.
Una sola, minuscola cosa non mi va di perdonarti: quel commento sulle galassie. Forse qui hai perso un’occasione di spingere la teoria sino a un nuovo nodo rivelatore, fermandoti alla convenzione. Stavolta temo tu ti sia lasciato condizionare da un preconcetto da uomo qualunque. Perché non potrebbero quelle enormi spirali nel cielo buio essere indizio di qualcosa che lassù sta crescendo, magari con tempi così lenti da essere per noi inaccessibili? Un passettino in più e, magari, se non sono in errore, chissà cosa avrebbero potuto vedere i tuoi occhi. I tuoi occhi, Mister Bateson, così capaci di rivelare la filigrana di leggi che sostiene nascosta il mondo di apparenze disordinate che percepiamo. La struttura che connette.
Sarebbe bello se l’ultima immagine che i miei occhi cattureranno su questa terra fosse una visione di bellezza come il tuo fiore, Bateson: una nuvola, un albero, una vallata in fiore. Per ora, ben vivo e a pancia pienissima, osservo il mio traduttore che si alza e consegna qualche banconota arrotolata al padrone del ristorante, con un generoso rutto di apprezzamento, e mi fa cenno che è ora di andare.
