6 Novembre, luna piena.

Tornavo a casa a piedi dal lavoro, piano piano, fiutando l’aria salmastra di San Pedro. Mi sono ricordato del frigo vuoto, dell’appartamento in disordine, di Maria che di sicuro neanche oggi ha lasciato un messaggio. Decido di fermarmi da Miguel per un paio di tacos ai gamberi e una birra. Magari due.

Una serata di novembre, calda. Da queste parti l’inverno non arriva. Un muro di foschia smorza le luci del porto. Nonostante gli sforzi per abbellirlo con fontane, i cento inutili metri di viale ornato di palme che nessuno sceglie per passeggiare coi bambini, il porto industriale di Los Angeles rimane lo scantinato sporco della città, un garbuglio infinito di ferro, ruggine e nafta contro il blu intenso della notte.

Siedo fuori. Gru gigantesche riempiono navi di container regolari e colorati come pezzi di Lego. Non mi dispiace avere davanti la loro danza lenta e ripetuta. Guardo l’orologio, le nove. La cucina chiuderà tra poco. Odore di sgombri alla brace, risate da un tavolo distante. Miguel ha messo su la musica semplice e sgangherata che piace solo a lui. Viene fuori a portarmi la birra e un cestino di tortilla chips che lui chiama orgogliosamente totópos come usa dalle sue parti. Non metterci tutto quell’aglio, stavolta. Ride. E chi devi vedere stasera, dice quasi tra sé, rientrando.

Non faccio in tempo a prendere un sorso che un rumore si scatena alle mie spalle. Due gatti: irti, aggrovigliati, feroci. Mi alzo. Il più grosso è riuscito ad afferrare l’altro per il collo, da dietro, la mascella lo serra, sotto la luce acida del lampione si intravede una riga di sangue scuro.

Batto le mani, niente. Dò un calcio al bidone della spazzatura, il fragore li separa. Quello grosso corre via, l’altro è rimasto a terra. Lo prendo in braccio, è vivo. Si lascia toccare, mi guarda con occhi spaventati.

Non sembra grave. Lo palpo dalla testa ai piedi per vedere se ci sono altri problemi oltre al morso. Rimane rilassato, non c’è altro. Miguel, disinfettante ne hai? Viene fuori con un flacone di plastica, una garza e un cuscino. Mi aiuta a sistemare il gatto sulla sedia accanto alla mia, ben adagiato sul cuscino dove c’è l’immagine di una ragazza in shorts, con la camicia annodata alla vita, una bocca imbronciata, rossa e gonfia da cui esce la scritta Ay Mamita!

Lo guardo bene. Un gatto nero con i calzini bianchi. Continuo a parlargli per tenerlo quieto. Io ti conosco. Ti vedo spesso. Sei sempre nel giardino di casa mia, vieni a corteggiare la gatta dei vicini. Quella non è per te, dà retta. L’ho vista in giro con certi tipi. Mi metto a pulire bene la ferita. Non è profonda. Ha un fremito, geme, ma resta e si lascia maneggiare.

Miguel si siede accanto a me. Ha portato un cerotto per fermare la garza. Questo è il gatto di qualche signora ricca, dice, indicando con un’alzata di fronte le colline oltre San Pedro. Li sento dall’odore. Guarda il nastrino rosa con il campanello.

Lo esamino. Non è rosa, è fucsia. E non è un campanello, è una specie di capsula.

La svito, si apre in due. Dentro non c’è niente. Mi domando a che serve. I San Bernardo nelle barzellette portano Brandy, ma lui? Pillole per dormire? Diamanti? Ecstasy? Dipende dal padrone.

La ragazza salvadoreña porta i tacos. È una nuova, giovane. Mi pare si chiami Asuncion. Miguel la guarda compiaciuto mentre rientra, mi fa una faccia come a chiedermi che ne dici? Vuole che pensi che stiano insieme. Io non penso niente. Si alza e la segue dentro il locale, sono arrivati altri clienti.

Afferro un taco. Il gatto, senza alzare la testa, comincia a contrarre il naso annusando.

Tieni, vediamo se hai fame. Gli avvicino al muso il gambero più grosso. Lo annusa di nuovo. Alza a fatica la testa, lo lecca, ma poi non lo tocca. Bè, se lo vuoi è qui. Glielo metto accanto, su un tovagliolo. Può ingoiarlo senza spostarsi. Ma non è affamato. La teoria della signora ricca regge.

Mi frugo nelle tasche, trovo una penna e dei post-it. Verdi. Andranno bene. Provo a scrivere con la mia migliore calligrafia.

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Litigo spesso con un gatto grigio, giù a San Pedro. Per fortuna da queste parti mi conoscono, l’hanno cacciato e mi hanno disinfettato ben bene. Puoi portarmi dal veterinario se vuoi, ma penso proprio sia tutto a posto.

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Piego il post-it e lo inserisco nella capsula del gatto in modo che ne spunti un pezzo. Lo vedrà per forza, penso.

22 Novembre, luna nuova.

Sono inginocchiato in giardino e fisso la rete metallica che protegge i bidoni della spazzatura, sollevata e arricciata come il coperchio di una scatoletta di tonno. Maledetti procioni. La piegano, si intrufolano nel bidone e buttano tutto in giro. La gente legge il cartello “IN VENDITA”, entra, vede questa schifezza di spazzatura sparsa dappertutto e pensa che io sia un maiale. Nessuno comprerà mai, di questo passo.

A un certo punto vedo sul marciapiede il gatto nero con i calzini bianchi.

Tch, Tch, provo a fargli. Pss, Pss, come chiamava i gatti mio padre quando ero bambino.

Non si avvicina. Entro in cucina e ne torno con una fettina di pancetta su un vassoio di carta. Lo appoggio a terra e continuo a esaminare la protezione metallica. Lentissimo, titubante, con maestose soste e deviazioni, si accosta. Ancora una volta annusa il cibo ma non lo tocca, però finisce per lasciarsi accarezzare. Mentre gli gratto le orecchie, vedo che la ferita si è ben rimarginata. Soltanto dopo, noto che un angolo di foglietto spunta dalla capsula che tiene al collo. Bianco. Non è il mio.

Svito la capsula. Un foglio di una carta ambrata, sottile, quasi trasparente, con una sola parola delicatamente tracciata a mano: Grazie.

Continuo a grattare il gatto, mentre esamino il biglietto. Solo una donna può aver scritto un messaggio così squisito. Mi sento un uomo buono.

Aspetta qua, gli faccio. Vado dentro a prendere la penna e uno dei miei post-it verdi.

A volte le padrone dei gatti sono giovani e belle, mi sorprendo a pensare. Poi mi viene in mente Maria, e mi sento un traditore anche se non siamo più insieme, per un solo pensiero verso una che probabilmente ha ottant’anni ed è curva come un amo da pesca.

Scrivo nella grafia che mi sembra più elegante, e già scuoto la testa alle mie stesse azioni e mi sento scemo:

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Ho imparato che tutti abbiamo qualcuno che al momento giusto ci tira fuori dai guai.

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Appena riavvito la capsula il gatto, come a un segnale convenuto, si allontana.

Non ti ho dato un nome. Facciamo che ti chiami Hermes.

6 Dicembre, luna piena.

Anche stasera sono passato a cenare da Miguel. Ormai non cucino più. Ieri Maria mi ha lasciato un messaggio. Breve, chiaro: Lasciami in pace, stronzo.

Ho preso gamberoni grigliati, ci ha messo su una montagna di aglio. Birra? Mi ha chiesto quando sono entrato. No, fammi un Margarita, gli ho detto. I Margaritas sono un’invenzione dei Gringos, mi fa. Sono per i fighetti. Noi la tequila la beviamo pura. Anzi, noi preferiamo questo. E mi ha allungato uno shot molto generoso di un liquido giallo oro. Questo è Mezcal, mi fa. Mandalo giù d’un fiato. Poi te ne do’ un altro da sorseggiare.

Faccio come mi dice, già mi gira la testa. Per un momento le luci del porto oscillano pericolosamente. Addento un gambero per zavorrare lo stomaco.

Io non sono un Gringo, sono italiano, provo a replicare, e già la voce non obbedisce come vorrei.

Ride ancora. Ultimamente ride molto. Scopre la sua dentatura nuova, perfetta, uniforme, bianchissima, rifatta da un dentista di Tijuana per meno di cinquemila dollari.

Stessa cosa, mi fa. E poi: Ma quello non è il tuo amico?

Hermes! Faccio con entusiasmo, e capisco che alzarmi è stato un errore.

Mi avvicino e subito vedo che ha quello che speravo. Un piccolo triangolo bianco gli spunta dalla capsula nel collare.

Vorrei che Miguel non fosse lì a guardarmi, ma non se ne va, e io non resisto. Mi inginocchio, svito la capsula, la richiudo e il gatto se ne corre via. Non potrò rispondere, stavolta. Quel bastardo di Miguel, invece, non mi molla con gli occhi. Mi faccio forza, metto il foglietto ancora piegato in tasca. Lo leggerò dopo. Miguel mi versa un altro Mezcal poi torna dentro il locale, rassegnato.

Lascio due pezzi da venti sotto il piatto non terminato e mi incammino un po’ incerto. Svoltato l’angolo, mi appoggio a un tronco di palma e apro il biglietto:

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C’è qualcosa nei gatti lasciati liberi che risente la luna piena. Impazziscono, litigano, a volte si uccidono tra di loro. Da dormiglioni viziati si trasformano in idioti in cerca di guai.

È sempre successo anche a me. Non so se amo i gatti perché sono fatta così, o se sono diventata così a forza di amare i gatti. Fatto sta che sono come loro. La luna piena è il traboccare del vaso, ciò che rimaneva sopportabile non lo è più. E questa luna piena è stata il traboccare di una serie di lune in cui ero riuscita, non so come, a stringere i denti.

Ho riempito la sua ciotola di cibo e acqua in modo che ne avesse per giorni. Così sono sicura che quando uscirà, io me ne sarò già andata. Mi dispiace darti questo fastidio, ma dopo aver riflettuto, la persona che più mi è vicina sei proprio tu, che non conosco.

Ho imparato che non tutti abbiamo qualcuno che al momento giusto ci tira fuori dai guai. E che è meglio così.

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Ho pensato a uno scherzo. Ho cercato nei giornali, non ho trovato niente di certo. La settimana scorsa è morta suicida a Palos Verdes una Dolores Harrison, anni 34, divorziata. Ho visto una foto sgranata su Facebook: una ragazza distratta, sigaretta in mano, due amici dall’aria ottusa, sbronzi, che la abbracciano.

Ogni mattina, ogni sera, mi faccio un giro intorno a casa mia e per le vie del porto. La domenica adagio ciotole di carne profumata e crocchette sul muricciolo del mio giardino, che ora ha grate ben rinforzate. Mai che l’abbia vista una volta, quella bestia dannata.

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