Cominciò quando Giulietta mi chiese se quello fosse il mio primo funerale.

A nessuna domanda è facile rispondere, mai. E poi, Giulietta aveva un modo di guardarmi che non facilitava. Era una di quelle ragazze che ti tengono permanentemente sotto esame.

“Sì. No. In un certo senso”, risposi esitante.

“Spiegati.” Come sempre, non gradiva le mie distinzioni. Era irritata, annoiata dall’interminabile veglia funebre, da tutto quell’attendere non si sa cosa in quel salone pieno di vecchi dagli occhi umidi con un bicchierino di liquore in mano. Voleva un diversivo.

“È una storia lunga.”

“E che abbiamo da fare?”

A un paio di noi scoppiò una risatina nervosa. Una donna con una faccia smunta e piena di rughe irrigidite che aveva l’aria di non aver mai conosciuto il sorriso si voltò verso di noi in disapprovazione.

Mi feci serio e cominciai a raccontare sottovoce.

Avevo quindici anni e Tassinari, un mio compagno di classe, un tipo irascibile, eccezionalmente forte, con due occhietti persi in una faccia tonda e sempre chiazzata di rosso, era morto scivolando col motorino nuovo nuovo lungo una strada ghiacciata.

Era uno difficile, che cercava lo scontro, viveva di adrenalina. Un volta, durante la ricreazione, aveva sbattuto Meletti, che pure era due spanne più alto e per niente gracile, contro un albero. Gli aveva sfasciato gli occhiali e strappato la camicia e fatto sanguinare il naso, e quello era dovuto andare a casa perché tra la paura e il colpo non ce la faceva a continuare la giornata in classe.

Il giorno prima di sbattere la nuca contro il lastrone ghiacciato mi aveva minacciato di morte. Sul serio. Io a te, Castaldi, ti spacco la faccia. Poi ti finisco a bastonate, ti butto dall’argine. Tutto per una storia di ragazzine che non si filavano né me né lui.

Per me fu uno shock pesante. Non un lutto, che Tassinari amico mio non era, casomai un concorrente eliminato per cui rallegrarsi, ma perché il fatto che mi avesse minacciato e fosse poi andato a schiantarsi nel canale ghiacciato a lato della strada mi faceva pensare di avere il potere sinistro di mettere a morte qualcuno semplicemente avendone paura e desiderando che sparisse.

Non si trattava solo di Tassinari. Il fatto è che il mese prima ero andato a una visita di controllo dal dottor De Carolis, l’anziano medico di famiglia che mi conosceva fin da quando, a un anno di età, vomitavo qualsiasi cibo, diventavo blu e perdevo peso per ragioni che nessuno riuscì a spiegare mai. Pur mancando negli anni di azzeccare la diagnosi, il suo affettuoso accanimento guadagnò il rispetto incondizionato dei miei genitori. Aveva un debole per mia madre, ora lo capisco. Chissà se lei se ne è mai accorta.

Ci andai da solo per la prima volta, i miei erano entrambi al lavoro e all’ultimo nessuno dei due era riuscito a liberarsi. Il dottor De Carolis aveva appena finito di ripetermi quello che mi aveva sempre detto ad ogni nostro incontro da quando potevo ricordare: che i miei erano brave persone che andavano rispettate, che dovevo mangiare poco e spesso, che mai avrei dovuto fare il bagno prima di tre ore dopo mangiato, anche se lui – precisava con un sorriso affabile da diplomatico d’altri tempi – si tuffava in mare quando voleva, tutte le stagioni dell’anno, dopo qualsiasi abbuffata, sbandierando così la sua appartenenza a una casta di esseri fisicamente superiori, che soggiaciono a leggi più elastiche e bonarie di quelle che è stato necessario creare per tipi come me. E stava facendo ciò che oggi sarebbe impossibile in uno studio medico: stava per accendersi una sigaretta. Lentamente, prendendo tempo, lisciandosi prima i baffi come per prepararli alla vicinanza del fumo, accarezzando distratto il gigantesco portasigarette di marmo che si apriva come un forziere.

Fu probabilmente l’automatismo che gli faceva offrire da fumare agli ospiti che gli fece venire in mente la cosa.

“Avvicinati”, mi disse serio dopo una pausa pensosa. Mi sporsi sopra la scrivania, sfiorando il cranio umano smontabile fornito di muscoli, bulbo oculare e mezzo cervello che avrei tanto voluto avere in camera mia; e lui fece lo stesso, chinandosi su di me dalla sua altezza sovrastante come un entomologo.

Tirò su col naso, tre volte. I suoi occhi presero un’espressione grave.

“Tu fumi.”

Io arrossii.

“Lo sanno i tuoi?”

Arrossii di più, mentre lui mi lanciò uno sguardo indigesto che mi restava piantato nella bocca dello stomaco.

“Sarò costretto a dirglielo”, disse infine, accendendo ed espirando una lunga scia di fumo dalla selva pelosa delle sue enormi narici, che tanto mi avevano impressionato da piccolo quando si abbassava ad auscultarmi.

Fu una ramanzina lunga, con pause teatrali sottolineate dai suoi voraci succhi alla Gauloise maschia e tozza che odorava di meritato inferno, alle sue pensose scrollate di cenere, che cadeva obbediente in tizzoni lunghi e sodi come i formidabili stronzi del mio cagnolino.

“Smetti subito, mi hai capito? Che fa solo male.” Sussurrò minacciosamente tirandomi per un braccio fino alla porta.

Qualche giorno dopo rientrai da scuola e mia madre aveva un’espressione sconvolta. Poteva trattarsi di tutto, dall’arrosto bruciato alla terza guerra mondiale, io avevo le mie due o tre cose personali da temere e le passai mentalmente in rassegna sperando nella meno peggio.

“È morto Il dottor De Carolis.”

La guardai senza dire nulla.

“Un infarto”, aggiunse sospirando prima di tornare alle sue faccende. “Facendo il bagno.”

Passai giorni a domandarmi se le mie preghiere che qualcosa di magico facesse svanire la minaccia del dottore fossero causa della sua morte. O concausa. O preveggenza. O coincidenza. Infine me ne volli dimenticare.

E poi, dopo qualche settimana appena, Tassinari.

“Allora ci sei andato o no al funerale del tuo compagno?” Mi interruppe Giulietta impaziente.

“Non lo so, te l’ho detto, ascolta.”

Il corteo funebre partiva alle tre. Per quell’ora ero ancora a casa, in preda alla confusione e indeciso se andare. Alla fine uscii di corsa e incontrai la grigia colonna di persone che passava a due strade da dove abitavo. Per un po’ camminai a testa bassa, disturbato da ricordi del defunto, la sua faccia a chiazze rosse e mobili come quelle dei polpi che mio padre catturava d’estate al mare, la voce roca e minacciosa, le mani che stringono il mio colletto mentre prefigura i dettagli infami della mia morte. E invece eccomi al suo funerale. Mi visitò un sorriso inaspettato, inappropriato e indesiderato, e mi accorsi per la prima volta di quanto poco controllo avevo sui miei stessi pensieri.

I genitori non li conoscevo, pensai con sollievo che non dovevo le condoglianze a nessuno. Cercai i miei compagni di classe, non ne vedevo nemmeno uno, avanzai discretamente fino al cuore del corteo. Non una faccia conosciuta.

Un lampo di idea mi attraversò la mente. Doveva essere il funerale sbagliato.

O Madonna! Cercai di eclissarmi nel modo più invisibile e strisciai verso casa, preso da pietà per me stesso che non riuscivo ad arrivare in tempo nemmeno ai funerali, a beccare la processione giusta, provai rabbia per la mia ignoranza delle procedure umane e incapacità di adattarmi a comportamenti condivisi che a tutti gli altri venivano naturali e a me manco morto, con tutto il rispetto per chi era morto davvero.

Una volta a casa fu ancora peggio. Mi versai qualcosa che oggi sarebbe stato vino ma allora fu coca cola, mi lasciai cadere sul divano e tornai daccapo a dubitare.

Mi dissi che era impossibile che due funerali potessero partire entrambi dallo stesso posto alla stessa ora. Doveva essere quello giusto. Doveva essere che, nel panico per il ritardo, nella paura di farmi notare, non avessi guardato bene in tutti gli angoli del corteo e avessi mancato di vedere i miei compagni. Ragazzi delle medie, piccoli, facili da nascondere dietro un capannello di vecchiette. Sì, dovevano essere stati lì, da qualche parte silenziosi e mesti, invisibili. Quasi certamente allora qualcuno mi aveva visto arrivare tardi e uscire dal gruppo subito dopo. Ancor oggi mi brucia a pensarci.

“Quindi ci sono stato, non ci sono stato, decidi tu”, dissi infine a Giulietta.

“Sei sempre stato un coglione, Castaldi” fu il suo sintetico commento.

“E questo funerale?” Proseguì con aria divertita. “Siamo sicuri che sia quello giusto? Io del morto so appena il nome.”

“Non guardare me”, fece suo fratello. “Io il morto non lo conosco proprio.”

“Io nemmeno”, disse Marina.

“Io sono qui perché ho accompagnato mia madre”, fece Giorgio.

“E tu?” mi chiese Giulietta accarezzandomi la guancia. Era la prima volta che lo faceva, così non mi accorsi del sarcasmo nel suo gesto. “Cosa ti ha fatto questa volta il defunto per farlo fuori così?”

Cominciammo a ridere, un po’ troppo forte. In un paio si voltarono verso di noi.

“Ma se non lo conosco, ti dico”, protestai serio.

“Non vuol dire. Magari l’hai guardato male incrociandolo per strada.” E con la mano fece il segno di due fulmini che partivano dagli occhi.

Ormai ridevamo tutti, ci guardavano in tanti. Non trovammo di meglio che nascondere il volto tra le mani e fingere che i suoni convulsi che emettevamo fossero pianto, il che attirò ancora di più gli sguardi su di noi, e questi è impossibile che se la bevano, pensavamo guardandoci attorno dalle fessure tra le dita, e la cosa ci faceva ridere ancora di più.

Un uomo molto vecchio, magro e malfermo sulle gambe, si avvicinò lento. Era evidente che la sua attenzione era su di noi, e infatti dopo un accostamento interminabile si sedette sulla sedia vuota tra me e Giulietta. Io, più di tutti, ero a disagio, in quel periodo la possibilità di entrare in relazione con qualcuno di una generazione diversa mi era sconosciuta. Il nonno, con l’aria tranquilla e in pace con l’esistenza che hanno certi vecchi, ci abbracciò tutti con uno sguardo circolare prima di iniziare a parlare.

“Anch’io ricordo di aver riso a crepapelle, da ragazzo, a un funerale. Di un suicida poi, ci pensate. Parente stretto, per di più. Feci come voi, più ridevo e più fingevo disperazione. A me riuscì meglio che a voi però. Mi credettero tutti. Comunque. Il fatto è che si aspettano che tu provi una certa emozione e che la conservi pure a lungo, come se fosse pasta fredda da mettere in frigo per mangiartela il giorno dopo. Ma le emozioni è difficile tenerle a bada. Tutto quello che è vivo è difficile da tenere a bada. Ti viene richiesto di irrigidirti in una posa di dolore che magari non provi. O forse lo provi anche, ma a sprazzi, mica per la durata di un intero servizio funebre e poi a venire per tutto il tempo del lutto.”

Fece una pausa, tirò fuori un fazzoletto per asciugarsi gli angoli della bocca. Fece qualche smorfia e gesto con le mani, come parlando a un interlocutore invisibile. Poi riprese:

“Mi scappa una risata. Penso, sarà vero il mio dolore o sto fingendo? Fingono tutti? Scappa da ridere ogni momento anche agli altri e allora è per questo che ci si veste tutti quanti di nero e si tiene la testa china, per obbligarci a una maschera che toglie ogni dubbio, mette a tacere ogni domanda, scongiura il pericolo di vedere quello che siamo e mancare così di rispetto al morto? E cos’è il rispetto al morto? Sforzarsi di pensarci, o di non pensarci? Intristirsi o tirarsi su? Piangere giorno e notte o farsi una passeggiata in spiaggia e bere un bicchiere alla sua salute?”

Si fermò a guardarci di nuovo. Aveva tutto il tempo del mondo per notare le cose, tipo la nostra muta reazione a quello che diceva. Io invece, me ne accorsi soltanto allora, andavo sempre di corsa perché aspettavo che la vita emergesse in un tempo futuro. Ero come uno che aveva lanciato una moneta e per vivere aspettasse che uscisse testa o croce. Senza l’abbondanza del mio futuro, quel vecchio stava meglio di me.

“Io ci ho pensato tanto a queste cose”, proseguì lui. “Sapete cosa ho concluso? Che pensare non serve a niente. È tutto un sogno. E i sogni vanno sognati, così, alla leggera. Se una realtà esiste, non è fatta per essere pensata. Pensateci. Vai a coricarti da ragazzino, insoddisfatto perché la tua vita non vuol saperne di cominciare, e ti svegli al mattino che sei come me. Non bisogna pensarci, dico, bisogna andarci leggeri. Io, per esempio, ora mi sento allegro. Quando mi sono alzato stamattina ero triste. Sinceramente addolorato. Il morto era la persona che mi stava più a cuore al mondo. Ma ora sto proprio bene e mi va di lasciare sto mortorio e farmi una passeggiata.”

Si alzò. Lentamente, per gradi, le mani sulle cosce per aiutarsi.

“Vi dico una cosa. Ridere a un funerale non sta bene. È mancanza di rispetto, diciamolo. Finché non imparerete a tenere a bada una risata non sarete cresciuti. Però vi dico anche: al mio, di funerale, ridete pure, ballate, cantate. Se chiedono, il permesso ve l’ho dato ufficialmente. Dico io: se proprio devo lasciare la vita almeno che sia davanti a qualcuno che mi ricorda quanto è bella.”

Diede un buffetto sulla guancia a Giulietta, un’altra cosa che lui aveva il potere di fare con noncuranza e a me non sarebbe riuscita mai. Lei lo guardava in un modo che avrei voluto essere io quel vecchio.

“Come si chiama?” gli chiese, alzandosi in piedi pure lei.

“Gesuino”, rispose lui dopo un lungo silenzio.

“Come il morto”, disse Giulietta in un soffio, quasi parlando tra sé.”

“Già,” disse lui allontanandosi, prima di sparire oltre la cancellata arrugginita. “Non è un nome molto comune, vero?”

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