Hai gli occhi chiusi. Non rispondi al mio tocco. Non so se puoi sentirmi o no.

Hai finito di mormorare. Tutte quelle frasi di cui non ho inteso quasi nulla. Ogni tanto sembrava che dicessi Questa non è casa mia, ma non sono sicura. Questa è casa tua.

Tra un respiro e un altro ci sono pause. Presto il tuo corpo avrà cessato di resistere; questione di ore, forse di attimi. Questo è il giorno in cui morirai. È la mia ultima occasione per parlarti, anche se non saprò mai se hai ascoltato le mie parole.

Tu mi vedi come una creatura leggera e naturalmente aggraziata, che si muove senza sforzo nel mondo.

No. La mia frivolezza, che tanto ti ha deliziato, non è mai venuta naturale. Un corpo tenuto insieme da due ore di ginnastica al giorno. Una voce controllata in ogni muscolo della laringe. Ogni parola, sguardo, azione, sono il frutto di uno sforzo. Un lavoro. Un copione seguito, la performance di un attore. Soltanto, non finiva mai, niente applausi né riposo.

Sono piena di difetti che nessuno vede. Un’anima disturbata sin da bambina, avida, ansiosa, nervosa, indurita, incapace di provare pace.

Sono cresciuta con un vicino che mi molestava e mi faceva regali. La prima cosa che ricordo di aver capito da bambina è che quando un uomo ti guarda con certi occhi puoi ottenere quello che vuoi. Il mio sguardo è sempre stato quello di un lupo affamato, il tuo quello di uno scienziato, pigro e ben sazio. Sei ingenuo, come io non sono potuta essere mai, da quando posso ricordare. L’ingenuità è la tua colpa e il tuo peccato.
Lo vedi, nemmeno tu sei innocente. L’ingenuità non è mai innocente. Viene da una pigrizia viziata, una colpevole mancanza di coraggio, e prima o poi si ritorce e colpisce come un maglio inesorabile.

Il giorno che mio zio cominciò ad approfittarsi di me non dissi nulla, non volevo far sapere a nessuno. Ma cominciai a balbettare ogni volta che un uomo mi rivolgeva la parola. Più non volevo che accadesse e più accadeva. Vivevo nella vergogna e nel terrore che qualcuno si accorgesse della causa. Che fossero solo maschi adulti ad annientarmi e incapacitarmi. Che si potesse risalire a mio zio.
Con la paghetta avevo comprato una piccola pila e uno specchietto. Ogni notte mi esercitavo per ore a rispondere con frasi scorrevoli, una voce normale. Immaginavo di rispondere alle domande di un uomo. Immaginavo occhi che mi guardavano. Smettevo quando le mascelle erano doloranti e gli occhi bruciavano.
E un giorno, cinque anni dopo, ci riuscii. Da sola. Mi riuscì di partizionare la mia mente come un disco rigido. Creai due comparti. Generai un doppio che poteva ricacciare indietro le parole balbettate e sostituirle con un discorso artificiale, che sembrava mio. Dopo aver imparato a simulare naturalezza quando nel mio cervello era tutto nero e immobile, fui in grado di fingere qualsiasi cosa. Ora per gli uomini era più difficile controllarmi. Ero io a usare come volevo quei maschi adulti, quegli animali pesanti che mi guardavano con occhi da bue, da maiale, da triglia, occhi da uomini, prevedibili e dominabili fino alla noia.
Sì, sono piena di difetti che nessuno vede. Ma ho disciplina. In fondo, sì, merito la tua ammirazione.

È per questo che piaccio agli uomini. Non per i miei occhi, non per il mio corpo. Loro, certo, credono così. Si dicono questo la sera, mormorando frustrazione e desiderio accanto alle loro scorze di mogli esauste, versandosi un bicchiere per sopportare l’angoscia della loro presenza, della mia lontananza. Ma si sbagliano. Ciò che ha il potere di attrarre è sempre invisibile. È perché brillo di energia come una supernova. La mia disciplina mi ha edificato come un complesso palazzo, come un labirinto, una fortezza. Come un mostro mitologico, ho il potere di attrarre e terrorizzare.
Come quello stronzo di idraulico che per assumermi in prova volle che glielo succhiassi. Durò esattamente un giorno. Il giorno che io e te ci incontrammo. Quando uscimmo da casa tua fu lui in ginocchio davanti a me, e tremando mi diede un rotolo di biglietti da cinquanta tenuti insieme con l’elastico, tutto il suo nero; perché non dicessi niente a sua moglie.

Ho visto la tua paura quando ci siamo incontrati a cena, il tuo parlare impacciato di soli argomenti innocui, e come sempre ho pensato: questo è un uomo che posso usare. Poi, durante la serata, mi sono resa conto che non potevi essere usato in alcun modo: niente denaro né conoscenze, soltanto lo stupido sguardo ammirato da pecora a cui sono abituata.
Ti lasciai perdere, mi concentrai su altro.
C’era quel ragazzo giamaicano, Wes, al bar sotto casa tua. Carino. Che come me aveva studiato da attore, come me faceva lavoretti per sopravvivere. La sera dopo ci rivedemmo. Nei suoi occhi per una volta non c’era adorazione, solo voglia di spassarsela; e ci divertimmo. Ci incontravamo al bar ogni sera. Una volta stavo per entrare quando ti vidi che parlavi con lui. Penso ti stesse spiegando come funziona quella lotteria. Non volevo che mi vedessi. Girai subito sui tacchi, incamminandomi in una strada laterale, pensando: che strano, un po’ m’importa di lui.

Con Wes ci divertimmo, dicevo. Un passatempo mentre continuavo a cercare l’uomo su cui fare leva per sollevare la mia vita. Non sapevo che quell’uomo eri tu, dal momento in cui vincesti la lotteria. Appena ricevuto il tuo messaggio dove mi scrivevi della vincita ti chiamai fingendomi incredula, poi disinteressata e felice per te. Wes stava seduto accanto a me e mi guardava divertito. Quando misi giù mi diede il cinque. A suo credito devo dire che non ha mai fatto nulla per partecipare in qualche modo della somma. Era più innamorato della libertà che del denaro, è questo che lo rendeva leggero e piacevole.

Il dubbio non ti sfiorò nemmeno per un istante. Tu mi offristi tutto ciò che avevi, nel modo più candido. Ricordo che per un attimo esitai ad accettare. Mi facesti tenerezza, ebbi l’impulso di difenderti da me stessa.

Non pensai di difendere me stessa dall’impatto di quell’incontro. Vedi, posso essere ingenua anch’io.

Wes era davvero bravo a far sesso, più di chiunque. Mi piaceva che da me non volesse nulla. Il che lo rendeva quasi in grado di vedermi. Questo, e il fatto di essere un uomo ambizioso dalla pelle nera. Condividevamo un percorso in salita.

Ce lo dicevamo, avvinghiati nel letto, ansimando: mi ami? No. Nemmeno io. Era solo fisico. Ci piaceva così. Ci piaceva come ci guardavamo disincantati, prima, dopo e durante l’amore. Riposante.
Una volta, mentre stavo appoggiata al suo petto madido e mi accendevo una sigaretta, mi disse: “Sai perché è così bello fare sesso tra noi?”
Aspettai la sua rivelazione con aria indifferente e già scettica.
“Perché siamo innamorati”, mi disse serio.
“Parla per te, idiota”, feci.
“No, non l’uno dell’altra. Siamo entrambi innamorati di qualcun altro”.
“Ah sì? Te l’ho detto, parla per te. Non c’è nessuno che turba I miei sogni”.
“I tuoi sogni li turba il sognatore”.
Davvero non capii. “Chi?”
“Quello che abita sopra il mio bar”.
Scoppiai a ridere. Allora pensavo che mi facessi pena. Wes mi guardò sorpreso, poi prese a ridere anche lui e continuammo fino alle lacrime.

Credo tu non ti sia mai reso conto dello sguardo che hai. I tuoi occhi verdi e tristi sono la promessa di un mondo puro. Occhi verdi di erbe, buone e conosciute; di basilico e menta. Di acque pulite e profonde. Occhi di una fragilità inattaccabile.

Come sei fortunato. Potresti avere quello che vuoi, chi vuoi, in ogni momento. E non te ne sei mai accorto. Il tuo sguardo è splendido e malato, abbraccia ma non penetra i dettagli. Sei cieco a molte cose. Alle opportunità, ai possibili vantaggi di una situazione, soprattutto. Ti immagino passeggiare per strada, inconsapevole di far innamorare tutte le donne a cui passi davanti. Ricordo ancora quando mi sono tolta gli occhiali ed ho alzato lo sguardo dal preventivo per la caldaia. Li ho incontrati, quei tuoi occhi. Ero seduta accanto a quell’animale di idraulico che ansimava e sudava, e pensava soltanto in quale posizione mi avrebbe preso quella sera, e ti vidi. Tu eri fermo, guardavi e basta. Ti piacevo, sì. Certo, io piaccio agli uomini. Ma non cercavi nulla. Era strano. Ti piacevo ma non mi volevi. Sembrava che niente ti deludesse perché a tutto avevi già rinunciato. Non avevo mai conosciuto uno che potesse permettersi di essere così fragile.
Per un attimo mi sono innamorata anch’io. Poi ho dimenticato. Come quasi tutti, non avevo idea di cosa mi piacesse davvero.

Due settimane sole ed eri disgustosamente ricco. Tornai a vederti. Eri noioso e impacciato come sempre, ma trovasti il coraggio candido di offrirmi di viaggiare con te. Subito, via, insieme. Mi portasti in tutti I posti che nessuno di noi due aveva mai visitato. Ogni tanto il tuo male ti teneva a letto per qualche ora, io me ne andavo in giro da sola, e immediatamente qualche uomo mi si appiccicava, ignaro di cosa davvero gli piacesse di me.

All’inizio, un paio di volte, ci andai con questi uomini. Ma presto me ne annoiai, e cominciai a tenerti compagnia quando stavi male. E tu stavi male sempre più spesso. Mi accorsi che il sesso funzionava come terapia; e ce ne concedemmo in abbondanza.

Ma prima di partire mi portasti a casa tua. Non capivo perché, finché non apristi la porta. C’era quella donna seduta sul divano che ti aspettava mordendosi il labbro come una vecchia sposa, Rita.

Ci misi due secondi a trascinarla in cucina, metterle un bicchiere di vino in mano, farla parlare. Tu ci guardasti terrorizzato. Non avevi la forza di parlare. Fu lì che mi accorsi dell’altra sfumatura nei tuoi occhi, un’ombra di estraneità e di morte. Sei corso in bagno, terrorizzato. La tua fuga ha molto aiutato il nostro dialogo. Con Rita ne abbiamo riso per un momento insieme.

Ci siamo riconosciute all’istante. Ti volevamo entrambe. Io, per i soldi che ti erano piovuti addosso. Non ebbi problemi ad ammetterlo a Rita. Le spiegai con calma che avevi ciò di cui avevo bisogno, e un carattere così malleabile che garantiva una totale libertà d’azione. Lei mi portò disperata il suo unico argomento: ti amava. Innamorata dei tuoi occhi che non si sono mai posati, neanche per un attimo, su di lei.

Che poteva farmi? Avevo tutto a mio vantaggio.

Come siamo stupidi, tutti.

Rita si indignò, come se non ti avesse ingannato lei stessa, cercato maldestramente di farti innamorare in ufficio e poi costretta a farsi ospitare da te e ubriacarti per una scopata che tu non hai mai voluto ripetere. Le stavo spiegando come non poteva sentirsi migliore di me in nulla, soltanto più inefficiente e meschina, quando realizzammo entrambe che era da parecchio tempo che non tornavi da quel bagno.
Dovemmo forzare la porta. Ti trovammo a terra. Fui io a chiamare l’ambulanza, io a portarti all’ospedale. Rita rimase accasciata per terra a mangiarsi le unghie. E dire che ti amava.

Qualcuno deve avermi invidiato, ripetevi spesso. Avevi ragione. Io ti ho invidiato, sempre. Ti ho fatto ammalare io, della mia continua ammirazione e invidia, che non sapeva svilupparsi in amore.

Io e Rita. Io, lei e le altre che incontravi per strada e ti guardavano come non ti si può non guardare.

Tuo padre ti aveva spiegato la vera natura del malocchio. Viene dall’invidia, ma non dalla malevolenza: dalla semplice ammirazione. Una donna vede un’altra donna molto bella e semplicemente la ammira. Una donna vede un bambino e si scioglie. Una donna si leva gli occhiali e incontra I tuoi occhi. Questo è sufficiente ad inviare un’energia che fa ammalare.

L’ammirazione è qualcosa di misterioso. Ti ho sempre ammirato, senza saperlo. La fragilità oceanica dei tuoi occhi. Ho sempre invidiato la tua capacita di ottenere cose senza vendere l’anima. La mia era già venduta prima che potessi capire di averla.
In qualche modo sembravi non vedere I rapporti umani come transazioni, e questo mi incuriosiva per la sua impossibilità. Naturalmente, durante I nostri sei mesi di paradiso, devi aver pensato che ero accanto a te per I soldi. Te lo leggevo negli occhi. La mia instabilità ti ha strappato via l’ingenuità come una pelle. Una cura dolorosa.

Credo tu abbia scelto di non crederci. Un pensiero inverosimile, che ha generato un risultato inverosimile. Mi sono innamorata di quel volto d’uomo che combatte contro se stesso. Cosa ti facesse così adatto ad amare, non so. Qualcosa che io non avevo.

Non incontrerò nessun altro come te. Sei stato capace dell’impossibile.
Hai vinto tu. La tua strategia è migliore. Mi hai vinto senza muovere un dito. Forse senza saperlo.

Ecco. Ti sento sussurrare ancora una volta Questa non è casa mia. Lo hai detto tante volte stasera, è quasi l’unica cosa che ho potuto sentire.
Tu lo sai qual è casa mia?
Ti ricordi quando mi hai svegliato la mattina presto e mi hai buttato addosso un maglione e costretto a scendere con te in strada scalza, e messo in macchina e guidato per mezz’ora senza parlarmi, senza caffè, senza spiegazioni? Mi hai portato qui, dove siamo ora. Una casa vuota. Operai che scrostavano le finestre. Mi hai messo in mano un mazzo di chiavi e spinto verso la porta. Sono entrata.
Mi hai indicato una porticina laterale. Era chiusa a chiave. L’ho trovata, era la più piccola, ho aperto. Un capannone industriale in disuso, dal secolo scorso, uno dei pochi che sono rimasti entro I confini cittadini.
Non c’era bisogno che tu lo dicessi, ma lo dicesti: Ecco il tuo teatro.
Questa, che non è casa mia, è casa mia. Giunta a me per vie misteriose e impossibili e perciò divina.
Non la lascerò mai.

Wes sa che te ne stai per andare. Mi ha chiesto di andare a vivere con lui, per tenerci compagnia. Come amici, liberi, giusto una scopata ogni tanto. Gli ho detto di no. Quella non è casa mia. Questa è casa mia.

Vai, amore. So che tutto è per il meglio. Stai lasciando un mondo che non è mai stato casa tua.

Enjoy reading VEDA Wellness? Add VEDA Wellness to your Google preferred sources so you don't miss our latest articles.