Ascoltate, poiché quando parlo è il Signore che rivela misteri dalla mia bocca.
Oggi, giorno in cui gli uomini usciranno incappucciati e con grandi sciarpe e sbuffi di fiato che si condenseranno davanti alle labbra infreddolite e si raduneranno qui battendo i piedi e con calici di spirito tra le mani a celebrare l’inizio del nuovo anno; oggi, nel mattino di questo giorno benedetto, ho visto il fantasma di Rola. Poiché questa e altre cose io posso Vedere.
Stava seduta al banco dello Starbucks, contro la vetrina, e mi guardava senza sorpresa. Nessuna traccia della pietà annoiata, della fretta colpevole che annebbia gli occhi dei passanti mentre decidono di darmi o di non darmi un quarto di dollaro. Per questo mi sono accorto che era un fantasma. Solo i morti possono guardarmi senza sorpresa, senza noia, senza disgusto, senza paura, senza colpa. Mi sono accorto perché sette anni fa la Luce mi ha colpito e ora posso Vedere oltre le forme. Posso Vedere questa e altre cose, poiché il Signore nella sua Grazia ha fatto mio il Suo dono. A me, al più umile dei suoi servi, che passa le giornate espiando i suoi indicibili peccati, che mangia una volta al giorno la zuppa di carne alla mensa di Lower Manhattan, che dorme accucciato sul cartone dello schermo al plasma del negozio di elettronica di Times Square, a me che vivo della carità gettata nel mio bicchiere di carta, a me perseguitato dai poliziotti di ronda e cacciato dal mio giaciglio, che ogni giorno viene distrutto e ogni notte devo ricostruire con nuove confezioni di televisori al plasma.
Ssst! – Ora devo tacere per un momento. Ritrarmi nell’ombra dell’angolo del muro, la schiena contro il metallo gelido della grondaia. Non servirà a nulla, ma questo è il modo in cui le cose devono accadere. L’uomo del Libano ha abbandonato il negozio di televisori al plasma, è uscito a fumare. Le sue dita torturano una sigaretta e la storcono e la schiacciano. La sua sposa lo ha appena chiamato, questa e altre cose posso Vedere dalle rughe attorno alla sua bocca e dalla forma tormentata delle sue sigarette.
Ecco, l’uomo del Libano si passa le dita sugli occhi. Posso Vedere la folata di vento che giunge dal Nord e sta per toccare la sua faccia. Ora rabbrividirà, e il freddo gli farà dimenticare i suoi pensieri sulla moglie che ha conosciuto altri uomini e oggi vuole abbandonarlo. Ed ecco, l’uomo girerà il volto a sinistra, verso di me, e mi vedrà, e avrà trovato colui sul quale dirigere il mare d’odio che lo intossica.
Ed ecco infatti, ciò che ho Veduto avviene così come ha voluto il Signore. L’uomo del Libano dimentica i clienti che vogliono comperare i suoi televisori al plasma e si avvicina mormorando Brutto bastardo e sussurrando Ti avevo detto di non farti più trovare e getta il mozzicone acceso che rotola come una cometa nel firmamento del nostro Signore fino a spegnersi nel tombino, e mormora ancora Pezzo di merda, ora ti faccio vedere io.
Ora l’uomo del Libano si avvicinerà, quattro passi verso di me fino a che le punte dei suoi scarponi saranno a ridosso del mio giaciglio. Ecco che l’odio che lo intossica prenderà voce e urlerà e scalcerà il mio costato. Ventiquattro volte. Perché io posso Vedere i numeri prima che si manifestino, le parole prima che si congelino nell’aria fredda davanti alle labbra, lo Spirito prima che irrori la terra. Questa e altre cose io posso Vedere, per via del dono che il Signore mi ha elargito.
Ecco, ciò che deve avvenire avviene, lo scarpone si abbatte sul costato. Un calcio, due. Ventiquattro, saranno, perché questo è ciò che vuole il Signore. Tre, quattro, cinque. Mi proteggo con le braccia. Sangue sulle mie mani. Sei, sette.
Non distolgo i miei occhi da quelli dell’uomo del Libano. Lui mi compiange, ma ecco, io compiango lui. Perché io posso Vedere. Ho mantenuto la capacità di udire le voci e la Vista, che gli uomini hanno da tempo perduto. Otto, nove. Dolore. Ecco, il dolore mi purifica e di nuovo la Luce del Signore entra in me. Posso lasciare l’uomo del Libano e i suoi calci e Vedere ciò che il Signore nella sua saggezza ha deciso di mostrarmi, perché questo è ciò che deve accadere.
Un tempo temevo il dolore della carne. Ma ora so che ciò che accade al corpo non ha alcuna importanza, se intanto lo Spirito Vede la Luce. Poiché il corpo segue le leggi di ciò che deve accadere, mentre lo Spirito si nutre dei doni elargiti dal Signore.
Signore, Tu sai che tutto è benedetto. Benedetto me, il più abietto dei peccatori, che pure Tu hai voluto salvare. Benedetti i sensi. Benedetto il sapore del sangue sulla mia lingua. Benedetti i calci, benedetto l’uomo inconsapevole che li assesta come Tu hai predisposto. Benedette le cose, che sono le forme tangibili dell’anima. Benedetta la massa degli uomini, la santa moltiplicazione degli individui. Benedetta la carne che si fa viola e nera per un colpo, che trema a mezzanotte se si alza il vento, che si agita per il piacere e per il dolore. Che Tu sia ringraziato, o Signore, per le meraviglie che mi hai concesso di Vedere. Ogni giorno Tu fai sì che io sia visitato dalla Luce. Ogni giorno mi concedi di Vedere la felicità che gli esseri si concedono. I cani conoscono la felicità di rotolarsi nell’erba dell’aiuola. I fiori conoscono la felicità del sole. Le finestre appena lavate, la felicità di gocciolare alla luce grigia dell’alba. L’uomo del Libano conosce la felicità dell’oblio tormentando una sigaretta al freddo del marciapiede. Il cartone del televisore al plasma conosce la felicità di un corpo che lo scalda. Ogni cosa un mare di felicità. In ogni cosa un mare di cose. Flusso incessante, flusso incessante. Ogni capello un albero ogni parola un libro ogni istante un mese ogni mese una vita ogni sguardo un universo ogni universo un granello della Tua Gloria. E viene il giorno con le felicità che sono possibili solo di giorno, e la notte con le felicità possibili la notte. E viene il momento del sangue e dei calci che è insieme il momento della Luce e dello Spirito. Benedetta la luce del Signore che non mi sottrae al dolore dei calci, ma lo purifica. Benedetto ciò che sa di essere benedetto, e benedetto ciò che non lo sa. Benedetto lo schermo dei pensieri, e tutte le illusioni che ci risparmiano dolore; e benedetto il momento in cui possiamo levare lo schermo dei pensieri, e abbracciare il dolore.
Riapro gli occhi. Deve essere passato qualche tempo. La Luce del Signore è scomparsa. Sangue scuro sul cartone del televisore al plasma. L’uomo del Libano è tornato dentro il negozio. Questa volta non ha chiamato la polizia per cacciarmi, poiché questo è ciò che deve accadere.
Una bambina mi tocca la spalla. Mi volto a guardarla, mi appoggia un pacchetto di biscotti sul grembo. Le sorrido, sono lieto di sollevare la sua anima. Lei mi guarda e si domanda che tipo di creatura io sia. Posso essere un angelo, le dico, se sto quieto e sorrido. Annuisce, ha capito. Ne sono così felice che la mia mente comincia a velarsi. Troppo intenso, troppo intenso. Cerco di dire qualcos’altro ma esce fuori un suono balbettante che non riconosco. Sss, sss, piano, piano, dico a me stesso e scuoto la testa e la batto con le mani per calmarla.
Un uomo si avvicina alla bambina, preoccupato dal mio scuotermi, la prende per mano, prima di portarla via rimane un momento a guardarmi. Il sangue lo fa esitare. China il capo e mi chiede se ho bisogno di aiuto. Gli rispondo che lui ne ha bisogno più di me. Bisogno di che, mi fa divertito. Delle cose invisibili, gli dico io. Sorride. Mi dice Credo solo in ciò che vedo. Come tutti dice vedo senza sapere cosa sia il Vedere. Il suo cappotto è aperto, Vedo il calore intenso che emana dal suo corpo, troppo. Quest’uomo non ha mai freddo. Vedo il cibo rovente che fermenta nel suo stomaco e disturberà i sui sogni stanotte. Vedo il mostro invisibile che sognerà, annaspando, svegliandosi sudato al buio, cercando un bicchiere d’acqua sul comodino con le mani frenetiche. Vedo le case e gli uffici surriscaldati in cui passa il suo tempo. Le grandi vetrate arroventate dal sole, i termosifoni che inaridiscono l’aria. Qual è il tuo mestiere, chiedo. Avvocato, dice.
Mi alzo in piedi. Involontariamente, fa un passo indietro.
Nessuna legge può essere veduta, gli dico. Le leggi appartengono all’invisibile. Solo con la Vista si può Vedere l’invisibile. Tu, avvocato, sei sottoposto alla legge degli occhi. Come molti, come tutti, temi lo sguardo degli altri. Concedi loro il potere di approvarti o negarti. E così limiti il tuo comportamento a poche azioni impaurite che pensi possano essere approvate o passare inosservate. Ma io che ho ricevuto la Luce, ti dico: infelice colui che trattiene il proprio comportamento.
Annuisce, ma io posso Vedere che non mi ha ascoltato. Poi fa salire la bambina su una grande automobile risplendente di cui è orgoglioso poiché rappresenta la considerazione di cui si ritiene degno e il suo timore degli occhi altrui. Prima di salire lui stesso, mi lancia un ultimo sguardo preoccupato e l’ombra di un pensiero lo attraversa: che forse la sua sorte è stata la mia, che la mia sorte potrebbe un giorno essere la sua. Pover’uomo, completamente ignaro delle ferree leggi invisibili che lo governano.
Come il Signore volle, invero un tempo la sua sorte è stata la mia, e la mia mente era ottenebrata e ricercavo la considerazione negli occhi degli altri. Un’empietà, ma questo era il modo in cui le cose dovevano accadere, così come il Signore ha voluto nella sua infinita preveggenza.
Ed ecco, possedevo denaro, e una moglie che gli uomini dicevano buona e intelligente e graziosa, e due case e una vettura splendente e preziosa come quella dell’uomo che si allontana. Ne ricordo il nome, Audi, che vuol dire: il Dio tuo ti comanda di sentire. E infatti la macchina automobile che al mio comando e al tocco leggero delle mie mani poteva andare piano, e forte, e in avanti, e all’indietro, e scaldarmi le reni, e rinfrescarmi il volto, e mostrarmi il cammino, e sprigionare melodie di ogni tipo al mio comando, fu il primo luogo in cui udii la Voce: Vivrai accucciato su un cartone del televisore al plasma per sette anni, al termine dei quali, nel giorno delle celebrazioni della fine e dell’inizio, potrai riposare.
Ricordo che ero fermo in un autolavaggio, sotto l’insegna del mostro a sei zampe che in quelle terre chiamano il Cane dell’Agip, e osservavo una fanciulla, poiché allora la mia mente era ossessionata dalle forme delle femmine e sovente quando le incontravo avevo pensieri concupiscenti e non di rado cercavo di unirmi con qualcuna di loro sebbene avessi una sposa. Dapprima la femmina mi guardava ed io, che ero prigioniero della considerazione degli altri e ne avevo timore, sorvegliavo il mio sguardo e non mi soffermavo su di lei più del necessario. Ma ecco, ad un tratto la fanciulla afferrò una spugna per la lavanda della macchina automobile, e acqua colava dalle sue mani, ed ella sorrise e si voltò ad arte verso di me, e il suo corpo prosperoso sussultò mentre l’acqua schiumosa lo toccava, ed io per la prima volta Vidi. Come il Signore volle, il mio corpo si accasciò e vomitai ed ebbi convulsioni e uomini sconosciuti mi portarono in un ospedale. Vi rimasi a lungo. Dimagrii. Presi un aspetto delicato, come quello di una femmina. Poi avvenne che cambiai ospedale, e so che mi spostarono ancora e ancora, sebbene non ne abbia che ricordi confusi. Ricordo una donna, mia moglie, che si sedeva ogni giorno accanto al letto senza parlare. Non ne rammento il nome. Come il Signore volle, a un certo punto lei non venne più. Iniziai a vedere la Luce. Sempre più spesso. Imparai a ricevere la Luce e a trascorrere tempo in Essa. Le convulsioni sparirono. Ero più quieto. Così, con la pazienza, con la solitudine, col dolore, ho iniziato il penoso cammino che mi ha portato nelle schiere dei profeti e dei santi.
Un giorno venne a sedersi accanto al mio letto una donna che non era mia moglie, poiché questo è ciò che il Signore desiderava per il suo servo.
Mi guardò a lungo, con la testa inclinata, come un cane sorpreso. Sono la dottoressa Auermann, mi disse alla fine.
Auermann mi prese con sé in un posto nuovo. Una stanza piccola, tutta mia, che dava su un giardino di alberi di pesco. Ricordo che lì non si sentivano che uccelli, ed i rumori della città erano scomparsi. Dalla piccola finestra con le sbarre vedevo uccelli, di tutti i tipi e colori. Venivano vicini, fino quasi a toccarmi. Imparai a distinguerli. Forma della coda, colore delle penne, modo di girare la testa. Non conoscendone i veri nomi, ne inventai di fantasia: Silvestro, Braccobaldo, Fred, Barney, Paperino.
Ogni mattina Auermann mi svegliava e mi dava piccole pastiglie colorate e mi portava in una vasca di acqua calda, che si chiamava Jacuzzi, che vuole dire: Costruirò per mio figlio una macchina di guarigione; dove ordinava al mio corpo di muoversi. Piano, piano, diceva sempre. Tutto in lei voleva la calma. Vedevo che pensava che la calma fosse un bene per me. Vedevo che cercava di evitare non solo che il velo nero scendesse sulla mia mente, ma anche che il Signore mi donasse la Luce, e quindi invocavo che la Luce mi visitasse di notte, quando ero solo nel mio letto. Auermann non vedeva che il mio corpo, lo Spirito le restava invisibile. Per questo pensava fossi solo malato. E malato ero, anche se non importava perché ora avevo la Luce.
Auermann disse Sei stato affidato a me, e io non capii se intendeva dal Signore o se si illudesse che qualche organizzazione umana avesse il potere di affidare una creatura a un altra. Era una bella donna, con capelli corti, neri, da ragazzo, che le lasciavano scoperto il collo morbido, e occhi grandi e tranquilli. Ed ecco, di tanto in tanto dovevo lottare per controllare la passione per le forme femminili. Sedeva in una sedia a dondolo in un angolo della stanza, per ore, con un libro in mano, e solo quando la cercavo con lo sguardo mi diceva cosa fare. Si avvicinava, mi prendeva le braccia, e rallentava il mio corpo come se fossi nell’acqua calda. E il suo tocco era soave e leggero come quello dell’acqua di Jacuzzi.
Se abbandoni i pensieri negativi puoi essere un angelo, mi diceva Auermann, muovendomi le mani piano, piano. Il tuo problema è che per te tutto è troppo vivido.
Ed era vero. Tutto troppo vivido. Troppi pensieri, troppi. Veloce, veloce. Tutti intorno a me che si muovono come morti, come dormienti. Ed io, vivo, brucio. Condannato a Vedere.
Ma io lo Vedevo che anche Auermann aveva pensieri veloci come i miei, ed occhi tormentati. Che non possedeva la calma che cercava di evocare in me. Che la sua vita non andava come doveva. Che non aveva la Luce.
Passammo insieme gran parte del giorno per molto tempo, forse un anno. Di tanto in tanto potevo uscire, Osservare I Fred e Barney e Silvestro che becchettavano il miglio. Mi abituai all’odore di Auermann, che portavo nei palmi delle mani la notte, nel buio del letto, che cercavo quando aprivo gli occhi. Una mattina, immersi nell’acqua calda, mentre lei mi teneva le braccia e di tanto in tanto il suo ventre si accostava al mio, le baciai il collo e subito mi scostai e vidi nei suoi occhi la santa esitazione dei volti sorpresi, e sentii un velo nero che mi ottenebrava la testa, e che sarebbero arrivate le convulsioni se non fosse che lei mi teneva nell’acqua, ed era tranquilla, e mi accarezzava e mi diceva Ssss Ssss, piano, piano, e mi mise le mani sulle guance e mi baciò la bocca. Io, lo giuro, cercai di ritrarmi e mi staccai e dissi Auermann, no, ma lei rispose: Rola. Chiamami Rola, e mi baciò di nuovo, e si unì a me come una sposa nell’acqua calda e gorgogliante.
Nei giorni che seguirono Rola mostrava il suo corpo liberamente, come un animale dei boschi, e mi toccava e carezzava, ma io non ero felice. Ogni volta, accostandomi a lei, temevo che il velo nero calasse sulla mia mente, temevo le convulsioni e il dolore del corpo, e temevo il mio stesso desiderio. Dottoressa Auermann, dicevo. Rola, rispondeva lei. Ora sei la dottoressa o la mia sposa? No Eliah, rispondeva lei ridendo e carezzandomi la guancia. Sono tua amica, tutto qui. Ma perché mi concedi il tuo corpo? Perché mi piaci, rispondeva, sei dolce come una ragazza, vedi? non ti hanno mai detto che potresti passare per una ragazza? E mi mostrava allo specchio i nostri volti, entrambi coi capelli corti e neri e bagnati, e invero io ero divenuto magro e gracile con fattezze quasi di donna. Sembriamo due amiche, no, due ragazze, due sorelline, diceva Rola e poi cambiava espressione e smetteva di essere Rola e diventava Auermann: e perché ti calma. Sei molto più calmo, ora, non lo vedi?
Sì, è vero Dottoressa Auermann, pensavo io, sono più calmo. Sì, è vero, il mio problema sono i pensieri. Veloci, veloci, come i Silvestro e i Paperino che si gettano sui grani di miglio che gli prepari. Che gettano un velo nero sulla testa. Come le cose che non posso fare a meno di vedere, di udire. Le voci nella testa. C’è una voce nella testa ora, che dice che il mondo si scrosta come vernice vecchia, l’universo sta cadendo a pezzi, e non c’è niente che possiamo fare, niente, e tu mi guardi con quella calma finta negli occhi. Sei tormentata quanto me, Auermann. Vuoi insegnarmi una pace che non hai. Vuoi la mia calma perché pensi la calma guarisca tutto, guarisca tutti, guarirà anche te. Ma non è così.
Il mio errore, vedere tutto troppo vivido.
E il tuo, pensare che se questa intensità bruciante si smorza, guarisci. Ma non sei guarito, sei morto.
Io almeno, nel buio della notte, ho la Luce. Ma mentre il mio corpo santo gioisce, il mio corpo carnale non smette di tremare e ha fame ed è tormentato dai pensieri come un cavallo dalle mosche.
Ed ecco, in questo momento accade quello che da sempre doveva accadere, e la donna si avvicina al mio giaciglio di cartoni dei televisori al plasma.
So che si fermerà, perché su un pezzo di cartone ho tracciato col pennarello la scritta sbagliata per richiamarla. Ecco, come il Signore ha predisposto, ora si ferma e mi fa notare: Karma, mi dice infatti. Si scrive con la kappa, non con la c. Sorride, non sa di non sapere, non sa che io so.
So che si chiama Bea, che è stata violata da bambina e che ha una figlia che anche porta il nome Bea. È distratta, ma ha gli occhi puliti di una che è preparata per andarsene. So anche che tra pochi minuti sarà morta e che il Signore mi ha messo qui per consolarla e prepararla. Ricordarle i suoi figli. Farle sapere dell’amore che la circonda. Sono consapevole di questo incontro, o Dio. Sette anni su un cartone per espiare i miei peccati e aiutare questa donna.
Come doveva accadere, si ferma accanto a me e mi offre un dolce e un caffè. Parliamo. Fingo di non sapere le cose che so, le chiedo di lei. Ha pietà di me, e io di lei. O Signore, grazie per questo incontro, per questo naturale scambio umano illuminato dalla Luce.
Poche frasi, e ci separiamo. Ecco, ora attraverserà la strada e incontrerà la fine, e io penso al fantasma di Rola che ho visto stamattina proprio là dove la donna si sta dirigendo, penso a Rola nella piccola casa con gli alberi di pesco nel giardino, nuda davanti a me, seduta sulla sua scrivania dove appoggia una busta mentre mi dice Sei guarito, Eliah. Vieni qui, abbracciami, e io sento invece il velo nero che mi ottenebra la mente e Vedo che né io né lei siamo guariti, abbiamo solo messo a tacere qualche voce maligna ma non abbiamo fermato il male, e Vedo che non sarà Rola a guarirmi, ma io a dannare lei, e Vedo la vernice del mondo che si scrosta, e la pelle delle creature che si avvizzisce, e il velo dei pensieri che si disgrega, e Rola che avvolta da una luce bluastra continua a parlare con una voce metallica di cui non sento più le parole, ma so che sono menzogne per consolarci e continuare a sognare e a non vedere il mondo che si sgretola. Ed ecco, come doveva accadere mi avvicinai e le afferrai il collo morbido e profumato con le mani e strinsi fino a che quella voce metallica non cessò e gli occhi persero quel bagliore che ci ingannava entrambi, mentre io, disperato, in quel momento pensai che anche se lo Spirito Vede la Luce, ciò per il corpo non ha alcuna importanza, la carne segue il suo corso di peccato. Poiché il corpo segue le leggi di ciò che deve accadere, anche se lo Spirito si nutre dei doni elargiti dal Signore. E pensai: infelice colui che trattiene il proprio comportamento, ma più infelice colui che è dannato dal proprio comportamento. E ho pensato di essere io il demonio che scrosta la superficie del mondo, e lo distrugge, e dovrà pagare sostando nelle fiamme. Ed ecco, ricordo il mio corpo immobile in orrore dinanzi al suo, svuotato e accasciato al suolo ai miei piedi, e di essermi voltato verso la scrivania, come doveva accadere, e di aver visto cose, preparate per me: il suo passaporto, due biglietti per un paese lontano, gli USA, che vuol dire: Unisco frammenti e così mi creo, e una busta, sulla quale c’era il mio nome, ELIAH. Come doveva accadere aprii la busta e lessi.
Buon compleanno, dolce amico dal volto di ragazza. Ecco un regalo per te: libertà. Una vacanza con me, dopodiché sarai libero di fare quello che vuoi. Stare, o volare via. Come uno dei tuoi uccelli. Come un angelo. Se abbandoni i pensieri negativi puoi essere un angelo, ricordalo sempre.
Come il Signore aveva voluto sin dall’inizio dei tempi, afferrai i biglietti e il passaporto e fuggii nel cuore della città, e presi un treno e mi recai nell’aeroporto dove vidi il volo per la città dove mi trovo ora, e mostrai il passaporto con la foto di quella ragazza dai capelli corti e neri e Rola, dissi al grosso poliziotto nel gabbiotto che sudava e si allargava il colletto con due dita, mi chiamo Rola Auermann, e Vidi che era stanco e distratto, per quanto ne sapeva Rola poteva essere un nome di uomo, o io una ragazza, col mio cappotto nero e i capelli corti e spettinati, come nella foto del passaporto, poiché questo è ciò che doveva accadere. E penso al passaporto che ho bruciato, alla barba che è cresciuta, ai sette anni trascorsi sul cartone del televisore al plasma, che ora cesseranno, e penso improvvisamente alla morte, e mi sento mancare, e che questo è l’atto finale della mia espiazione, e penso al fantasma di Rola che mi è apparso nella luce del mattino e mi ha guardato senza sorpresa e senza odio e solo una frase mi ha detto. Sei perdonato, mi ha detto, se abbandoni i pensieri puoi essere un angelo, e mi inginocchio sul cartone del televisore al plasma mormorando incessantemente la mia preghiera che non è una preghiera, la litania senza fine che accompagna Bea che se ne va:
Uno sforzo ancora, il mio altare questa sabbia desolata:
tu, O Dio che ha illuminato la mia vita, con raggio di luce,
fermo, ineffabile, da Te concesso, rara luce indicibile,
che illumina la luce stessa, oltre ogni segno, descrizione,
linguaggio: perciò, o Dio, siano queste le mie ultime parole,
qui in ginocchio, vecchio, povero, e paralizzato, io Ti ringrazio.*
*(Da Walt Whitman).
