Due spazzaneve che scendevano da Times Square, carichi di luci intermittenti, lo illuminarono bene. L’uomo sedeva su un cartone in una nicchia appena riparata dalla neve che ancora cadeva, accanto a un cane addormentato che riposava il muso sulla sua gamba. I vestiti erano puliti, abbastanza nuovi, appena un po’ grandi. Guanti rotti sulla punta delle dita, barba lunga e giallastra, un bicchiere di carta con qualche moneta accanto al cartello che diceva: HELP ME – IT’S GOOD CARMA.

A capo scoperto, i capelli lucidi di cristalli di neve, avvolta nel suo inverosimile cappotto arancione, Bea si chinò per guardarlo meglio, appoggiando a terra tre buste cariche di acquisti. Due ciocche rosse e bagnate presero a penderle dalle tempie, coprendole gli occhi.

“È con la kappa”.

Il mendicante la guardò e sorrise senza rispondere. Forse non aveva sentito, o non capiva.

“Karma”, riprese Bea. “Si scrive con la kappa, non con la c”.

“Mi chiamo Eliah”, disse lui, mantenendo il suo sorriso calmo.

“Bea”. Si accoccolò sui calcagni. “Beatrice”. Il cane si risvegliò e sollevò la testa curioso, lei gli passò una mano lenta e calda sulla fronte e quello si riaddormentò quieto.

“Sei bella, Bea”, disse l’uomo con semplicità. Lei sorrise.

“Quanti anni hai?” Le chiese.

“Trentatré”.

Si domandò quanti ne potesse avere lui. Una cinquantina, decise osservando quel poco di volto solcato che appariva tra i peli folti della barba.

Una bambina passò e fece cadere un quarto di dollaro nel bicchiere, lasciò scorrere la mano guantata sulla schiena di Bea, come una carezza. Improvvisamente si accorse che non stava toccando sua madre, ma una sconosciuta. Arrossì e si bloccò per un momento. Poi la mamma le tese la mano, lei riprese coraggio e si allontanarono. Portava un cappello con orecchie da topo e stivali di gomma rossa, e con quelli schiacciava con grande concentrazione ogni residuo di neve fresca che incontrava. Plaf, plaf. La mamma, impegnata al telefono, stava dicendo ma che ho fatto per meritare questo? Ma lasciava fare.

“Nulla di strano è dovuto al caso”.

“Come dici?”

“Dico, nulla di strano è dovuto al caso. Quella bambina. Credeva che tu fossi la mamma. Un errore indica sempre qualcosa di importante. È bene sforzarsi di capire”.

Bea sorrise vaga. Fece anche lei finta di non aver sentito, come l’uomo aveva fatto poco prima. Un po’ svanito ma simpatico, pensò, con dei begli occhi limpidi. Cercò di immaginare quale storia lo avesse portato lì. Forse queste cose succedono per piccoli passi inavvertiti. Perdere un po’ la ragione, ritrovarsi solo. Finire sulla strada era uno degli incubi ricorrenti di Bea, sin dall’infanzia. Non fosse stato per quella parola scritta male, avrebbe tirato dritto. Una vecchia abitudine: non guardare, non sapere.

“Figli, ne hai?” Chiese lui, risvegliandola da quel pensiero.

“Due”.

“Dove li hai messi?”

“Sono col padre. Al cinema, credo”.

“Li hai salutati con un bell’abbraccio stamattina?”

Bea si prese il tempo per pensarci davvero.

“Oh, sì”, disse ridendo. “Abbracciati e baciati, anche se non volevano, e adesso gli ho pure preso dei regalini.” Indicò le buste. Il mendicante annuì a lungo, approvando senza alcun problema apparente sia quelle melensaggini materne, sia lo sfoggio di consumismo sfrenato.

“Aspetta un momento”, gli fece lei, allontanandosi di qualche passo fino al chiosco di un ambulante. Ne tornò con due caffè e due donuts. “Cioccolato o glassa?” Lui prese quello col cioccolato.

Bea fece per sedersi sul cartone accanto a lui. L’uomo la guardò stupito un momento solo e fece un gesto con la mano, come per fermarla. Bea si appoggiò alla spalla dell’uomo, si sedette al suo fianco, addossata al cane che mostrò di gradire il contatto caldo con un mugolio di soddisfazione, e disse: “Vediamo chi raccoglie più soldi fra me e te”. Ma ancora pochi li notavano, nonostante la sua bellezza, i capelli scintillanti e in ordine e il cappotto arancione. Stettero a guardarsi un po’ in silenzio, sorseggiando il caffè troppo caldo, che bruciava la lingua. Poi l’uomo iniziò ad addentare il suo donut con lentezza metodica, mandando giù ogni boccone con una sorsata di caffè, esalando ogni volta un aahh soddisfatto. Proprio come fanno i miei bambini, pensò Bea.

“E così, questi sono gli ultimi momenti”, le disse Eliah, dopo essersi asciugato la bocca col dorso della mano. Cambiava espressione con rapidità estrema. Ora era serio, quasi solenne. Bea si domandò se un tempo non fosse stato un attore.

“Già”, rispose infine lei, guardando il piccolo luccicante orologio che aveva al polso destro. “Cinque ore al 2000.” Si chiese se menzionare a quell’uomo il passaggio al nuovo millennio, tutte le aspettative e speranze di gente che poteva avere aspettative e speranze, fosse una cosa cattiva. Lui sembrava non farci caso. È libero. Più di me, pensò.

“Sei felice?” Le chiese lui. Ancora un cambio inaspettato.

“Per il 2000?”

“Non per il futuro. Sei felice, adesso?”

Bea fece un sospiro e guardò in su, tra i fiocchi di neve che vorticavano e le teste veloci dei passanti.

“Oddio… sì. Adesso, sì. Sì, adesso sono felice.”

Lui annuì.

“Hai la faccia di una che si è liberata da un peso.”

“È vero”, disse Bea. Dopo una lunga sorsata di caffè, aggiunse:

“Io sto a Grenville, North Carolina. Vengo a New York una volta al mese, per vedere mia madre. Sta in un ospedale, ha l’alzheimer. Le fanno una cura sperimentale, ma non c’è speranza. Vengo più spesso che posso, a breve ci trasferiremo. In Italia. Io sono mezza italiana. Mio marito è italiano. Non so come faremo con lei. A volte penso che potrei anche fare a meno di venire. Di solito guarda nel vuoto in silenzio, oppure mi fa la stessa domanda dieci volte, tipo ma tu chi saresti? O crede che sia l’infermiera, e mi racconta cosa ha combinato sua figlia piccola, cioè io. Ho imparato tanti di quegli episodi della mia adolescenza che avevo dimenticato, deformati dalla parzialità e pregiudizio che solo una madre può avere. Vuoi non sapere nulla di una persona? Crescila. Dio, chissà se sarà così anche tra me e i miei figli. Di solito, nei suoi racconti, ho tredici anni. Interessante. Penoso.”

Eliah aveva assorbito il discorso in silenzio, e sembrava invitarla con lo sguardo a parlare ancora.

“Ma oggi… Oggi è stato diverso. Mi ha riconosciuto. Ricordava. Abbiamo parlato”.

Bea aveva tenuto la mano sopra quella di Eliah, togliendola di tanto in tanto per accarezzare il cane. La scostò. Lui ebbe una breve risata.

“Non molte ragazze hanno il coraggio di toccarmi”.

“Ah sì? A me va di toccare ben pochi uomini, ti assicuro. Non sono una espansiva. Con te non c’è problema”.

Annuì continuando a guardarla. Poi aggiunse a voce bassa, tanto che lei non capì subito:

“TI hanno violentata da ragazzina. È così, vero?”

Non le riuscì di mettere insieme una faccia impassibile. Rimase ad occhi sbarrati, completamente impreparata. Lasciò andare uno sbuffo d’aria e gli sussurrò:

“Leggi nella mente…”

“No. Sono solo intelligente. Ho imparato a sentire le persone”.

Rimasero un po’ di tempo senza parlare. Guardarono quelli che passavano, i pochi che si chinavano a far cadere una moneta nel bicchiere, i pochissimi che lasciavano scorrere lo sguardo prima su di lui, poi su di lei, lasciandosi sfiorare per un momento da una domanda subito dimenticata.

“È strano. Sì, sì, mi hanno violentata. Avevo… avevo tredici anni. Un insegnante. Uno bravo, e tutto il resto. Era pure un mio lontano zio, uno che la domenica veniva a casa nostra a prendere il tè. Aspettai la fine della scuola per dirlo ai miei. Volevo dirglielo, ma non subito. Aspettavo, non mi ricordo più esattamente perché, il 30 maggio. Il mio quattordicesimo compleanno. Mi sembrava che per allora sarebbe cambiato tutto. Fu un errore. Nel frattempo, era davvero cambiato tutto. Mio padre morì di un cancro improvviso, e la mia notizia ebbe, diciamo, un effetto meno drammatico. Ricordo che lo dissi a mamma mentre mi accompagnava al pullman per il campeggio estivo, e lei mi lasciò andare. Allora mi sembrò normale. Stai attenta ai ragazzi, mi disse, come se oramai contasse. Aveva un’aria così stanca.

Ora era lui a tenere una mano sulla sua. Bea non era neanche sicura che la stesse davvero ascoltando. “Nulla di strano è dovuto al caso”, ripeté piano, scuotendo la testa.

“Che dici, forse è per quello che mamma pensa sempre che io abbia tredici anni.” Ora anche Bea parla tra sé, più che all’uomo. “L’ultima ora prima che cambiasse tutto. Dopo, non siamo più riuscite a parlarci.”

“Però oggi ti ha riconosciuto.”

“Sì. Abbiamo parlato da donne adulte. Di tutto. Di mio padre. Di… di quello che mi hanno fatto da bambina.”

“Per quello hai la faccia sollevata.”

“Mi ha chiesto scusa.”

“Ora puoi procedere oltre.”

“Procedere oltre. Si, hai ragione. Ma non è mai come uno si aspetta.”

“No, non può esserlo. E non è mai facile.”

Bea si lasciò sfuggire un lungo sospiro. L’uomo le batté due volte la mano sulla spalla.

“Coraggio. Ricorda che sei felice.”

Si guardarono. Avevano entrambi messo su un sorriso senza allegria.

“Adesso devo andare, mi aspettano. Comunque, hai capito quello che ti ho detto?”

“Cosa? Che mi hai detto?”

“Che si scrive col kappa. Karma.”

“Ah, quello. È un’esca.”

Bea lo guardò.

“Per le belle donne come te.”

Bea sorrise, poi rise proprio, di cuore e a pieni polmoni. Gli accarezzò la guancia.

“Non dormirai mica qui, vero?” Lui scosse la testa.

“No. Te l’ho detto. Qui avevo giusto una cosa da fare. Poi vado a dormire in un bel posto caldo sulla trentasettesima”.

Bea si raddrizzò, frugò nella borsetta e infilò una banconota arrotolata nella mano dell’uomo.

“Mangia qualcosa che ti piace, OK? Qualcosa di sano.”

Lui non sorrise né protestò per quella somma esagerata, tenne immobile il biglietto nel pugno chiuso. Bea attraversò il marciapiede, si voltò a guardarlo un’ultima volta. L’uomo teneva gli occhi abbassati, biascicava qualcosa. Bea pensò che pregasse, per un momento ne fu turbata.

Si decise a scendere in strada col braccio alzato in cerca di un taxi. Non si accorse nemmeno del furgone con la scritta JOHNSON’S CARNI SCELTE che sbandando nella neve la prese in pieno e la trascinò per una dozzina di metri fino al semaforo di Times Square, finendo per appiattirsi contro l’angolo dell’edificio. Nel curioso rumore attutito nessuno sembrò notare l’accaduto, tutti procedettero a testa bassa per qualche secondo, finché una donna imbacuccata cominciò a urlare.

Enjoy reading VEDA Wellness? Add VEDA Wellness to your Google preferred sources so you don't miss our latest articles.