Ho conosciuto Bea nell’estate del 2015. Era il 15 luglio, ricordo la data perché era il giorno successivo a quello in cui mi avevano rubato la valigetta con computer, telefono e carte di credito.

Ci siamo incontrati per caso a Kastrup, l’aeroporto di Copenhagen. Stava giusto davanti a me nella fila di passeggeri esausti che uscivano dallo sfortunato volo 714 da Los Angeles, che prima ci aveva costretto a sei ore di attesa per un problema all’impianto elettrico, poi aveva sobbalzato a lungo sorvolando l’Atlantico all’interno di una grande nuvola nera.

Appena emersi dalla fisarmonica dello stretto tunnel di uscita la vidi inginocchiarsi a terra e baciare solennemente il suolo, come un pontefice. Lo fece all’improvviso, quasi inciampavo su di lei, così mi guardò. Ci riconoscemmo come due che parlano italiano.

“Il sacro suolo d’Europa”, mi disse sorridendo di un sorriso di labbra piene, che unito agli stretti occhi stanchi per il lungo volo e ai capelli rossi, corti, splendidi anche se ingarbugliati e appiccicati sulla fronte, mi fece innamorare. Non che sia difficile, farmi innamorare. Non che sia difficile, per Bea, far innamorare.

“Paura per il volo? Contenta di essere in vita?” Le chiesi, sorridendole anch’io. Lei scosse la testa.

“Allora è la California che non ti è piaciuta”. Le diedi la mano per aiutarla a rialzarsi. ”Visita troppo lunga?”

“Direi. Tre anni. Non voglio vedere gli Stati Uniti per un pezzo”.

Ci incamminammo insieme verso il ritiro bagagli. Procedeva lenta, guardandosi intorno, abbeverandosi delle ritrovate consuetudini europee. Sicuramente tutto le sembrava molto piccolo. Faceva quell’effetto già a me, che ero stato via sei giorni soli.

“Che ore sono qui?” Mi chiese soffocando uno sbadiglio.

Cercai istintivamente il telefono, prima di ricordarmi che non l’avevo più. Guardai verso il display degli arrivi.

“Nove e mezza di sera”. Il cielo oltre la vetrata era sorprendentemente chiaro. A quella latitudine, per il buio si doveva aspettare un altro paio d’ore.

Il suo bagaglio, un massiccio trolley giallo, fu il primo ad apparire sul nastro. Lo afferrò, mi aspettavo che sparisse, ero pronto a salutarla.

“Tu hai fame?” Mi chiese invece, un po’ assente, con l’aria indecisa su cosa fare, i gomiti appoggiati alla valigia.

“Un po’”.

“Vai in città? Io ho un albergo prenotato qui dietro. Non mi allontano da quest’area, ho un volo domani mattina presto”.

“Anch’io. Sei e mezza. Non ho prenotato niente, volevo prima…”

“Volo per Roma?”

“Sì, volo per Roma”.

“Ma dai, siamo di nuovo insieme”. Scuotemmo la testa increduli.

“Vieni a dormire da me! È qui dietro, si arriva in un attimo”.

L’espressione indifferente non mi riuscì. La mia faccia sorpresa e allarmata la fece ridere.

“Mica devi stare nel letto con me. Ho una suite. Nel salottino c’è un divano letto comodissimo.

Si scompigliò furiosamente i capelli con la mano libera, specchiandosi in una vetrina, e mi sorrise di nuovo. Un sorriso pulito e riposante come non ne vedevo da tempo. Una bellezza come non se ne vedono mai. Stavo per dire di no, ho sempre avuto paura della felicità, quando aggiunse:

“Sono piena di soldi. Mi sono appena licenziata da un lavoro disgustoso, ma molto ben pagato. C’è la piscina. C’è anche un ristorante buono. Ti offro taxi, cena, alloggio. Dai, non puoi mica rifiutare”.

Il taxi impiegò un minuto per portarci a destinazione. Bea teneva la testa fuori dal finestrino.

“Guarda, Pegaso!” Disse. “Ma come, non la conosci? La costellazione!” Io guardai fuori, la costellazione sembrava sparita in una veloce nuvola e non vidi nulla.

Alla reception non c’era nessuno davanti a noi, sbrigammo il check-in in un lampo e salimmo. Il mio divano, benché rosa, era estremamente accogliente, ampio e comodo. Il bagno stava tra i due ambienti. Vidi con sorpresa che aveva muri di vetro completamente trasparenti. Bea fece una doccia in un cilindro di vetro, una specie di congegno per il teletrasporto, ben visibile da ogni angolo, illuminato a dovere, senza un’ombra di sabbiatura. Mi voltai dall’altra parte e mi misi a sfogliare una rivista che elencava negozi di gioielli e abiti in città.

Al suo via feci una veloce doccia anch’io, ben attento a voltarle le spalle. Mi girai solo quando fui immerso in una nuvola di vapore caldo, e lei era seduta che mi guardava e rideva di gusto. Mi gettai nell’accappatoio e subito dopo, entrambi rinati in abiti freschi, capelli bagnati e l’aria di una coppia felice in vacanza, decidemmo di cenare nel ristorante dell’albergo, che era fornito di meravigliosi smørrebrod alle aringhe, gamberi e salmone, e birre che venivano giù dalla spina con una schiuma compatta ed estremamente promettente.

Avevamo appena iniziato che ricevette una telefonata. “Scusami”, disse, e si allontanò di qualche passo.

Mentre la guardavo ascoltare camminando, poi arrestarsi con una faccia sorpresa e rabbuiata come a una brutta notizia, ma forse no, non era una brutta notizia, forse soltanto qualcosa di così sorprendente da non poterci credere, magari il semplice ritorno alle trivialità della piccola Europa dopo anni di sogno americano, o qualche residuo antipatico di dovere statunitense. Mi asciugai la bocca col tovagliolo e sentii un odore di aringa affumicata che mi era rimasto appiccicato alle dita, anche se non mi pareva di averla toccata. Mi sentii Peter Sellers in Hollywood Party, un buffo intruso capitato in una festa lussuosa che non era intesa per lui. Fino ad allora niente mi era mai accaduto con tanta rapidità. Catapultato nella vita d Bea in una questione di secondi: compagno di viaggio, ospite, innamorato segreto, silenzioso testimone di un passaggio della sua vita.

Ritornò pallida e con poca voglia di parlare. Non sapevo se era mio dovere rasserenarla, magari con una battuta, chiederle se c’era qualcosa che non andava, o ignorare il suo stato. Avevo appena deciso di tacere, almeno per il momento, quando Bea mi disse di chiamarsi Bea e chiese il mio nome. Già, non ce li eravamo detti. Nemmeno al check-in li avevamo pronunciati, solo appoggiato i nostri passaporti al bancone sfregandoci gli occhi stanchi.

“Giacomo”.

Assaporò il mio nome a lungo, assieme al boccone di salmone a cui stava lavorando. Per qualche motivo mi ricordò uno di quei capi mafiosi dei film, che masticando lenti una fetta di soppressata decidono della tua morte.

“Giacomo, come il mio fratellino”. E poi, dopo un’altra pausa: “Ora che ci penso, sei un po’ come il mio fratellino”.

Io oscillavo tra la frustrazione di essere per lei qualcosa di tenero, piccolo e inoffensivo e l’orgoglio di evocare ricordi positivi, di somigliare a uno che ama.

“Ce l’hai una ragazza, Giacomo?”

Scossi la testa. Lei si chinò in avanti.

“Se ce l’avessi, gliele diresti le cose, chiaramente, come stanno, senza nascondere, senza omettere, senza fare il giocoliere con le parole? O ti terresti il tuo prezioso gruzzolo di segreti inattaccabili?”

Non mi diede il tempo di rispondere.

“Quando l’avrai”, mi disse, di nuovo seria, “Parlale chiaro. Sempre”.

Mandai giù un paio di bocconi e dopo essermi annusato di nuovo le dita senza darlo a vedere – l’odore c’era sempre – cercai di intavolare una conversazione ordinata e riposante.

“Che facevi?”

“Adesso?” Mi chiese sorpresa, indicando dietro a sé, laddove qualche minuto prima passeggiava nervosa. Pensava alla telefonata.

“Il tuo lavoro ben pagato, dico. Che facevi a Los Angeles?”

“Ah, quello. Lavoravo nella televisione. Montaggio”.

Mi disse il nome di una serie che mi era sconosciuta. Una parola sola, strana, che lì per lì non avevo nemmeno capito (In seguito ho acquistato online tutte le puntate).

“In Europa non la danno. Là ė terminata un mese fa.”

“Non ci saranno nuove stagioni?”

“No”.

“Non ha avuto successo”.

“Ne ha avuto tanto, invece. È finita perché il protagonista è morto. Overdose, due settimane fa. Tutto si basava su di lui. Sulla sua faccia. Era un personaggio davvero particolare. Non imitabile. La produzione ha deciso che sostituirlo sarebbe stato un fallimento”.

“E adesso cosa farai?”

“Non so. Voglio riflettere. Sono contenta di questa pausa forzata, devo dire. Le cose succedono troppo in fretta”.

Annuii vigorosamente. Bea finì gli ultimi due gamberi rimasti sul piatto, poi senza alzare gli occhi, come parlando a se stessa, disse:

“Il mio ex vorrebbe che tornassi con lui”.

Non capii se si riferiva alla telefonata appena ricevuta, o a qualcosa di precedente. Mi guardò interrogativamente indicando con la mano i due cetriolini che avevo lasciato nel piatto. Le feci cenno di procedere, li addentò pensosamente, a piccoli morsi, continuando.

“Vorrebbe pure che lavorassi con lui. Un altro lavoro ben pagato. E schifoso”.

“Ci andrai?”

Scosse la testa. “Neanche morta. Ne ho abbastanza di pressioni esterne”.

Bevve, si levò con l’indice un baffetto di birra densa come schiuma da barba.

“E tu? Che fai di lavoro?”

“Sono un tecnico. Curo la manutenzione di certe macchine tessili. Ma ho giusto preso un anno di aspettativa”.

Non chiese nulla, ma mi guardò curiosa.

“Per scrivere un libro”.

“Su cosa?”

“Su questo viaggio. Sulle persone che incontro”.

“E hai incontrato gente interessante?”

“Ho incontrato te. Oggi è il primo giorno del mio viaggio”.

Rise. “Primo giorno del tuo viaggio! Ma se vieni da Los Angeles”.

“Quello era lavoro. Da quando sono atterrato sono ufficialmente libero. Il mio viaggio è questo. Dodici mesi da oggi“.

“E ti hanno fregato il computer. Adesso avrai bisogno di uno nuovo, per il tuo libro”.

La guardai senza rispondere.

“Dovrai fare un sacco di copia e incolla”, aggiunse.

“Ci stavo pensando in volo. Forse questo furto è un segno del destino”.

Tirai fuori il pesante quaderno nero che avevo comprato il giorno prima, ancora con tutte le pagine bianche, e glielo mostrai.

“Ho preso questo in aeroporto a Los Angeles. Forse questo anno lo devo proprio passare senza tecnologia. Dice che il computer…”

“Il computer istupidisce se vuoi essere istupidito. È di supporto alla mente creativa se vuoi essere creativo. Stai inseguendo la verità, no? Copia e incolla. Copia e incolla e incolla, ti dico. La verità mica è lineare”.

Non volevo entrare in quella discussione, ma lei continuò:

“Sul serio, pensi che potrai scrivere quello che ti capita giorno per giorno, tipo scolaretto, e che ne venga fuori un senso? Il senso delle cose è come un gattino, un piccolo bastardo predatore che sta accucciato e invisibile dietro l’angolo finché non spunti. Ti dico che le cose si illuminano a grappoli, come lucciole in un prato – dio, da quanto non vedo lucciole, e tu? – si raggruppano in costellazioni improvvise, di solito quando è troppo tardi e quel che è stato è stato. I diari non funzionano quasi mai. Gli avvenimenti dell’oggi sono sporchi delle nostre illusioni e aspettative. Bisognerebbe saper vivere per vederli davvero, ma chi sa vivere? Per capirli bisogna aspettare un momento pulito in noi stessi – quando improvvisamente tutto diventa chiaro”.

Fece cenno al cameriere di portare altre due birre.

“È come con le costellazioni. Mica le vedi subito, anche se qualcuno te le indica. Si formano poco a poco, dopo che hai fatto silenzio”.

E silenzio facemmo, per un po’ ognuno sorseggiando la sua birra e pensando a sé.

Rientrati in camera, il mio divano era stato trasformato in letto.

Spostai le coperte e mi sedetti. Calcolai che avrei dovuto svegliarmi non più tardi delle cinque. Cercai una sveglia, non ne trovai.

“Bea!” Gridai verso la sua stanza. “Mi svegli tu domani?”

“Certo. 4:45 va bene?”

Poi ricordai che da quando mi avevano rubato il computer non avevo comunicato né con mia madre né con l’ufficio.

“Potrei usare il tuo computer? Devo scrivere giusto due messaggi veloci”.

Venne a portarmi il laptop in slip e una canottiera così leggera che poteva pure non esserci, priva però di qualsiasi energia seduttiva. Nemmeno si ricordava, credo, di essere seminuda, tanto era stanca e tanto le ricordavo il fratellino. Si sedette sul bordo rosa del letto e me lo appoggiò sulla pancia.

“Tieni. La password è BEA1&BEA2. Buonanotte”.

Mancò poco che mi arruffasse i capelli, prima di piroettare mostrando il lato posteriore dalle caviglie, su su fino al delizioso collo appena toccato da ciuffi di capelli rossi, e riportare noncurante, come fosse un bagaglio qualsiasi, il suo corpo sontuoso in quel letto gigante e tremendamente vuoto.

Tempo di rigirarmi due volte e me la trovai di nuovo accanto che mi accarezzava la guancia. Si chinò su di me e fui certo che volesse baciarmi, invece disse:

“Forza, sono le cinque passate!”

Saltai su e in dieci minuti fummo nel taxi che ci scaricò al Gate prima che potessimo trovare la cintura di sicurezza.

Durante il volo Bea dormì tutto il tempo. Io bevevo caffè e cominciai a scrivere sul mio quaderno di viaggio. Le frasi cominciavano tutte con il suo nome.

Soprattutto la guardavo. I capelli rosso scuro, di una tonalità che mi sembrava di non avere mai visto. I piccoli fremiti di dormiente. Potevo vederne le pupille muoversi sotto le palpebre. Chi c’era con lei in quel sogno agitato?

Si svegliò quando toccammo terra. Scendemmo, realizzai che eravamo ancora più stanchi del giorno prima. Aspettammo i bagagli a lungo, a un certo punto andai in bagno. Quando tornai, Bea non c’era. Nessuna traccia nemmeno del suo trolley giallo. Sul nastro solamente la mia valigia, l’ultima. Mi guardai in giro per un po’, aspettai davanti al bagno delle donne, chiesi a una signora che mi guardò male se avesse visto lì dentro una coi capelli rossi, poi non potei che andar via. Non potevo farci nulla.

Comunque l’avrei vista a cena venerdì alle otto, anche il posto era già fissato, si andava al ristorante di un amico mio che ci avrebbe trattato benissimo.

“Ma stavolta pago io”, avevo detto con l’aria più ferma che mi era consentita, date le circostanze. “Con tutti i favori che ti devo. Come minimo”.

“Come minimo”, aveva ripetuto lei con un sorriso malinconico. Certo aveva capito che ci stavo provando.

Venerdì alle otto Bea non si presentò. Alle nove ero ancora deciso ad aspettarla. Alle dieci il mio amico ristoratore mi prese per un braccio e mi trascinò gentilmente in cucina, dicendo che con tutto il vino che avevo bevuto qualcosa bisognava che la mangiassi.

Poggiò sul bancone di acciaio un cartoccio caldo di frittura di pesce, a cui sapeva non avrei resistito.

“Ti ha dato buca una, che sarà mai!” Mi disse battendomi una mano sulla spalla e buttandosi in gola un gambero tutto intero con una movenza da pellicano.

“Non capisci, Ugo. Le è successo qualcosa”.

Ugo alzò gli occhi e scosse la testa masticando un altro gambero. Ne presi uno anch’io.

“Ugo, il suo computer l’ho io, dovevo ridarglielo”.

“Bè, in effetti un computer mica si lascia in giro così. Sì, è strano che non sia venuta a riprenderselo. Non fai così schifo”. Aggiunse, fingendo di studiarmi attentamente. Spinse verso di me il cartoccio, afferrai una manciata di pescetti. Erano squisiti.

“Il telefono suo non ce l’hai, ho capito bene? Mandale un email, lo prenderà dal cellulare”.

Così feci. Un messaggio al giorno, per i successivi quattro giorni.

La sera accendevo il computer, vedevo il mio email comparire nella sua casella di posta in entrata e rimanere non letto. Non riceveva altro, soltanto i miei messaggi. Non li apriva.

Il quinto giorno vinsi le mie resistenze e cominciai a frugare nella sua casella di posta. Magari avrei scoperto un modo di contattarla.

Non trovai niente di personale, soltanto messaggi relativi al vecchio lavoro negli Stati Uniti. Andai nella sua rubrica e cercai il suo nome. Vidi qualcosa di bizzarro, anche se non mi aiutava nella mia ricerca: io e Bea eravamo nati nello stesso giorno, dello stesso anno. Sotto le stesse costellazioni. Il mio desiderio di ritrovarla diventò irresistibile.

Numeri di telefono italiani, niente. C’era il numero di un cellulare americano, che provai a chiamare, ma come avevo immaginato non era più in uso.

Mi misi a cercare tra i documenti. Niente di utile nemmeno lì. Il computer era quasi privo di files, sembrava nuovo nuovo, comprato appena un mese prima.

Sulla scrivania c’era un file di testo, intitolato Note.

All’interno poche frasi.

        

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Nella nuvola. Credevo di avere concluso quello che avevo concluso, di stare rientrando a casa, invece non è così.

 

Vivere tra desideri e soluzioni incompatibili. Illudersi di scegliere un’opzione, mentre è la corrente delle cose a spingerci laddove non possiamo che essere. Tuffarsi a corpo morto nella situazione prescelta, che si fa forte anche del sacrificio dell’altra.

 

I regali sono tracce per la memoria che aiutano a ritrovare il cuore di una relazione.

 

I regali più belli che ho ricevuto li avevo già in mano quando ho scoperto che erano regali. Guardare alle cose con stupore nuovo. Come quando mi sono risvegliata in ospedale dopo l’incidente, e respiravo ancora, e mi muovevo, e mi sarei alzata presto, e fuori la primavera premeva.

 

Difficile come leggere i silenzi di X.

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Aprii una cartella chiamata Pictures. C’erano poche immagini di quello che doveva essere una festa nel suo vecchio ufficio, Bea seduta a una scrivania con una coroncina di plastica dorata in testa e un calice di spumante tra le dita, tra colleghi esultanti.

Eppure un sistema doveva esserci. È impossibile avere un computer tra le mani e non poter contattare il proprietario. Mi passai le mani sul volto, gli occhi mi bruciavano. Andai a sciacquarmi, mi preparai un caffè e tornai allo schermo.

In quel momento, nella cartella delle immagini che avevo lasciato aperta, vidi apparire un nuovo file.

Una foto. Un deserto giallo e polveroso, una strada che si indovinava appena, costeggiata di pietre, montagne lontane sotto un cielo senza nuvole. Nessuna traccia di persone. Soltanto l’ombra lunga di chi l’aveva scattata, sul terreno pietroso. Ne seguii il contorno. Bea, certamente.

Tenni sollevato lo schermo casomai comparisse qualcos’altro e mi misi a riflettere.

L’aveva scattata lei, quella foto. Ne ero certo. L’ombra corrispondeva.

Evidentemente aveva il computer sincronizzato al telefono. I suoi scatti mi giungevano attraverso la nuvola della rete.

Quindi, se avesse preso altre foto, le avrei ricevute.

Quindi, negli ultimi giorni non ne aveva scattata nessuna. Non dal telefono.

Bea non era in Italia. E nemmeno era tornata negli Stati Uniti. Quello era un deserto dell’oriente.

Il luogo raffigurato non aveva attrattive o particolarità se non quella di essere privo di presenza umana.

Era la foto di una turista? Già da giorni contemplavo la possibilità che potesse essere in qualche tipo di pericolo. Psicologico, fisico, non sapevo. Già il fatto che fosse sparita senza salutarmi non quadrava. Mancare alla cena, poi. Poteva quella essere una traccia lasciata magari a me, che lei sapeva in possesso del portatile? Credevo di stare rientrando a casa, aveva scritto. Una deviazione non pianificata. Spinta da chi. Dal suo ex? Nemmeno sapevo il nome, dell’ex. Difficile leggere i silenzi di X. X è l’ex? O un’altra incognita, un personaggio diverso di questa storia di cui non sapevo nulla?

Riguardai i dettagli dell’immagine nello schermo con attenzione. La foto non era mossa. La immaginai scattata dal retro di un automezzo. Non sembrava presa di nascosto, ma non si può mai dire. Inoltre, non conteneva indicazioni che mi permettessero di risalire al luogo.

Rimasi a guardare lo schermo per ore, finché la testa non mi crollò una volta di troppo e mi infilai a letto.

Il mattino dopo trovai un’altra foto. Ancora rocce e terra gialla e polverosa.

Rimasi qualche secondo a guardare perplesso quel paesaggio arido, quando notai qualcosa di scuro su una roccia.

Ingrandii. Non mi ero sbagliato. Era un uomo seduto di profilo, vestito di una lunga tunica orientale, tra le mani qualcosa di oblungo e verticale che non poteva che essere un fucile mitragliatore.

In che circostanze era stata scattata? C’erano altri uomini armati? Era un confine, una zona militare, una zona di guerra? Dove?

Andai a prepararmi un caffè e feci una doccia, calda, fosca, interminabile. Testa china, occhi chiusi, mente incapace di fare ordine.

All’improvviso mi ricordai della geolocation. (Bealocation, la chiamai nell’illuminazione del momento).

Com’è che si faceva?

Digitai il comando che visualizza le informazioni sul documento. Con mia delusione, il nome della località non c’era. Però, in fondo ai dati sul file trovai longitudine e latitudine. 35.726495 – 61.306401.

Mi misi a cercare un’applicazione che convertisse questi dati in una località. La trovai subito. Inserii i dati e trovai un deserto in Turkmenistan, al confine con Iran e Afghanistan. La località più vicina di chiamava Saleh Abad, in Iran.

Che diavolo ci faceva là?

La foto che fece chiarezza giunse poco dopo mezzogiorno.

Questa volta l’immagine era di un interno. Un selfie. Bea a capo coperto, avvolta da una lunga veste blu, cinta da dietro da un uomo che le baciava il collo mentre guardava in macchina con occhi neri e luccicanti di gioia.

Finalmente compresi l’ovvio. Quell’uomo era X. X era l’ex.

Bea rideva, felice.

Verso sera, poi, giunse un documento di tipo diverso. Un video. Un’immagine sghemba, Bea che inquadra se stessa, seduta su un letto di albergo, nella canottiera e mutande che mi erano familiari, una gamba ripiegata sotto di sé. Sullo sfondo l’uomo della foto, vestito solo di boxer gialli, canticchiava e armeggiava con una valigia aperta. Bea spostò lo sguardo a destra e a sinistra, si morse il labbro inferiore, poi sussurrò:

“Tienilo”. L’uomo dovette averla sentita, si voltò a guardarla per un attimo, poi riprese il suo frugare nella valigia.

Bea sussurrò di nuovo, più piano stavolta:

“Mi piacevi, ma…” Si strinse nelle spalle a indicare che le sue scelte non le capiva nemmeno lei, e indicò dietro a sé con gli occhi.

“Mi ha rapito. letteralmente. Si è presentato all’aeroporto con due biglietti, mi ha messo su un volo, mi ha portato via. Dice che era l’unico modo di avere una speranza di ritornare con me. Dice che ci sono delle cose che bisogna che io veda. Dice che non mi ha mai spiegato, che sembrava nascondesse cose, perché è necessario che veda con i miei occhi. È un turismo un po’ estremo. Da cinque giorni ci muoviamo su una Jeep scortata. Abbiamo attraversato certi posti…”

L’uomo si avvicinò a Bea e lì il video si interruppe. Rimasi sulla sedia con le mani tra i capelli, lo sguardo sul computer che ora era mio.

Grazie Bea. Spiacente di non averti visto sul momento. Spiacente di essere un ragazzotto ingenuo, troppo preso dalla sua ingenuità viziata per capire, troppo sporco delle mie illusioni, troppo immerso nella mia nuvola di aspettative di avventure da inserire nel mio diario di viaggio per vedere verità semplici, perennemente infatuato come uno scemo di tutte le ragazze geniali, bellissime, benevole e poetiche che incontro mentre baciano il suolo.

Ora sono a metà del mio viaggio, sono più a oriente di te, più a oriente di tutto, ma vorrei essere inchiodato a quel momento e a quel luogo dove ti ho visto, mentre ti sei voltata a sorridermi. Ho buttato via il quaderno, copio e incollo in abbondanza, ma mai che mi riesca di formare vere costellazioni.

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(Grazie a Francesco per l’aiuto)

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