(Se non hai letto Risate a un funerale, consiglio di cominciare da lì. Questo raccontino ne è l’epilogo. Se no, fai un po’ come ti pare. Tanto alla fine si fa sempre come dici tu).

_______________________

Bastò guardare un secondo i miei per capire che, morto il dottor De Carolis, il mio segreto era salvo. Non sospettavano che fumassi.

Decisi però di aumentare le precauzioni e mi misi alla ricerca del nascondiglio perfetto per il mio pacchetto di MS. Il mio zaino era troppo accessibile.

All’epoca abitavamo un appartamento all’ultimo piano, nell’angolo di un vecchio edificio, ricavato dalla fusione di un paio di solai e abbaini.

Era sproporzionato e labirintico, tenuto insieme da uno scomodo corridoio a esse. La mia cameretta aveva un soffitto altissimo e obliquo con una grande finestra in mezzo, da cui vedevo le stelle e immaginavo alieni prima di addormentarmi. Il bagno era venuto fuori enorme, più ampio della camera dei miei. Un grande spazio quadrato dove gli elementi rincantucciati agli angoli sembravano minuscoli e spersi.

Era sempre stata la stanza più adatta alle marce forzate delle mie armate di soldatini. Ancora a quindici anni ci passavo ore, lanciando una palla magica contro le piastrelle del muro e cercando di pararne i velenosi rimbalzi ad effetto. Conoscevo ogni anfratto della stanza. In particolare ricordai che il bidet, la cui base era cava, dietro aveva un buco rotondo in cui la mia mano passava giusta giusta e quella di mio padre, ci avrei scommesso, non sarebbe potuta entrare neanche se gli fosse saltata in mente l’impossibile idea di sdraiarsi a terra e spingere la testa contro il muro per esaminare l’interno di quello spazio, che per anni era stato il deposito segreto della mia armata napoleonica. Quello divenne il caveau in cui tenevo sigarette e accendino in una piccola busta di plastica presa nella farmacia sotto casa. Ogni pomeriggio, mentre i miei erano ancora al lavoro, aprivo la finestra e me ne fumavo una, ripassando allo specchio i movimenti con cui la portavo alla bocca e la rigiravo tra le dita, finché li giudicai giunti a un grado di naturale raffinatezza estremo e irresistibile per le ragazze. Poi giocavo un po’ con la palla magica prima dei compiti.

Quando si progetta un crimine è buona pratica sedersi con carta e penna ad immaginare tutte le possibili contrarietà, anche le più improbabili. Io questo lo imparai dopo. Quando sentii la voce di mio padre dire Franco, vieni un po’ qua, ero assolutamente impreparato alla vista di diciotto sigarette sparse per il pavimento del bagno, ridotte in minuscoli frammenti, e del gatto che ne stringeva una tra le mascelle e la masticava con soddisfazione, trattenendo il pacchetto tra le zampe anteriori come un topo ferito e pronto a fuggire.

Niente festa di compleanno in pizzeria. Niente calcio con gli amici per una settimana. Entrambi i genitori mi dissero che avevano perso la fiducia in me, anche se mia madre non ci mise la necessaria convinzione. Le serate erano piene di un silenzio pesante, dove non si parlava del mio crimine, che però incombeva nell’espressione di ostinata e permanente condanna di mio padre. Avevo incrinato anche la serenità del rapporto tra loro due. Mamma, che cercava ogni tanto un modo per perdonare e così risolvere la questione, finiva per urlare contro il mio inflessibile padre e una volta pianse, mentre lui ripeteva: È che adesso non ci possiamo più fidare.

Andò avanti in questo modo per diverse settimane. La sera si guardava la televisione come sempre, ma muti. Loro nel divano, io in una sedia lontana.

Ricordo che davano un documentario sui riti di passaggio in qualche parte dell’Africa nera, dove ragazzini della mia età venivano tagliuzzati con coltelli dall’aria poco acuminata, per nulla igienica e parecchio dolorosa, e poi invitati a gettarsi da un’impalcatura con una corda legata alla caviglia che li fermava giusto un palmo prima di sbattere a terra. Il tutto doveva essere affrontato con un’espressione di imperturbabile serenità.

Mio padre allungò la mano al tavolino e prese le sigarette. Dopo un’impercettibile pausa allungò il braccio verso di me e per la prima volta, con una voce che non gli venne del tutto naturale, me ne offrì una. Prendi, disse soltanto, e dovette ripeterlo visto che stavo immobile con la faccia in fiamme. Prendi.

Me la accese lui, con le mani a coppa attorno a un cerino, operazione che richiese un tempo eterno e mi fece vedere la durata della vita di quei minuscoli fiammiferi in una nuova luce.

Poi tornammo tutti a guardare il programma in silenzio, io col cuore in gola, ancora sorpreso che ciò che stavo facendo fosse ora permesso, sorvegliando mio padre che esalava spirali di pace dal suo calumet.

Ora so che il lavorio diplomatico di mia madre aveva sortito il suo effetto, ma allora, mentre la mia infanzia finiva in fumo, pensai soltanto che il mio rito di passaggio non era meno spaventoso di quello di quei ragazzini africani scorticati e gettati nel vuoto. Noi figli unici tendiamo ad essere esagerati in questo modo.

Enjoy reading VEDA Wellness? Add VEDA Wellness to your Google preferred sources so you don't miss our latest articles.