Quasi mai si riescono ad afferrare tutti i particolari di un avvenimento così, tac, a colpo d’occhio. Spesso appaiono per gradi, un po’ alla volta. Zaccagni, ad esempio, che riposava seduto ad uno dei tavolini all’aperto del bar di sua proprietà, all’inizio nemmeno s’era accorto di quei due che stavano arrivando.

Qualcosa però era accaduto, e l’aveva risvegliato dal torpore con cui sorseggiava il caffè al fernet e occhieggiava la foto di due interminabili ballerine nel settimanale dimenticato aperto sul tavolo da chissà chi.

Sollevò la testa a guardare Orazio, e proprio in quel momento si accorse che quello che aveva sentito era un rumore di per sé banale, ma anomalo in quella domenica deserta in cui tutti, in paese, erano andati al Santuario: passi. Anche Orazio li aveva sentiti, e stava guardando verso la salita di via Garibaldi, dove infatti si vedevano due figure avvicinarsi.

Minuscole. Così lontane da non potersi distinguere. Anche strizzare gli occhi, spingere con l’indice gli occhiali contro la radice del naso, con quelle lenti vecchie e graffiate, con quelle iridi usurate e bastarde non serviva.

Eppure. Due forestieri, senza dubbio. Strani. Diversi.

Innanzitutto non erano alla festa della Madonna, come gli altri. E poi, quel rumore di tacchi sull’acciottolato. Era differente. Troppo vivace, come di bambini. Ma quelli, poteva dirlo anche da così lontano, non erano bambini. Non sapeva come lo sapeva, ma lo sapeva.

I colori dei vestiti, persino. Troppo vivaci, ma non solo. Erano anche quelli diversi: dal grigio e marrone che è normale per gli uomini, dal nero delle donne. Erano tinte bastarde senza nome, a metà tra un colore vero e un altro: non grigio e non azzurro, non giallo e non bianco.

Infine, stavano a braccetto, o forse si tenevano la mano. Ma ancora, da quella distanza, non si capiva quale fosse l’uomo e quale la donna.

Orazio e Zaccagni si scambiarono uno sguardo muto e un’alzata di sopracciglia a labbra corrucciate come a dire mah, e si raddrizzarono un poco contro lo schienale freddo e arrugginito delle seggiole.

Intanto quelli si avvicinavano. E l’uomo ora si distingueva: era quello a destra, aveva la barba.

Però anche la donna, che si appoggiava al braccio di lui e ora gli stava accarezzando la nuca, portava i pantaloni, capelli corti… Orazio, che ci vedeva meglio, toccò il braccio del titolare del bar. “Zaccagni, questi sono due ricchioni!”

Zaccagni si sporse appena in avanti. Scosse la testa incredulo. Ancora non li vedeva bene.

“Si tengono per mano”, Orazio lo aiutò a decifrare quel groviglio sfuocato. Zaccagni cercava di ricordare se gli fosse mai capitato di vedere una serena, palese, affettuosa coppia di finocchi dal vero.

 

All’improvviso cominciò a piovere forte. Orazio e Zaccagni si fecero un poco indietro con la seggiola, al riparo dal rivolo che già colava abbondante dalla tenda, lungo l’infossatura sopra l’insegna così sbiadita che solo i locali potevano decifrare, attingendo alla memoria: CAFFÈ BIBITE LIQUORI ZACCAGNI.

I due sconosciuti si misero a correre. Verso di loro. “Oh no, cazzo”, borbottò tra i denti Zaccagni che quel giorno proprio non aveva voglia, e si alzò rientrando nel locale col bicchierino vuoto in mano.

I due si precipitarono all’interno ansimando per la corsa e ridendo come bambini. “Salve”, dissero all’unisono a Zaccagni che non rispose niente, poi quello con la barba disse all’altro: “Sei tutto bagnato, Nico”, e gli passò una mano tra i capelli e sulla guancia. Zaccagni mise il bicchierino nella lavapiatti. Era girato, così nessuno lo vide rovesciare gli occhi.

I due clienti stettero immobili per un momento a sorridersi poi si guardarono intorno. Una sala esageratamente spaziosa, semivuota. Tre tavolini in un angolo, due macchine per il videopoker in quello opposto. Fecero qualche passo verso il bancone, fermandosi ad osservare da vicino i due calendari, quello di Padre Pio e l’altro, con le ragazze, la bionda e la nera, che posavano a quattro zampe in stracci di bikini zebrato.

“E allora cosa vi porta da queste parti?” Fece Orazio. Zaccagni lo fulminò con lo sguardo e allora lui, obbediente, si accostò alla finestra, a guardare i rivoli d’acqua lungo la vetrata.

“Siamo qui per vedere le rovine.”

“Che rovine?” Fece Zaccagni.

“Come che rovine? Siete praticamente in cima a uno dei siti archeologici più importanti d’Italia e…”

“Ah, quello. Ci sono stato, parecchie volte. Ci passo proprio in mezzo quando vado a funghi, o a caccia.”

“Lei va a caccia?” Quello con la barba guardò quello senza barba con un’aria di ostentata incredulità.

“Certo.” Zaccagni prese una postura solida, a gambe larghe, come di chi in effetti sta portando un fucile.

“E cosa caccia?”

“Tutto quello che si può. E se c’è speranza che non mi vedano, anche qualcosina in più. Perché?”

Il cliente con la barba incrociò le braccia e scosse la testa.

“Lasciamo stare. È com’è?”

“Com’è cosa? La caccia?”

“Il Sito.”

“Che?”

“Il sito! Il sito archeologico.”

“Ah, quello! Non c’è niente da vedere. Un mucchio di sassi e basta.”

“Ma è il reperto più significativo in Europa di una cultura che era già fiorente nel Neolitico e si estinse solo nel Bronzo Medio…”

Si accorse delle espressioni attorno a lui e si sedette sulla seggiola più vicina con un altro lasciamo perdere.

“Certo che avete una segnaletica orrenda da queste parti. Ci son volute due ore per trovare il paese. Che c’ha di buono da mangiare?” Fece allegro, per alleggerire, quello senza barba, Nico. Si sporse a guardare e subito il sorriso si trasformò in un’ovvia smorfia di delusione. Il bancone conteneva solo un assortimento di merendine confezionate di marche dai nomi oscuri, e tranci di pizza sottovuoto che sembravano attendere da tempo.

“Quello che vedete lì, quello c’è”, fece Zaccagni. “Abbiamo la Bianca, oppure c’è la Margherita.”

Intanto anche Orazio si era stancato di rimirare la finestra, si era girato e stava a guardarli da dov’era con le mani in tasca.

“Una cosa fresca, un’insalata, un panino caldo, non riesce a farcelo?” tentò quello con la barba.

Th”, fece, schioccando la lingua, Zaccagni.

I due si guardarono incerti.

“Ristoranti, qua vicino, ce ne sono?”

Th. Oggi aperto non c’è niente. Non c’ho manco pane. È la festa della Madonna”.

“Però, scusi sa, ma è strano che abbia solo pizzette. Qui da queste parti avete delle cose straordinarie. Il vostro lardo, la salsiccia…”

“Non vende”, si inserì Orazio nella conversazione, facendo un passo verso di loro. “La gente, qui, la salsiccia buona la mangia a casa. Mica viene al bar, per quello.”

“E queste”, fece quello con la barba senza nascondere l’espressione infastidita e incredula, “Vendono?”

“Neanche queste” – ammise Zaccagni – “Però queste si conservano bene anche fuori frigo.”

“E di vino che cosa avete?”

Vino. Un tipo solo, ne ho. Quello nostro. C’è rosso e bianco. Allora due di rosso? Le scaldo o no ste pizze?”

I due clienti si misero a parlottare . Alla fine Nico ordinò una margherita e una bianca e vino rosso e i due si sedettero al tavolo vicino alla finestra, a guardare la pioggia e parlare e ridere piano tra di loro.

Dopo un po’ Orazio e Zaccagni si sedettero al tavolo accanto. Non per fare due chiacchiere, né per guardare la pioggia anche loro: stavano voltati dalla parte opposta. È che quel tavolo era vicino al televisore da parete che passava incessantemente videoclip musicali senza audio.

“Dai, prendi il telecomando. Veloce, che c’è la partita” fece Zaccagni.

Mentre Orazio cercava l’aggeggio, Zaccagni guardava i due senza nascondere un’espressione di scherno.

“Che c’è?” Gli fece quello con la barba, irritato dall’attenzione.

“Niente. È che, quelle scarpe, i colori. Quegli azzurrini, quei giallini… è che due persone vestite uguali mi hanno sempre fatto ridere, tutto qui.”

Ora fu quello con la barba a esibire il sorriso sdegnoso. “Perché voi due, con quelle due coppole grigie, le camicie a scacchi marrone, quei pantaloni larghi, non siete vestiti uguali?”

“Che c’entra. Noi è diverso. Noi siamo vestiti normali. Io, per carità, mi sta bene tutto. Pensa che c’ho anche un amico che dicono che è… sì, dell’altra sponda, insomma. Anche se lui mica lo ammette.”

Orazio gli toccò la spalla. “E chi è?” Zaccagni, spazientito, fece segno di lasciar perdere. “Allora Orazio, l’hai trovato o no sto telecomando?”

L’aveva trovato, sotto a un mucchio di giornali. Cambiarono canale dopo canale, mentre Nico e quello con la barba si voltarono a vedere che succedeva. Invece della partita, su tutti i programmi si trovarono di fronte alla stessa scena; esplosioni. Un palazzo sventrato, da cui usciva un denso fumo nero. Sirene ovunque. Un giornalista concitato che correva lanciando spezzoni di frasi che non riuscirono ad afferrare, il volume era troppo basso. Su una fascetta in basso scorreva: EDIZIONE SPECIALE: ATTACCHI TERRORISTICI A MILANO E LONDRA.

Poi la scena cambiò, inquadrando con la visuale sgranata e i movimenti a scatti di una telecamera di sicurezza, l’esterno di un locale. Una grande vetrata da cui si distingueva chiaramente l’interno. Sembrava un ristorante, un pub. Tre uomini armati spingevano un gruppo di clienti atterriti contro una parete. Due donne rimasero indietro, agitando concitatamente le braccia. Uno degli uomini armati premette con calma la mira e freddò prima una, poi l’altra donna. Caddero l’una sull’altra, mentre l’onda dei clienti si rannicchiava contro l’angolo più remoto del locale.

Per un momento tutti e quattro si guardarono. Zaccagni rimase fermo, in piedi, con il telecomando in mano. Disse piano, tre volte: “Sti bastardi. Bisognerebbe andare là da dove vengono e farli fuori tutti, in massa. Una bella bomba atomica, ci vorrebbe.”

“È quel che dico anch’io”, mormorò quasi tra sé Nico, quello senza barba.

L’altro cliente e Orazio si voltarono a guardarlo stupiti. Il cliente con la barba, soprattutto, si soffermò su di lui con uno sguardo di interrogativa disapprovazione.

“No, ha ragione il barista”, insistette quello senza barba. “Io quel locale lo conosco. È dietro al Palazzo di Giustizia. Cazzo, ci sono stato a bere una cosa con un cliente a gennaio. Mi ricordo la cassiera, i camerieri. Potrei esserci io, lì. Potremmo esserci noi due.”

Una voce fuori campo, troppo debole, continuava a mormorare frasi incomprensibili.

“Sto cazzo di volume che non funziona.” Zaccagni premette rabbiosamente più volte con l’indice, senza effetto.

“È inutile che mi guardi così”, continuò il cliente senza barba, rivolto all’amico. “Certe volte tu perdi il senso della realtà. Te ne stai tutto il giorno chiuso nel tuo studio a pianificare le tue strategie di marketing, e non sai più come è fatto il mondo. A lasciarli fare, questi ci fanno fuori tutti.”

Quello con la barba se ne stava seduto davanti a lui, occupando moltissimo spazio con le lunghe gambe accavallate, le mani che ogni tanto battevano sulle ginocchia.

“Sì, bravo, falli fuori tutti tu, prima che lo facciano loro. Ma ti senti? Sei diventato come il signor barista, qui. Sterminare milioni di innocenti – bambini, donne – per stanare un gruppetto di criminali.”

“Macché gruppetto e gruppetto. Questa è una guerra. O noi o loro,” fece Nico. Quello con la barba continuava a guardarlo incredulo, come se lo vedesse per la prima volta.

Zaccagni, che ascoltava, intervenne in favore di Nico e disse, quasi tra sé, seppur con la sua abituale voce altissima: “Giusto! Siamo o non siamo cristiani, Cristo santo?”

“Così cristiani che il giorno della Madonna siete gli unici al bar”, gli fece quello con la barba, per zittirlo.

“Perché dovevamo far fronte all’invasione dei ricchioni,” gli diede man forte Orazio.

Quello con la barba stava per alzarsi. Inaspettatamente, Zaccagni abbassò la voce e fece a Orazio il gesto di calmarsi.

“Lascia stare. Mica ti metterai in mezzo a due checche che litigano.”

“Ma cosa centra adesso le checche che litigano? Sei tu che vedi sempre le cose a senso unico. I civili non si toccano. È un principio da rispettare sempre, anche in guerra. Le Donne. I bambini, non si toccano, cazzo.”

“Adesso per te questa è una guerra regolare, vero?” Ribatté Zaccagni. “Dagliele, le caramelle, a sto cazzo di bambini, dagli la carezzina, mentre questi pigiano un pulsantino che tengono in tasca e si fanno saltare, assieme a te e tutta la tua famiglia e la tua casa, e il tuo cazzo di princípi. Anche difendersi è un principio. Anche difendere la civiltà. Prima noi, cazzo. O no?”

Qualcuno, dal tavolo accanto, mormorò qualcosa che suonava più o meno: sì, la civiltà delle pizzette surgelate.

 

Per un po’ tutti tacquero. Zaccagni si rimise a sedere, gli occhi sullo schermo. Quello con la barba accostò la sedia a quello senza barba e gli mise una mano sulla spalla. Quello senza barba per un momento si scosse contrariato, ma poi lasciò perdere.

“E in Inghilterra cosa hanno detto che è successo? Avevano detto Londra e Milano. Vediamo cosa hanno fatto a Londra, per favore.“

Cambiarono ancora canale. Però tutte le trasmissioni inquadravano ancora Milano. La stessa scena dalla telecamera di sicurezza, di nuovo. I tre uomini col mitra, gli avventori spinti contro il muro, le due donne che si agitano, una che si volta indietro verso i terroristi con le braccia alzate, il contraccolpo silenzioso dello sparo sul suo corpo che ne sussulta, l’altra che fa due passi concitati verso di lei, l’urto dell’altro sparo che la piega in due, di nuovo entrambe ammassate a terra.

Poi videro Londra. Era lì l’edificio che bruciava che avevano visto all’inizio. Una sala da concerti, pareva. Una pioggia fitta, anche lì, rendeva tutto più triste. Solo due vittime, così pareva: l’attentatore, esploso nella sua auto, e un poveraccio che dormiva tra due cartoni al precario riparo di un ingresso secondario.

Dal bancone del bar venne lo squillo di un campanello. Zaccagni si risvegliò dal suo torpore. Ricordò di essere in servizio.

“Cazzo, le vostre pizze. Se non era per il timer le bruciavo. E manco vi ho portato il vino, scusate.” Sparì un momento dietro il bancone e tornò con due piatti di plastica che odoravano di formaggio fuso e due bicchieri colmi fino all’orlo.

Quando fu il momento di assaggiare il vino, quello con la barba non nascose una smorfia.

“È il migliore che avete?”

“È vino. Il vino, dalle nostre parti è così.”

Il cliente tolse qualcosa dalla tasca della giacca che stava sulla spalliera della sedia.

“Torno subito”, disse all’altro, dandogli una carezza sulla guancia. Orazio e Zaccagni si scambiarono una smorfia di ribrezzo.

Rientrò con una bottiglia di rosso. “Il suo è una schifezza, ma non ne facciamo un dramma. Proviamo questo.” A grandi passi si avvicinò al bancone e trovò bicchieri e cavatappi.

“Alla vostra”, disse levando il tappo e annusandolo con soddisfazione. Questo dovrebbe accontentarci tutti.”

Poi, indicando se stesso ai due locali, disse: “Mi chiamo Sauro. Lui è Nico.

“Siete insieme?” Fece Orazio, in tono di conversazione leggera. A quella, Zaccagni lo freddò con uno sguardo disgustato.

Orazio non ci fece caso. “Orazio Meloni, piacere. Qui un bicchiere di vino buono non lo rifiutiamo mai.” Strinse la mano di Sauro e poi prese uno dei bicchieri che il cliente con la barba aveva preso dal bancone e aveva riempito. Sauro poi porse un calice anche a Zaccagni, che malvolentieri scosse le braccia che teneva incrociate per riceverlo. Sauro fece per stringere la mano anche a lui, ma Zaccagni si ritrasse.

“No, io la mano non la do.”

“Perché?”

“Mi sa di… Io, se penso che la mano che sto stringendo magari ha appena toccato un…”

“Un cosa?”

“Un cazzo”, chiuse il barista guardandolo fisso in segno di sfida.

“E perché, con una donna non è lo stesso? La mano alle donne non la dà? Non li toccano anche loro i cazzi?”

Zaccagni, che non ci aveva mai pensato, allentò la presa, si volto verso il bancone, borbottando: “Ma a voi da quand’è che vi interessano le donne?”

“Questo” Fece Sauro cambiando discorso, “È delle vostre parti. Il migliore. Il vino, da voi, è così.” Orazio e Nico, all’unisono, fecero schioccare le labbra, apprezzando. Solo Zaccagni rimase indifferente: “Io lo trovo uguale al mio.”

Bevettero in silenzio. Nessuno parlava più, davanti a quelle immagini sempre uguali che ripetevano e ripetevano la morte delle due donne, e dell’audio che non lasciava sentire nulla. Dopo un po’ tutti ne vollero ancora e così diedero fondo alla bottiglia. Infine Sauro chiese del bagno.

“Eh, qui è un po’ scomodo, all’antica. Bisogna passare per il cortile. Vieni da questa parte, che se no ti bagni. Aspetta che ti apro. Anzi, venite tutti e due, che già che ci siete vi faccio vedere una cosa.”

Aprì con una certa difficoltà una porta scrostata che dava su un cortiletto ingombro di scatoloni e bottiglie vuote. La parte più lontana era riparata da una tettoia ondulata. Lì sotto, nell’unico rettangolo di cemento asciutto, stava acciambellato un gatto tigrato.

Qualcosa spuntava dal pelame della pancia che si sollevava lentamente a ogni respiro. I due pensarono che fosse un’escrescenza, un tumore.

“Avvicinatevi”. Si accostarono, passando davanti al muro sotto la grondaia per proteggersi dall’acqua ce ancora scendeva forte.

Non era un tumore, era un passerotto.

I due si voltarono verso Zaccagni.

“Non vola, non vola. Gli ho spuntato le ali.” Poi, chinandosi ad accarezzare il muso del gatto che manco aprì gli occhi: “Sono cresciuti insieme. Sono amici. Gli altri passeri, questo qui gli salta addosso, li accoppa e poi me li appoggia sul pavimento dietro il bancone, spennacchiati, stecchiti, col collo che penzola, come se me li desse a me da mangiare.”

Prese in mano l’uccellino, gli lisciò le penne, poi lo rimise con cautela sul gatto che accennò un po’ di fusa senza interrompere il sonno.

“Ma quello, no. Sono amici. Come i cinesi, che dice che mangiano i cani, che però per noi sono amici e non se li mangerebbe nessuno. SI conoscono. Si sono abituati all’’odore. Pensa che ogni tanto il gatto lo lecca tutto. Sai come fanno, per pulirli. Così adesso questo minchia di passerotto sa di odore di gatto. E chi lo tocca più?”

Mentre pisciava, a Sauro venne in mente di chiedere a Zaccagni se gli avesse dato del tu perché era gay, ma poi lasciò perdere. Quando rientrò erano tutti seduti, in silenzio, a contemplare ciascuno il proprio bicchiere vuoto.

“Buono questo vino. Adesso me ne compro un paio di bottiglie per me.” Disse Orazio.

Nico e Sauro lasciarono un paio di banconote sul tavolo e si avviarono alla porta sollevando la mano in silenzio. Orazio disse Arrivederci e Zaccagni emise un borbottio che sembrò quasi amichevole.

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