Si scrollò la neve di dosso ed entrò nel rifugio. Richiuse la porta appoggiandosi con la schiena e rimase per qualche secondo addossato al legno umido e freddo. Poi emise un sospiro e si mise in movimento.
Si muoveva come uno che conosce il posto. Per prima cosa accese la stufa, poi cominciò a mettere in ordine nell’attesa che l’ambiente si riscaldasse. Mise dell’acqua a bollire. Prese una scopa, pulì il pavimento. Tolse il grosso dal tavolo e dai ripiani. Svuotò lo zaino, appoggiò le provviste sullo scaffale della dispensa. Levò il velo di polvere dalla piccola finestra, si fermò a guardare le punte innevate che sovrastavano la valle e il grigio veloce delle nubi.
Si vide parzialmente riflesso. Un uomo di quarant’anni dall’aria equilibrata e matura. Al più un tantino ribelle, capelli forse troppo lunghi, barba incolta a testimoniare amore per la vita all’aria aperta.
Rise con disprezzo alla vista di quella maschera. Ingrid, Ingrid, iniziò a ripetere. Ingrid. Si passò una mano sul volto, ne sentì la pelle arida e scorticata dal vento freddo. Faceva male.
Poi si mise a passeggiare tenendo d’occhio lo schermo del cellulare. Non c’era campo. Fece a grandi passi tutta la stanza che costituiva il piano terra. Niente. Salì la stretta scala di legno fino all’abbaino ed entrò nel minuscolo bagno. Niente. Salì in piedi sul letto. Una tacca. Si sporse in punta di piedi tutte le direzioni, e finalmente vide che sopra l’armadio prendeva, tre tacche piene. Lasciò il telefono a sporgere dallo spigolo, la parte superiore dello schermo visibile. Tre tacche confermate.
Forse mi chiama. Disse tra sé scendendo. Forse mi chiama oggi. Aveva preso a parlare ad alta voce.
Non c’era stato verso. Non aveva voluto venire con lui. Dario l’aveva chiamata appena entrato in macchina, uscito dal lavoro, ancora nel parcheggio dell’ufficio, salutando con la mano gli altri colleghi che uscivano, dopo aver preso quattro lunghi respiri cercando di non far tremare la voce.
“Ho un’idea per questo weekend lungo.”
Silenzio.
Poi: “Che idea?”
“Vieni con me in montagna. Domani.”
“No.”
“Ti passo a prendere a casa. Pago tutto io,” aveva aggiunto in fretta, come se contasse qualcosa.
“Mi dispiace, Dario.”
Dopo un interminabile silenzio Ingrid disse: “Ho detto di no anche a Ivano.”
“Che c’entra Ivano?” Avvertì il tono patetico della propria voce, si morse un labbro.
“Ha avuto un’idea anche lui. Mi ha invitato a Praga, con due amiche sue.”
Dario si rese conto che non poteva obiettare nulla. Deglutì.
“Anche Ivano mi pagava tutto.” Sentì la voce di Ingrid modularsi in un sorriso, non capì se di ironia per Ivano o di scherno per lui.
“Eppure ho detto di no anche a lui. Pensa, non sono mai stata a Praga. Dev’essere bella”, e gli fece ricordare quanto la sua voce poteva diventare ricca e armoniosa, se accesa da un filo di speranza, fuori dal tono rassegnato e monocorde che aveva ultimamente.
“È bella, sì”, fece Dario chiudendo gli occhi, passandosi una mano tra i capelli.
“Ma non mi muovo. Sono stanca. Non voglio vedere nessuno.”
Ingrid non aveva riattaccato. Gli concedeva il tempo di una replica. Dario si sforzò di pensare a un modo, un modo qualsiasi, per convincerla. Fu solo sopraffatto da un dolore sordo alla bocca dello stomaco. Cieco, cieco. Non aveva nemmeno preso in considerazione che lei potesse non accettare l’invito con riconoscenti gridolini di entusiasmo. Che non avesse aspettato ogni ora di quel fine settimana così come lo aveva aspettato lui. Che non vivesse per parlargli, come capitava a lui. Che avrebbe potuto prendere in considerazione altri inviti, preferirli. Praga meglio della montagna, Ivano meglio di lui, starsene da sola meglio di tutto.
Come sempre quando non aveva una soluzione, pensò di chiederla a lei.
“Dimmi cosa ti convincerebbe a venire.”
Dall’altra parte gli arrivò un sospiro carico di tutte le cose complicate e distanti che lui non poteva sapere, non doveva sapere. Un intreccio misterioso e inaccessibile di nemici, amici, amanti, che immaginò aggrovigliati come serpenti ai piedi di Ingrid.
Se solo gli avesse spiegato. Avrebbe saputo salvarla dal suo inferno. Ma Ingrid non spiegava mai.
“Ho deciso, Dario”, disse infine.
Prima che mettesse giù, Dario riuscì a dire: “Promettimi che mi chiamerai.”
“Perché?”
“Prometti e basta”, rispose, confuso del suo stesso irragionevole trasporto, e riattaccò senza ascoltare la risposta, senza sapere se risposta c’era stata, rosso di vergogna, di stanchezza e di rabbia.
Luce. C’è bisogno di luce. Dario aprì un cassetto e ne estrasse candele che piazzò sul tavolo e accese. Quella conversazione di ieri bruciava ancora. Aprì la credenza e prese una bottiglia di grappa, ne versò due dita in un bicchiere, si lasciò cadere sulla vecchia poltrona.
Ivano. Lo conosceva fin da ragazzino. Non si era mai lasciato scappare un’occasione, era il tratto proverbiale che lo distingueva. Finivano tutte sul divano di Ivano. Come aveva potuto pensare che non ci avrebbe provato con Ingrid?
Che speranze aveva? Molte. Ingrid non aveva problemi a concedere il suo piccolo corpo da atleta, a fare sesso con qualcuno che sorrideva, offriva da bere, prometteva una serata divertente. A tenere sulla corda uno, due, tre, molti uomini, insieme. Era solo con Dario che non voleva stare, perché lui era così ossessionato da tramutarsi in una lamentosa debole presenza, un mollusco spoglio di ogni fascino. Abbandonato dal buon senso. Che non era più capace di ragionamenti semplici. Che non sapeva nemmeno capacitarsi di non essere ricambiato.
Ivano poteva permettersi un approccio seduttivo più calcolato ed efficace, perché non l’amava. Poteva far svolgere in leggerezza la solita routine collaudata da anni di esercizio e incessante miglioramento. Era un perfezionista. Era bravo, l’aveva visto in azione più di una volta. Riusciva sempre a far sembrare originali e spontanee quelle sequenze provate e riprovate.
E Dario? L’amava, lui?
Si fermò a specchiarsi di nuovo alla finestra. Oramai il buio era completo. Spalle curve, una faccia spaventata, un fuoco giallastro di stufa alle spalle.
Ma no, disse ad alta voce.
Era intossicato dal desiderio. Era bisogno. E il bisogno non è amore, mai.
Eppure qualcosa era scattato immediatamente, quando l’aveva vista, seduta silenziosa e tranquilla a una festa dove tutti parlavano. Qualcosa di potente e inedito, diverso da ciò che avesse mai provato, che in un momento era diventato familiare e intimo e aveva gettato nel mucchio indistinto dell’estraneità tutto il resto: lavoro, amici, letture, convinzioni, progetti, ragione. Non riusciva più a trovare senso e bellezza in nessuna cosa fuori da quegli stretti occhi marrone, da quella pelle scura e fragrante, quella voce cangiante che lo sorprendeva a ogni sillaba, quella donna piccola e tagliente che vestiva male, non si truccava, fumava e buttava giù aglio crudo la mattina per tenere lontani gli spiriti cattivi. Che non faceva nulla di quello che le donne fanno per piacere. Che non era niente di speciale ma faceva impazzire tutti quelli che le passavano accanto.
Dopo quella telefonata, Dario era andato a trovare Elena.
La ricorda aprirgli la porta in vestaglia, ombre sotto gli occhi arrossati, un bicchiere in mano. Per niente in forma. Un’altra infelice, appena lasciata da un grande amore. Si era fatta i capelli corti corti, neri neri, così che Dario riuscì a farle qualche complimento che non convinse ma salvò la forma.
Avevano passato tempo a sviscerare cause ed effetti di entrambi i loro dolori; a differenza di lui, Elena non aveva perso la lucidità. Era arrivato a piangere, Dario, sulla spalla di lei che gli accarezzava i capelli affettuosa e paziente.
“Quanti anni hai, Dario?”
“Quaranta.”
“Fortunato ragazzino. Io non me li ricordo più, i miei quaranta. E lei?”
“Trentasei.”
“Vedi, tra i trentasei e i quarantadue, alle donne succede qualcosa. L’orologio biologico. Lei sta cercando un compagno, Dario. Che lo sappia o meno. Uno per la vita. Uno solido, che dia sicurezza. E tu vai a perdere la testa così. Quella non ti sceglierà mai, povero caro.”
Dario sollevò la testa e la guardò negli occhi. Possibile che avesse ragione, che la risposta stava nel banalizzare tutto fino al più animale bisogno di sicurezza?
“Tu sei fuori dalla realtà”, gli disse lei con un sorriso. Aveva letto il suo sguardo.
“È quello che dice anche Ingrid.”
“È quello che penserebbe qualsiasi donna. È quello che lei vede guardandoti: uno che perde la testa se si innamora. Uno instabile, su cui non si può contare. Insomma, guardati. Non sei niente di speciale, Dario. Ivano… Bè, Ivano è un gran bel ragazzo, per cominciare. Poi guadagna bene. Ha savoir faire.”
Dario si sollevò, scostò la mano di Elena.
“Stai semplificando in modo orrendo.”
“Ah sì? Dimmi invece tu cosa pensi. Che è l’anima gemella? Che al mondo ne esiste solo una, ed è lei? Che tutta la vostra vita precedente è esistita solo per creare il momento in cui vi siete incontrati? Che l’universo ha predisposto una creatura per te, ed ora l’hai trovata?”
“Sì. No. Più o meno, sì.”
Dario non era niente di speciale, certo. Lo sapeva. Neanche Ingrid era niente di speciale. Ma quello che li aveva attraversati era speciale.
“Aveva detto che mi voleva.”
“E poi ha detto che non ti voleva più. O non credi a nessuna delle frasi, o a tutte e due.”
Elena gli aveva preso il volto tra le mani.
“Ho conosciuto Dario spiritoso e brillante. Ora conosco Dario idiota e innamorato. Allo scoccare dei quaranta, come un orologio. Ripensaci, la prossima volta che ti sentirai così unico. Non mi ha sorpreso il primo, non mi sorprende il secondo. Conseguenze dell’età.”
Si versarono entrambi un bicchiere e stettero un po’ in silenzio.
“Vuoi stare a dormire qui, Dario? Ho un letto grande. Ti coccolo un po’. Solo abbracciati, senza far niente.”
Si guardarono per qualche secondo e poi scoppiarono a ridere contemporaneamente. Soluzione generosa, ma errata. Non c’era bisogno di commenti. Dario si alzò, le diede un bacio sulla fronte e uscì in silenzio.
Ora il rifugio era ben caldo. Dario si levò il maglione pesante. Si versò altra grappa.
Perché sono venuto qui, pensò. Maledetta montagna. Prigioniero di questa stanza buia, lontano da Ingrid. Cosa avrebbe fatto per tre giorni? Lacrime cominciarono a rigargli la guancia. Chiama ora, ripeteva tra sé. Fa’ che chiami ora. Dio, fa’ che chiami adesso.
In quel momento il telefono squillò. Si avvicinò alla scala e intravide il cellulare che vibrava. La vibrazione lo spingeva fuori dallo spigolo dell’armadio di un centimetro, poi due, finché non cadde e rimbalzò sul pavimento, poi con due salti sulla scala di legno atterrò in cucina, lo schermo in frantumi, il corpo sfasciato in parecchi pezzi. Tra i trentasei e i quarantadue, a occhio e croce.
Da principio sentì una morsa prepotente allo stomaco. Poi guardò i poveri frammenti una seconda volta e si mise a ridere, sempre più forte, finché non fu costretto a piegarsi.
Si buttò a sedere per terra, prendendo in mano i cocci ed esaminando con divertimento infantile le loro forme curiose. Non più costretti in quel corpo rigido e nero, privi di funzione, sapevano di imprevisto, di leggerezza e libertà.
La cartina, pensò. Prendiamo la cartina della zona. Si alzò, la prese dallo zaino, e già che c’era scartò anche un panino, gli era venuta fame.
Domani vorrei vedere l’altra parte della valle, che non l’ho mai visitata. Bisogna che mi alzi presto, se voglio sfruttare la luce del giorno. Caffè ne ho in abbondanza. Ho portato tutto per due.

Probabilmente nella versione definitiva hai corretto il nome Elisa in Elena. Buonanotte
Inviato da iPad
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grazie, mi ha fatto compagnia il giovedì sera. (Bello, come i precedenti)
È il massimo che posso chiedere.