Sdraiato in spiaggia, indistinguibile dagli altri bagnanti. A stento riesco a respirare. Non un’anima che se ne accorga.

Nessuno direbbe che sono in fuga, che da tre giorni non mi fermo, non dormo, che il mio corpo è spezzato, che morirò prestissimo.

Me ne sto buono. Ma non sono un uomo buono. Qualcuno, molto tempo fa, cercò di farmi buono, ma fallì.

Da bambino incontrai un monaco, Frate Ignazio. I suoi capelli buttati in avanti e la barba incolta non avrebbero attirato l’attenzione oggi, ma allora non ci si aspettava che da una faccia così potessero scaturire consigli di una qualche utilità. Mi aveva preso a ben volere. Credo che intendesse salvarmi dalla cattiva influenza dei miei genitori, che attraversavano la vita come candele spente, poco interessati all’aldilà e, a me pareva, pure all’aldiqua. Passava con me più tempo che poteva. Parlava. Mi parlava come a un adulto, mi piaceva.

Mi parlò del paradiso, a lungo. Cosa fare per meritarlo e cosa aspettarsi una volta là. Io ascoltavo e non commentavo mai.

Finché un giorno non lo incontrai che aveva gli occhi infossati, pensai che avesse pianto. Parlò poco. Parlò della morte, che ci fa tristi ma è un passaggio necessario. Che ci libera. Alla fine tornò a parlare di Paradiso e in tono drammatico mi prese per le braccia e mi scosse.

“Hai capito ora?” Il suo senso di urgenza e la sua espressione triste mi diedero il coraggio di parlare.

“Ma io non voglio restare lì come una mucca con la pancia piena a guardare Dio per tutta la durata del tempo. È idiota.”

Finalmente lo vidi sorridere. Ricordo ancora come cercò con cura le parole. “L’eternità non è un tempo prolungato.”

Non capii. “Cos’è allora?”

“Sei un ragazzo inquieto. Un giorno qualcosa dentro di te si calmerà e capirai.”

In quel momento la mia opinione su di lui cambiò. Non per quello che mi disse, credo. Erano i suoi occhi, che i miei genitori non sapevano avere.

“Voglio studiare da frate”, dissi.

Scoppiò a ridere. “Non credo proprio sia la tua strada”, rispose, e mi sentii sporco e inutile. Volevo piangere, mi trattenevo per orgoglio.

Se ne accorse, mi mise una mano sulla testa. Non ti deve toccare, mi avevano detto i miei. Se ti tocca soltanto una volta  devi dircelo subito. Ma questo non sembrava pericoloso.

“Lo capirai anche tu. Hai tempo. Quando avrai manifestato ed esaurito tutti i tuoi errori, qualcosa succederà.”

Contrariamente alle mie aspirazioni di allora, ho commesso errori. Li ho manifestati alla grande, Frate Ignazio.

Ho rubato. Ho cominciato col sottrarre piccolissime somme dalla multinazionale per cui ho lavorato una vita. Decimali su ogni transazione. Un gruzzolo enorme, dopo anni. Sareste sorpresi di sapere quanto.

Lasciai la ditta in modo cordiale, tutti erano dispiaciuti che me ne andassi. Perlomeno finché, all’incirca un anno dopo, non scoprirono. Mi trasferii in un paese straniero e iniziai a godere della mia libertà e del mio denaro, poi la polizia individuò e bloccò quel che restava dei conti, che non furono più miei. Poche cose sono dinamiche quanto la proprietà. Forse la felicità, la comprensione, l’amore.

Qualcosa mi restava, avrei potuto accoccolarmi dentro una vita piacevole e tranquilla nel mio rifugio che nessuno avrebbe conosciuto, con il mio nome nuovo che mi piaceva più del precedente, le mie conoscenze, la barca da pesca e la casetta con le grandi vetrate da cui si vede un mare sempre turchese, sempre immobile. Ma non era nella mia natura. Dentro di me scoprii una creatura che non si stancava mai di guardarsi intorno cercando opportunità. Un predatore come un lupo, un gatto selvatico, che ero io e non ero io.

Passavo le notti a studiare. Cercavo molti soldi, in un colpo solo, in un paese straniero abbastanza tollerante e caotico da lasciare buchi nelle sue leggi e procedure, abbastanza corrotto da permettermi di comprare complicità e silenzio.

Per i miei trascorsi ero già introdotto, seppure come novizio, in ambienti che dialogano tranquilli con il mondo del crimine. Mi fu offerto di comprare e rivendere droga, armi; ma l’idea mi rivoltava. Appresi di diverse opportunità, ma erano tutte troppo lente. L’animale dentro di me non poteva attendere, pazientare. Dovevo fare, poi chiudere per sempre. Ero pronto a giocarmi tutto, in una volta sola. Qualcuno mi presentò un persona che si disse pronta a pagare una somma enorme a chi gli avesse procurato una certa quantità di gioielli e pietre, soprattutto diamanti.

Non sapevo nulla di pietre e diamanti. Mi misi a studiare. C’è un modo giusto di fare le cose; la preparazione è tutto.

Investii tutto quello che mi restava per pagare persone e qualche acquisto.

Nel frattempo avevo conosciuto altri, osservato come ci si muove negli ambienti ad alta densità criminale e finanziaria. Lavoravo sodo.

Individuai il paese. Studiai chi lavorava pietre, chi distribuiva e vendeva gioielli. Presi un volo per la capitale e feci un numero di sopralluoghi. Analizzai probabilità e varianti. Decisi che avrei avuto bisogno di tre persone, con conoscenze specifiche. Mi mossi prudentemente cercando chi potesse conoscerli e presentarmeli.

Dormivo non più di tre ore per notte, non ero mai stanco. La bestia in me era felice. Dopo una ricerca di sei mesi uno che mi era stato presentato da chi mi aveva procurato documenti puliti me li fece trovare tutti e tre, nel retrobottega di un magazzino di mangime per grandi allevamenti. Un ragazzino pallido e nervoso, un tizio rotondo di mezza età con un sorriso da salumiere, e una ragazza. Più tardi, di lei seppi il nome: Nadja. Piccola, minuta, sempre seria, un’aria orientale, pelle di bronzo, capelli raccolti così stretti che mi domandavo come potessero non far male. Due labbra piene, impossibili, che da allora ho sempre guardato con la stessa ingorda meraviglia. Occhi stretti e duri, ma profumava di pollini di maggio e agrumi. Ci misi una manciata di secondi a innamorarmene. Anche lei mi riconobbe subito. Vide il lupo dentro di me, lo amò come cosa familiare. E lì feci un altro errore. L’animale che mi abita prese ad agitarsi febbrilmente. A riunione finita, presi tutti gli accordi, gli altri due se ne andarono ma io e Nadja finimmo a letto e da allora niente ci separò più.

Di come mi sapeva avvolgere la notte, sotto il lenzuolo, fino ad annullarmi, non voglio parlare. Voglio parlare dei giorni. Della preparazione. Intelligenti, determinati e preparati. Si sarebbe detto che eravamo i criminali perfetti dei film, che spargono il male nel mondo con eleganza, e più peccano e più è un piacere guardarli, più le circostanze si fanno infernali, più il loro essere brilla.

Diversamente da me, non aveva scrupoli ad usare armi, uccidere se necessario. “Ma lo è? Necessario?” Le chiesi quando eravamo soli.

“Cero che no. Non uccideremo. Dobbiamo prepararci bene. La prontezza è tutto.” Poi alzò le spalle e aggiunse che la gente viveva e moriva comunque in modo insensato, che il destino è tutto e noi siamo granelli di polvere spazzati via in un istante. Mi ricordò Frate Ignazio.

Annuì. Capii che mi aveva ascoltato sul serio e mi bastò.

Invece la prontezza non è abbastanza. La realtà si ostina a stipare i momenti di dettagli non necessari e inverosimili che si ammassano nella corrente delle cose come nella trama di un cattivo scrittore.

Non c’era bisogno, per dirne una, che quel mattino mi svegliassi con la febbre alta. Né c’era bisogno di rifiutare il suggerimento di Nadja di rimandare. L’animale era impaziente.

“Io e te abbiamo il verme solitario,” mi disse Nadia. “Non siamo mai sazi.”

“Non è un verme, è un lupo”, le risposi.

“Non è un lupo, è un verme. Fosse un lupo, ora sapresti fermarti.” Si mise a pulire la pistola.

Non c’era bisogno che quando tutto sembrava concludersi senza un’ombra di problema un’impiegata vicina alla pensione, depressa e imbottita di pastiglie, premesse l’allarme senza pensare a quello che faceva, né che venisse freddata all’istante dal mio compagno che sotto al cappuccio celava la solita faccia rubizza da salumiere. Non c’era bisogno che nell’istante stesso dell’allarme una pattuglia si trovasse proprio davanti alla porta del distributore di preziosi perché aveva sbagliato strada, il poliziotto Raul Altamirano aveva una infezione all’orecchio e aveva sentito Avenida De La Libertad invece che Avenida De La Liberaciòn. Non c’era bisogno che schizzassero fuori dalla macchina come supereroi sparando all’impazzata e freddando in pochi secondi i miei tre compagni e un impiegato. Nadja rimase cosciente giusto qualche secondo, il tempo di mirare calma alla testa e farli secchi tutti e due.

E nemmeno c’era bisogno che io, invece di abbracciare Nadja che se ne andava, invece che tentare la fortuna buttandomi in strada, infilassi invece le scale correndo su fino al tetto, mentre altri poliziotti mi venivano dietro. Che, braccato come in un film mi gettassi nel vuoto, che come in un film mi venisse risparmiata una morte immediata dal telone dell’autocarro che passava con puntualità infernale. Che il telone, squarciandosi, mi facesse piombare sullo spigolo del pianoforte verticale che trasportava, che mi spezzò le costole e mi si piantò nel ventre con un frastuono di note gravi (è in quel momento che pensai, in mezzo alla confusione e alla fretta e all’angoscia e al dolore intollerabile, che la realtà non si cura di essere verosimile). Che, rotolandone fuori, incocciassi un taxi che non si era accorto di nulla e mi accompagnò all’aeroporto. Che al Gate nessuno si accorgesse che non stavo in piedi e mi trascinavo solo appoggiato a un carrello prima, a una ragazza gentile e ingenua poi, a cui dissi che avevo una colica renale, che mi lasciassero passare senza controlli e con un sorriso, diamanti e tutto, fino al paese del mio esilio, dove con un altro taxi sono finito vicino al mio nascondiglio.

Non ce l’ho fatta ad arrivare fino a casa. Non trovavo le chiavi. Non avevo forza. Non ho conoscenze di medicina, ma so che un’emorragia interna mi sta uccidendo. Mi sono accasciato di fronte al mio mare sempre tranquillo, sempre turchese. Mi sono sdraiato sulla sabbia, indistinguibile dagli altri bagnanti. Accanto a me la piccola borsa di cuoio con tanti diamanti da saldare il debito pubblico di questa piccola nazione.

Sto morendo. La bestia in me è già morta.

Ho imparato che c’è un modo giusto di fare le cose, e non è il mio.

Due bambine giocano a palla. Ogni tanto senza volere schiacciano la borsa con un piedino, affondandola un poco nella sabbia.

“La borsa è vostra”, riesco a dire. “Ve la regalo.” Ma non mi ascoltano. Hanno insegnato loro a non parlare con gli sconosciuti.

Infatti il padre si avvicina, con la scusa di mostrare che c’è un modo giusto di fare cose come tirare una palla. Un lancio altissimo, verticale, perfetto. Una delle bambine grida di gioia.

E io, non riesco a parlare. Piombato come un morto sul telo umido, in una spiaggia remota dove non c’è posto per ombrelloni e bar e docce e venditori di ricordi, soltanto un ciuffo di palme e qualche scoglio che raccoglie brandelli di alghe morte.

Eppure ne è valsa la pena. Qui soltanto comprendo che il presente è eterno. Ora so che ogni momento lo è. Che noi siamo distratti dalla durata e dagli avvenimenti e non lo penetriamo. È colpa nostra.
Chiudo gli occhi e sono certo che la grande palla a spicchi gialli e viola che sta salendo contro il blu del cielo non discenderà mai.

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