A un certo punto qualcuno deve avermi guardato con invidia.
Forse quel pomeriggio pieno di sole che tenevo le mani sui tuoi fianchi e ti facevo dondolare al ritmo di una banda lontana di suonatori di strada, e tu finalmente mi guardavi come avevo sperato a lungo mi avresti un giorno guardato, e appoggiavi la fronte alla mia spalla chiudendo gli occhi.
Oppure quando mi sono svegliato quel mattino in Sardegna al suono della tua risata, e gli uccelli cantavano dalla finestra aperta, e avevi preparato caffè e uova in balcone, e mi sentivo fresco e pieno di energia e non avevo male da nessuna parte, e il mare pareva un vetro splendente e silenzioso.
Sì, qualcuno deve avermi invidiato. Seduto invisibile in un angolo lontano deve avermi osservato, deve aver visto e desiderato la mia impossibile felicità, e gettato un’ombra risentita di sventura su di me.
Altrimenti non si spiega.
Tanto tempo fa mio padre mi ha chiarito la vera natura del malocchio. Glie l’aveva spiegata a sua volta suo nonno, che era sposato con una donna silenziosa che guariva gli orzaioli e sapeva allontanare le trombe d’aria dai campi e far venire la pioggia quando c’era siccità.
Spesso chi lo lancia non vuol far male. Anzi.
Il malocchio non nasce da una cattiva intenzione, ma da uno sguardo ammirato.
Si vede qualcuno. Si pensa: che bel bambino, che donna sensuale, che capelli lucenti, che vita felice. E si proietta su quella persona un’energia che può prendere il colore dell’invidia o dell’ammirazione, che ha una natura di radiazione, di onda, e che per l’altro diventa tossica. Per questo gli anziani del mio paese sapevano che se per strada si ammira un bambino bisogna subito avvicinarsi e fargli una carezza in testa, toccarlo: per scaricare la tensione generata con lo sguardo ed evitargli il malocchio, che se no lo ammalerebbe.
Ecco. Qualcuno deve avermi invidiato, e non ha pensato poi di toccarmi.
Magari sarà stato quel giorno, quando ci siamo incontrati per la prima volta a casa mia (a dire il vero quella non era casa mia, ma la povera scorza di un progetto fallito, il residuo di una vita precedente con Annamaria, da cui avevo appena divorziato. Un bilocale svuotato di ricordi e riempito con quattro mobili svedesi montati in fretta, dopo che lei si era presa la mobilia e gli oggetti e trasferita in un casale con un ricco allevatore di mucche). Quando ti sei presentata nell’appartamento che costituiva il mio rifugio di divorziato, in tuta blu, per aggiustare l’impianto di riscaldamento dell’acqua. Tu e SuperMarco. Un tizio alto, massiccio, con in testa una corona rada di peluria bionda. Eravate vestiti in maniera identica, cosa che mi fece ridere. Salopette blu con distintivo ricamato SuperMarco Servizi Idraulici, e camicia azzurra. Tu avevi anche un fazzoletto arancio che teneva a bada i ricci.
Sono in prova. Sto imparando, mi dicesti con un sorriso levandoti i pesanti occhiali con cui avevi esaminato certi fogli che avevi davanti.
Eri bella con quegli occhiali, e quando li togliesti splendida. Anche travestita da idraulico. Parlavo solo con te, il tuo capo non lo vedevo nemmeno quando mi passò il foglio col preventivo scritto a mano sulla base del vostro veloce sopralluogo. Stavate seduti vicini, le vostre braccia si sfioravano con la familiarità inconsapevole che può esistere solo tra persone che hanno passato la notte nello stesso letto.
1.430 Euro. Forse di più. C’era da cambiare la caldaia. Sfondare il muro. Mentre osservavo il foglietto sentii la tua voce, che mi colpì per quanto era familiare, come il riaffiorare di un ricordo perduto.
“Scusi, ma questa casa è sua?”
“No. Questa non è casa mia”, risposi. “L’appartamento è della mia ex moglie. È una gestione complicata. Questo tipo di spese è a mio carico.”
Ti accendesti una sigaretta, senza chiedere permesso. Fumavi in modo vorace e deciso, che mi fece pensare che probabilmente sei una persona difficile da avere vicino. Ma in quel momento averti vicino era tutto quello che volevo.
“Allora non le conviene. Basta cambiare quel pezzo della caldaia, quella parte là in basso. Sono poche decine di Euro. Terrà per qualche anno. A cambiare tutto ci può pensare in futuro.”
“Sì, certo, facciamo così.”
D’improvviso fummo io e te contro SuperMarco che ci guardava stizzito, incrociava le braccia e aggrottava la fronte sudata. Non si trattava soltanto del preventivo. Era irritato che mi rivolgessi a te e non a lui. Che non gli fosse permesso di dirigere la trattativa. Era irritato di non esistere.
Vi guardaste. Con un’occhiata lui ti aveva licenziato, tu avevi cessato di dormire con lui. SuperMarco si alzò e si diresse verso la porta, che tenne aperta aspettandoti.
Prima di alzarti, scrivesti a mano per me il tuo numero di telefono sul biglietto da visita che il tuo capo aveva lasciato sul tavolo.
“Mi chiami pure”, mi dicesti prima di uscire, in tono invitante. Chissà se quella frase era davvero rivolta a me, pensai, o indirizzata a SuperMarco.
Ti telefonai quel pomeriggio stesso. Ti andava un aperitivo e una cena? Ti andava.
Dopo otto mesi da divorziato non sapevo neanche più dove stavano i vestiti adatti per portare fuori una ragazza. Optai per farmi andare bene quello che era a portata di mano: i jeans che mettevo di solito per andare al lavoro, ora freschi di lavatrice, il maglione a collo alto che grattava ma secondo Annamaria mi stava tanto bene. Nei primi tempi, perlomeno.
Al telefono dicesti che ti faceva comodo venirmi a prendere a casa mia. Non è casa mia, risposi. Ma va bene. Passa di qua.
Senza salopette blu eri ancora più bella. Portavi i capelli liberi dal fazzoletto, e un vestito arancio che mi lasciò senza fiato. Niente occhiali, stavolta. Mi accorsi con stupore di quanto ogni cosa in te fosse così incredibilmente curata. Capelli, trucco, unghie, scarpe, vestiti. Voce, postura, movimenti, parole. Senza affettazione; soltanto un’attenzione concentrata che mi faceva capire che per altri la vita poteva essere cosa di grande importanza.
Mi resi conto che prima di te le mie ragazze erano state un branco di rudi taglialegna. Annamaria con le sue mucche e il giardinaggio e le mani sempre sporche di terra, e prima di lei quella biologa marina che sezionava lumache e baciava i cetrioli di mare perché, diceva, portavano fortuna per sette anni.
Non ho mai avuto ragazze frivole. Tu eri frivola in modo magnifico.
Non mi sono mai spiegato come mai questo, che non mi era piaciuto in nessuna, mi sia piaciuto in te. Mi dissi che quella frivolezza non era frivola, era arte.
Volevo portarti a prendere un aperitivo in un posto elegante in centro, ma tu insistesti per entrare nel bar tabacchi sotto casa. Dicesti che il nome Caffè Della Fortuna ci avrebbe portato bene, che di fortuna ne hanno bisogno tutti, sempre.
Il ragazzo del bar era uno che veniva dalla Giamaica, o dalle Antille, e si era trasferito da poco in città. Si mise immediatamente a flirtare con te. Offrì lui l’aperitivo, a tutti e due. Portandolo, disse senza staccare di dosso gli occhi dal solco della tua scollatura che ero un uomo molto fortunato.
“Vediamo se è vero”, dicesti chinandoti verso di lui con la faccia inclinata in un sorriso. Potevo quasi vedere l’attrazione che scorreva tra voi come una corrente elettrica. “Qual è la lotteria dove si vince di più?”
“Mmm… con questa, domenica scorsa a Genova hanno fatto 18 milioni”, rispose il ragazzo.
“Quante probabilità ci sono di vincere?” Chiesi, con il tono scettico di un vecchio che le ha viste tutte. Io nelle cose di statistica sono un asso.
Il barista mi sorprese con una risposta filosofica.
“Le probabilità esistono soltanto in una dimensione astratta di grandi numeri, dove noi non esistiamo. Dove noi esistiamo c’è questo.” Prese tra due dita il biglietto della lotteria, tenendolo sollevato all’altezza dei tuoi occhi.
Applaudisti, contenta. Eri al tuo secondo prosecco, a stomaco vuoto. Oscillavi un tantino sullo sgabello. Comprai il dannato biglietto.
Lo infilai in tasca, andai un momento in bagno. Mentre pensavo che avrei potuto fare il galante e darlo a te invece che intascarlo distrattamente, il telefono suonò. Era Rita, una mia collega di lavoro, triste e depressa. La conoscevo appena. Lavoravamo nello stesso reparto di una società finanziaria. Risk assessment. Raccoglievamo dati per calcolare l’affidabilità di chi richiedeva un prestito. Consultavamo database specializzati, intervistavamo, raccoglievamo informazioni a voce e inserivamo tutto a computer, dove un software calcolava il livello di rischio, espresso in lettere e numeri da A1, altamente desiderabile, a G3, nessuna speranza di ricevere un euro da noi.
Non decidevamo noi se concedere il prestito o meno. Il rating, accompagnato da una corposa relazione, veniva passato al front office, che prendeva le decisioni. Erano quelli delle vendite a divertirsi a giocare agli dèi. Noi non venivamo nemmeno a sapere se il prestito alla fine veniva concesso, né ci interessava. Ora comprendo che ci tenevano isolati perché non capissimo quanto denaro valevano le nostre scelte.
Rita piangeva. Mi chiese se stanotte poteva dormire da me. Aveva litigato con Rodolfo. Dedussi che Rodolfo doveva essere il marito. Magari mi aveva anche raccontato di sto Rodolfo, ma io certe cose non le ascoltavo. Dissi di no, che ero fuori e non sapevo se rientravo. Disse Oh, sei con una donna, mi dispiace, e riattaccò. Mi sentii a disagio per quel contatto indesiderato. Pensai che se io ero la persona a cui rivolgersi quando era nei guai, allora la sua vita era davvero triste. Ci conoscevamo a malapena, io perlopiù cercavo di evitare i suoi discorsi sui meriti della vita vegana ed ecosostenibile. Non che fossi contrario a quegli argomenti, era piuttosto l’energia spossata e risentita con cui li presentava. Pensavo che era triste che una ragazza in fondo carina come Rita riuscisse a rendersi così poco attraente, non fosse in grado di vedere il vuoto che creava attorno a sé.
Quando tornai stavate ancora parlando, chini sul bancone. Il giamaicano rideva.
Uscimmo, ti portai a cena in un ristorante di fronte al lago dove non ero mai stato, che si rivelò caro e piuttosto deludente.
Io soprattutto fui noiosissimo. Invece di brillare di interesse e considerazione per te interessandomi alla tua vita, ti raccontai del mio lavoro di Risk Assessment Analyst. Mi resi conto che avevo paura. Di menzionare qualsiasi cosa che potesse risvegliare davvero il tuo interesse. Di te. Poi per fortuna cominciasti a prendere in mano tu la conversazione. Saltò fuori che sei una che venera il corpo. Mi dicesti che facevi due ore di ginnastica al giorno. Mi domandavo perché. Ti piaceva? Alzasti le spalle. Compresi che per te la salute non era un fine, ma uno dei benefici accessori della bellezza. Un’altra delle tue frivolezze. Poi discutemmo di fortuna, di idraulica e di teatro. Sognavi di mettere insieme uno spettacolo tuo, ma al momento avevi giusti giusti i soldi per pagare l’affitto. Eri in cerca di contatti, qualcuno che credesse nel progetto. Se vinco alla lotteria ti compro un teatro, dissi, ma il commento invece che divertente e amorevole suonò scettico e amaro.
Era strano davvero quello che mi capitava con te. Avevo una familiarità assoluta col tuo corpo, avrei voluto fare all’amore in quel momento stesso, la tua voce era quanto di più familiare conoscessi. Ma la conversazione era quasi impossibile. Non ti capivo. E avevo paura di scoprirlo. È che non avevo azioni appropriate per rendere giustizia alla tua bellezza, alla familiarità struggente che sentivo, che mi faceva balzare in una regione estranea e sconosciuta. Ora so che la bellezza è il risultato di meriti accumulati. La vera bellezza, dico. Non quella che piace a tutti. Quella che è stata predisposta con grande cura, da tempo immemorabile, per venire incontro al nostro individuale bisogno, e ha il sapore di un regalo lungamente preparato, e ci costringe ad essere migliori dell’ombra di noi stessi che siamo.
Ti accompagnai a casa spiegandoti alcune sottigliezze sulla valutazione del rischio finanziario. Non dimenticherò l’espressione sollevata con la quale uscisti dalla mia macchina e ti avviasti verso il portone di casa. Davvero mi consideravi un estraneo un po’ ottuso.
Fu in quel momento che mi accorsi per la prima volta della fitta che mi serrava le tempie e che da allora si accompagnò a un numero sempre maggiore di miei momenti.
Il mattino dopo incontrai Rita in ufficio. Portava occhiali da sole, aveva un’aria depressa. Disse che per quella notte se l’era cavata in albergo, ma che a casa assolutamente non poteva tornare. Non volli sapere dettagli. Mi chiese se potevo ospitarla per una settimana. Le dissi di sì. Mi fece pena che mi percepisse come amico. Che non avesse che me, uno sconosciuto che mai aveva ascoltato le sue lamentele e non sapeva nulla di lei.
Si presentò alle sette con un Take Away messicano per due e una bottiglia di tequila. Ci sedemmo in cucina e la vidi divorare con avidità tutta la sua parte di cochinita pibil in barba alle sue convinzioni vegane; e anche quel che restava della mia. Poi trovò le mie fette biscottate e il vasetto di Nutella, e diede fondo pure a quello.
Si assicurava che i nostri bicchieri fossero sempre pieni, e presto nel suo flusso di parole il pianto rabbioso cominciò ad essere interrotto da pause e risolini. A un certo punto scoppiò a ridere che non riusciva più a parlare. Meglio così, pensavo. E ridevo anch’io, che la tequila in corpo era tanta.
Non ricordo con precisione i passaggi intermedi, ma la rammento vividamente, china sopra di me nel mio letto, che mi leva la camicia con strappi maldestri, senza che io abbia la forza di aiutarla. O di fermarla. Ci baciammo. Potevo avvertire la chimica dell’astio, l’aroma acre della vendetta che le usciva dai pori mentre sospirava e mugolava e pensava che un giorno avrebbe raccontato tutto questo a Rodolfo. Chissà se lei sentiva il mio odore, di sogno e rimpianto di te.
Fu quella volta soltanto. Al mattino decidemmo con uno sguardo di occhiaie mute davanti a un caffè doppio che da ora in poi ognuno in camera sua e buongiorno e buonasera e basta, che una educata distanza era il nostro giusto livello di relazione.
Avevo una nebbia fitta di tequila in testa. Prima di prendere il tram per andare in ufficio mi fermai per un altro caffè doppio al solito bar tabacchi. C’era sempre il ragazzo delle Antille, che mi chiese come stava la mia amica e se avevo vinto. Mi resi conto che non sapevo come si faceva a controllare se avevo vinto e lui me lo spiegò. Controllai. Avevo vinto.
A Genova avevano fatto 18 milioni. Io, con i 5 Euro di quel biglietto stracciai il record, di milioni ne feci 47.
Ti mandai un SMS. Diceva: Non sono così fortunato. Ho vinto 47 milioni a quella lotteria, ma tu non ti sei fatta sentire più.
Mi richiamasti la sera stessa, dicendo quanto ti aveva fatto ridere lo scherzo dei milioni.
Non è uno scherzo, dissi soltanto, e non ci fu bisogno di aggiungere nulla.
La testa mi doleva più che mai. Attribuivo quelle fitte alla tensione per la vincita.
Mi licenziai dal lavoro quella stessa mattina. Non intendevo precipitare le cose, agire in preda all’entusiasmo. Volevo far valere la mia esperienza di uomo razionale. Investire avvedutamente, senza lasciarmi prendere dalla frenesia. Sapevo che questi cambi repentini avevano rovinato più d’un vincitore sprovveduto. Non ne parlai con nessuno. Passai il pomeriggio tra appunti, pianificando le mosse successive.
Di nuovo ti portai a cena, questa volta in un posto che conoscevi tu. Dietro ogni sguardo, ogni parola, c’era la consapevolezza assurda della vincita, un’euforia leggera di commedia. Ci divertimmo. Ordinammo il meglio del meglio, ma non era per quello.
Poi mi invitasti a salire da te, e facemmo l’amore, e per tutta la notte fui benedetto dall’assenza delle fitte che si fecero misericordiosamente sentire soltanto al mattino.
Decidemmo di partire di lì a una settimana. Una vacanza di sei mesi dove andammo in tutti i posti magnifici che desideravamo, ordinando quello che ci pareva e facendo l’amore ogni volta che ci trovavamo soli e che le fitte, sempre più frequenti e dolorose, mi risparmiavano.
È in quel periodo che qualcuno deve avermi visto, e invidiato.
I saggi dell’antichità avvertivano di non considerare nessuna vita fortunata o meno fino al suo compimento. Sono pochi sei mesi di felicità? Ho l’impressione che siano di più di quanto in genere una persona riceva. C’è da credermi, sono bravo con le statistiche. Con la valutazione del rischio e del guadagno.
Prima dei mesi felici venisti a trovarmi a casa mia (non proprio casa mia, ma ci siamo capiti), Rita era ancora mia ospite. Le annunciai trionfalmente che per sei lunghi mesi l’appartamento era tutto suo. Nonostante la situazione fosse stata resa esplicita a entrambe (Rita ospite temporanea per disperazione, tu amante), sia tu che lei coglieste in un attimo la familiarità fisica che avevo con l’altra e nelle vostre iridi scoppiò una piccola tempesta chimica. Io non te l’avevo detto di quel piccolo incidente di una notte con Rita. Vivevo nell’illusione che le cose non dette non si vengono a sapere. Ricordo che volevo sparire subito in camera con te, ma tu ti fermasti a prendere un po’ di vino in cucina con Rita, così, dicesti, per fare due chiacchiere. Vi sedeste vicine, chine una contro l’altra. Doppi sensi cominciarono a volare come i coltelli di un lanciatore da circo.
Sopraffatto da quell’energia femminile mi sentii poco bene e mi rifugiai in bagno. Le fitte erano ricominciate alla grande, e ora una forte nausea.
Mi appoggiai al lavandino, passai acqua fredda sulla nuca. Ricordo che pensai ancora una volta, con una sorta di lucida determinazione: qualcuno, a un certo punto, deve avermi invidiato. Poi persi conoscenza. Il ricordo successivo che ho, ero in ospedale. Una lucina fastidiosa mi batteva sugli occhi. Li tenni chiusi per un pezzo. Dopo parecchio tempo realizzai che accanto a me c’era Rita, che mi credeva incosciente e mi parlava come a chi si crede non possa sentire. Parlava di te. Ti chiamò serpente ambizioso. Mi diceva quanto ero pazzo a fidarmi di una così, come potevo essere così cieco da non vedere che ti eri fatta viva soltanto dal giorno della mia vincita e che era solo quello che volevi.
Poi mi decisi ad aprire gli occhi. Rita non c’era più.
Piano piano, tempo qualche giorno e mi familiarizzai con le facce degli infermieri e dottori e quella che mi aveva in cura, la dottoressa Alessandra d’Alessandro, si sedette sul letto, mi prese la mano e mi spiegò in modo semplice che mi stavano riportando a casa, che tu avevi organizzato tutto e due infermiere sarebbero state accanto a me giorno e notte. Che ero spacciato. Mi rimanevano un paio di mesi.
La forma della mia vita, forse di ogni vita, è quella di un imbuto che si è fatto angusto e ora a stento mi contiene. Il letto in cui morirò, questa stanza, questa casa, sono di mia proprietà. Questa casa che è mia, non è casa mia. L’ho acquistata sovrappensiero col denaro facile facile che mi è entrato in tasca.
Ho sempre saputo che non avrei avuto mai una casa mia. Pensavo fosse per i soldi, ma non è così. Per avere una casa bisogna essere piantati nella storia come un albero al suolo. Io appartengo a quella specie di individui slegati che si aggirano in mezzo all’umanità come fantasmi.
Persino quella volta che ero piccolo, che cercando di recuperare il pallone che era finito nel fiume che scorreva dietro casa avevo percorso chilometri, e mi ero perso, ed era arrivata la notte, ed avevano organizzato una squadra per cercarmi. Il poliziotto che mi aveva ritrovato infreddolito e in lacrime mi mise una coperta intorno alle spalle e mi guidò fino ai miei genitori. Ecco, questa è casa tua, mi disse, e anche allora pensai che no, questa non è casa mia, lì non c’è nulla di mio, è la casa di due estranei buoni e volonterosi in cui sono precipitato da chissà quale buco nero di non esistenza. Forse, chissà, là da dove vengo c’è una casa mia.
Ora penso che per questo mi sei piaciuta subito. Porti in te la promessa di una casa.
È venuta di nuovo Rita a trovarmi. Quando cerca di stare allegra è ancora più patetica. Ma che sfortuna, proprio adesso che sei ricco ti dovevi ammalare, mi ha detto, voleva che fosse una battuta. Come se il corpo non avesse deciso che proprio quello era il momento di scatenarsi, che qualcosa era maturo per essere ostacolato.
Anzi, non ostacolato: attivato. Per me è chiaro che la fortuna, che avevo tenuto immobilizzata per tutta la vita, si sbloccò in un giorno tutta insieme, nello splendore accecante della sua grazia così come nelle sue grevi e oscure complicazioni. Ed io, che sempre ero stato parcheggiato nella periferia della vita, così abituato a soffrire che non avevo nemmeno bisogno di un motivo, mi son ritrovato a fiorire assieme al mio cancro.
Non trovo errore nella mia vita precedente, vissuta da dormiente in una tana dove non poteva accadere nulla e che non poteva essere casa mia: semplicemente era un atto preparatorio a questo inevitabile sviluppo.
Ho comprato una casa per noi due, questa. È splendida, ma non è casa mia. È stata preparata per te, per quando non ci sarò.
Mi dicono che sei seduta qui, al mio letto di morte, solo per i soldi che ho vinto. Io credo che non sia così. Chi dice che sei qui per i soldi vede solo i soldi.
Se anche fosse, sono tuoi ugualmente. Li hai guadagnati tanto più tu di me. Non sono ingenuo. Al contrario, ti ho semplicemente visto meglio di quanto tu non vedessi te stessa. Il testamento è pronto, hai tutto di me. Denaro, amore, i miei ultimi istanti soprattutto.
Sta in guardia, che non invidino anche te. Perché, ne sono certo, qualcuno mi ha invidiato. L’idea di cessare di esistere è terribile, ma mi consola il fatto che questo mondo non è mai stato casa mia.
