Anna è una bellezza. Ma è inutile che lo dica, lo sanno tutti.
Non c’è nulla in lei che non sia seducente al massimo grado. I suoi tratti quasi cinesi. I corti capelli di seta nera, gli occhi scuri e profondi. La bocca e gli zigomi pieni sul tessuto fine di una pelle perfetta che non dimostra nessuno dei suoi quarantasei anni. La regale dignità ereditata da antenati delle terre nomadi al confine tra Russia e Cina.
L’ho incontrata quando aveva diciotto anni appena compiuti e il mondo ancora non conosceva il nome di Anna Bayeva.
Ventotto anni fa. Non posso credere che sia passato tanto tempo. L’immagine di quell’incontro è più vivida della colazione che ho fatto stamattina, del cane randagio che mi ha assalito domenica scorsa al parco addentandomi la coscia e che ho dovuto finire con la pistola.
Mi trovavo, di tutti i posti, a Budapest. Il perché è una storia lunga. Diciamo che stavo cercando di sfuggire a certi problemi. Camminavo lungo un viale affollato, e di fronte al sontuoso edificio di una stazione storica che avrebbe potuto ospitare un museo ed invece era un fast-food, la vidi. Seduta sui gradini all’ingresso, piangeva. Mi avvicinai e le chiesi in inglese se potevo aiutarla. Mi guardò sperduta, ma non le sfuggirono i dettagli della mia persona. Mentre mi accucciavo per essere al suo livello e mi sentivo come chi si inginocchia dinanzi a una regina, riconobbe da dove venivo e mi rispose in un sorprendente italiano che stonava con l’ambiente, con la sua piccola figura orientale, col suo volto di luna piena:
“Mi hanno rubato tutto”.
La accompagnai alla polizia, segnando il primo atto di un corteggiamento che durò tre anni, durante il quale mi rifiutò, si mise con un politico russo di scarso successo, chiuse quel rapporto disgustata, divenne famosa, si trasferì in Italia ma volle stare da sola per un pezzo, accettò alla fine di cominciare a frequentarmi.
Quel giorno era appena arrivata in città per un’audizione, la sua prima opportunità di lavoro importante come soprano. Si era presentata al teatro alle dieci di mattina come convenuto. Ma le audizioni erano in forte ritardo e le avevano detto di ripresentarsi alle quattro. Si era trascinata il trolley in giro per un po’, e fermata per un hamburger. Quello, poteva permetterselo. Non sapeva come, ma la valigia che teneva accanto, a un certo punto non c’era più. Soldi, documenti, passaporto, le lettere di referenza così importanti per l’audizione: tutto perduto.
Alla stazione di polizia le formalità si protrassero oltre le quattro. Le prestai il mio cellulare perché potesse chiamare il teatro. Sembrava non fosse possibile rimandare, la vedevo lacrimare al telefono e sottovoce cominciai a suggerirle cosa dire, sono un bravo negoziatore. Alla fine le permisero di presentarsi la mattina successiva, purché fosse presto, prima delle sette. Le offrii di stare nel mio albergo per la notte, di nuovo mi guardò smarrita. In una camera tutta sua, precisai.
Non poteva fare altro, non aveva soldi, non aveva prenotato un albergo, pensando di affrontare il lungo viaggio in treno verso San Pietroburgo la sera stessa. Annuì riluttante.
Mi permise però di comprarle un cambio di vestiti e di invitarla a cena. Scegliemmo insieme l’abito più adatto per l’audizione, e finalmente, mentre lo provava, la vidi sorridere. Più tardi feci di tutto per tenere a cena un tono rilassato e informale, ma i miei occhi bruciavano di ammirazione in un modo che era impossibile nascondere.
Quando la mia donna non è in scena, in lei qualcosa si spegne. È lo sguardo di un pubblico ad attivarla, lo scambio che ne segue. Il misterioso contatto per cui un’artista si può mostrare a nudo soltanto grazie a un artificio condiviso, a un palcoscenico con persone attorno che si deliziano e applaudono in lei quello che non possono essere per se stesse.
Senza pubblico c’è quiete. Una desiderata sospensione neutrale, una gioia del monotono e dell’opaco. Viaggiamo così tanto tutti e due che abbiamo imparato a fare della nostra casa un tempio del riposo. Ad Anna piace cucinare, gironzolare nel nostro giardino a piedi nudi, indugiare prima di cena nella piccola sauna che ho fatto costruire l’altr’anno. Gli amici invidiano la nostra dolce vita di ricchi, il lusso del nostro tempo libero insieme, e quello ancora più prezioso del sentimento strano e profondo che ci lega.
A casa, Anna è una presenza sommessa e dolce, fatta di molto silenzio e rituali invariabili.
La melagrana e il caffè in terrazzo alle otto, estate e inverno. La corsetta con Dodo, il suo amato labrador. Le due ore di vocalizzi nella stanzina insonorizzata che le ho fatto costruire, anche se spesso le chiedo di tenere la porta aperta, perché il suono dei suoi esercizi mi rasserena mentre sono immerso nell’atmosfera pesante dei miei affari. Le lunghe telefonate con Victor, il suo agente, così sussurrate e affettuose che se c’è qualcun altro in casa mi mettono a disagio, perché lo immagino pensare che all’altro capo non può che esserci un amante. La minuscola zuppa di miso per pranzo, e qualche dolcetto. Il pomeriggio a provare la parte del momento, con una interruzione alle quattro precise per un tè cinese forte e qualche altro dolcetto. La passeggiata, da sola o con me se sono libero, percorrendo il perimetro del parco, fermandosi a osservare certi alberi come a sorvegliarne la crescita e instaurare con essi un dialogo silenzioso e a me inaccessibile, lei discendente di sciamani, a braccetto con un uomo delle metropoli insensibile alle irradiazioni del mondo naturale. Il bagno caldo con una salvietta arrotolata sugli occhi, ascoltando musica. Mai classica, forme più semplici. Blues, soul.
Come ogni soprano, ha studiato la lingua italiana. La sua capacità di imitare e le chirurgiche abilità vocali rendono difficile distinguerla da una nativa. Finché non arrivano gli sbagli, pochi. Qualche concordanza. Ogni tanto un paio di parole deliziosamente distorte. Crocodillo. Tovagliotti. Mi delizia dicendo: oggi ti ho preparato gli avvoltini. Una volta disse il sanguine, termine che da allora mi fece sembrare la parola sangue inappropriata ed esangue. Qualche volta le storpiature sono volontarie, come quando chiama il terrazzo terz’atto. Credo che usi parole come questa per vedere se sono attento davvero. L’altro giorno che aveva un po’ di raffreddore l’ho vista rovistare in cucina alla ricerca di qualcosa di zuccherato – adopera i dolci per guarire dai piccoli malanni, alla faccia degli studi scientifici – e quando finalmente ha trovato il barattolo che cercava mi ha detto: Oggi mi sento un po’ starnutella.
Con Anna non si litiga. Se c’è disaccordo, aggrotta la fronte e comincia una serie interminabile di domande con cui cerca di capire, di formare una mappa della situazione dal mio punto di vista.
Quando si è fatta un’idea, dice Ho capito e non ne parla più. Più del disaccordo la disturba la non consapevolezza. Chissà se sente che sono tante le cose che le nascondo, chissà se è il muro che ho costruito tra noi che cerca di intaccare.
Non c’è giorno in cui manchi di meravigliarmi. È piena di sorprese inaspettate come un bambino, lei che di bambini non ne può avere. Ogni sera sono grato di essere stato ammesso per così tanto tempo in prossimità della sua grazia sfolgorante. Perché conosco in me le bassezze della natura umana, perché dopo tanti anni lei continua a esserne priva, a uscire immacolata dal suo bagno nel fango del mondo, della società, del lavoro, degli ammiratori, dell’abitudine, soprattutto dei pensieri che invece mi affliggono, quei pensieri che tendono a depositarsi attorno alle mie debolezze e a marcire lì come un tronco abbandonato nel terreno umido.
L’altro giorno sono passato in terrazzo, Anna non c’era, e l’occhio mi è caduto sul computer aperto appoggiato sulla sdraio. Un file di testo, con scritto:
Bisogna tutto perdonare.
Bisogna tutto perdonare.
Bisogna tutto perdonare.
Bisogna tutto perdonare.
Quattro volte.
Chissà cosa ha scoperto di me, spero una delle mie scappatelle.
Una volta accettai di accompagnarla in tournee, e da allora ne fui geloso.
Ricordo che eravamo a Los Angeles, in un teatro moderno dove tutte le signore erano rigenerate come pneumatici, ricostruite in silicone come certi pupazzetti con cui giocavo da piccolo, e gli uomini distratti che le accompagnavano muovevano la mascella ridendo, ricchi abitanti del deserto in cerca di distrazione continua, poco abituati alla bellezza, improvvisamente ubriachi per tutto quell’amore che circolava per il teatro.
Strano essere seduto nel buio di uno dei palchi mentre tutti guardano e ammirano e amano la mia donna. Spiare la propria moglie, che come un lupo si mostra ritualmente indifesa sollevando il capo e offrendo la gola bianca e vibrante di canto, il piccolo corpo a cui il palco rende finalmente giustizia e fa apparire maestoso, così eretto e solenne e avvolto in lunghi vestiti luccicanti che hanno senso solo su quelle tavole. La grande Anna Bayeva, così ben pagata e conosciuta e amata perché capace di emozionare. Che sprigiona raggi sfolgoranti che colpiscono al cuore esperti e ignoranti, tutte le persone che di solito stanno nascoste dietro le cose da fare, al torpore di giorni sempre uguali. Assistere al sacrificio che si compiva su quel palco. Una sacerdotessa. Una offerta sull’altare. Una virtuosa. Una femmina desiderabile, soprattutto. Allora non era più la straniera che avevo estirpato dalla sua patria, che avevo convinto a prolungare la sua permanenza in Italia con lo strapotere del maschio. Ero io lo straniero trascinato in una dimensione oscura di sensibilità raffinata e vibrante che, razionale e pesante come sono, senza di lei non avrei conosciuto mai.
Terminato lo spettacolo, ho visto uno che le portava dei fiori. Un bel ragazzo alto, un tipo di eroe con dei decisi occhi azzurri, un musicista senza dubbio. Ho passato la serata a domandarmi cosa ha provato Anna nel ricevere i fiori di quel giovane, baciarlo sulla guancia regalandogli un tocco di dita leggere sulla spalla.
Basta guardarla, anche fuori dal palcoscenico. Quel silenzio che si crea in qualcuno che la incontra per la prima volta. La cautela ammirata, il tentativo di trattarla con naturale e noncurante cortesia, mentre se ne innamorano in un lampo, si abbeverano alle graziose movenze asiatiche delle sue mani, ai suoi sguardi e gesti sempre rivolti a un pubblico. Come si tocca i capelli senza saperlo, come tutto in lei è fatto per essere adorato. Ha appreso da piccola ad essere adorabile. A ricercare lo sguardo compiaciuto di ammiratori, ad allevare un sogno di venerazione che un uomo solo non può dare.
Quella sera pensai di essere il suo toy boy adulto e rassicurante, un giocattolo sessuale anzianotto e con un po’ di pancetta, il corpo con cui scaricare la tensione dopo essere stata stuzzicata da quell’esercito di amanti, lei che riceve onde di amore sconfinato, consuma le sue orge sotto a un riflettore accecante, mentre io scopro di essere una persona semplice che trova conforto nel banale e si rifugia al bar del teatro nella compagnia riposante di connazionali con cui parlare di politici da burletta, di spaghetti preparati come si deve.
In fondo credo mi sia fedele. immagino che questo rituale dell’offrirsi in canto le basti, copra tutta la gamma delle sue perversioni.
Sono io ad esserle infedele, con scappatelle che tengono quieta la parte ignobile che quando sono in sua presenza non può esistere, nemmeno durante il sesso, che tutto con lei è così puro e bello da lasciare appetiti insaziati. Prostitute ingioiellate, con vestiti di classe e trucco e pettinature perfette, che mi chiamano per nome e che prenoto con una breve chiamata prima di un mio viaggio. Che forse immaginano crisi e infelicità da coppia famosa tra me ed Anna, che invece siamo sempre stati perfettamente felici. Io sto solo nutrendo certe avidità della mia natura di uomo meschino. Tutto qui.
In un certo senso queste signore e ragazze e ragazzine incontrate quando Anna è in tournee alimentano e tengono vivo il nostro amore. Innanzitutto, tutte sfigurano terribilmente se appena si osa confrontarle a lei. Poi, tanto più mi sento meschino e tanto più la adoro per la sua purezza che non può essere scalfita da nulla. Non smetterebbe di amarmi nemmeno se le dicessi di queste puttane, ne sono sicuro. È così pura che non c’è bisogno le sia risparmiato nulla. Una volta la vidi soffermarsi pensosa davanti a due randagi che si accoppiavano brutalmente per strada. I due cani erano rimasti incastrati e tutto era così bestiale che persino io ne ero disturbato, e desideravo proteggerla da quella scena.
Lei imperturbabile, osservava con grande attenzione, poi disse, Chissà se provano amore, se hanno un senso dell’altro o se, subito dopo, dimenticano.
Oggi è cambiato tutto. La mia immagine rispettabile non è bastata a deflettere le indagini. Un ispettore di polizia che mi sta dietro da anni ha avuto finalmente le sue prove schiaccianti. Al giorno d’oggi si sa che un mafioso può avere, come me, l’aspetto rassicurante di un diplomatico, di un intenditore di vini e di quadri astratti. Da poche ore è di dominio pubblico che mentre lei prendeva un volo per Tokyo o Sydney io organizzavo spedizioni di cocaina in grande scala, ordinavo la morte di qualcuno. Oggi Il Corriere online ha messo insieme una mia foto e una sua. La bella e la bestia, il titolo.
Eppure non posso fare a meno di pensare che in tutto questo tempo lei si è nutrita di me, siamo due parti della stessa creatura, lei le graziose fronde odorose di fiori, io le oscure radici conficcate nel ventre sporco della terra.
Ho capito di esserle indispensabile, il che ripaga la bruciante umiliazione di non averla fatta innamorare subito, di averla dovuta corteggiare per anni come un cliente ansioso di acquistare. Ho imparato che le donne come lei sono attratte dai criminali. Credo sia perché scarseggiano dell’elemento criminale in se stesse, di cui ognuno ha bisogno per non impazzire, non è così? In questo modo funziono come il suo organo criminale, esternalizzato, come una macchina per dialisi, un polmone artificiale. Sono il suo diavolo portatile, il suo delinquente di classe da portare alle feste della gente che conta. Dovrei dire ero, la mia carriera finisce oggi. Chissà se invece quella già sfolgorante di Anna beneficerà dello scandalo. Credo di sì, la sua purezza ne risalterà ulteriormente.
Qui, nella stazione di polizia, l’interrogatorio è finito. Mi hanno lasciato solo, se si eccettuano i quattro giovanotti col mitra in mano che non sembrano capire che me ne starò qui seduto e buono e non muoverò un dito.
Quello che mi ha interrogato mi ha offerto una sigaretta prima di andarsene. Ma sì, mi son detto, l’ho presa, anche se è da vent’anni che non fumo. Mi fa tossire un po’, non sono più abituato. Sbuffo un filo di fumo e penso ad Anna, in una camera d’albergo dall’altra parte del mondo, o in un camerino deserto dopo lo spettacolo, splendidi fiori ovunque, una tisana calda di tiglio tra le mani, la fossetta profonda del dubbio tra le sopracciglia, mentre si domanda se la amavo veramente o se, subito dopo il mio accarezzare e baciare e sospirare e ansimare e gemere, dimenticavo.

grande, bravissimo.
ciao Marco!