La stanza è disadorna, senza poster o giocattoli in giro. Se non fosse per la console per videogame sul piccolo tavolo sotto la finestra, sembrerebbe la camera di un adulto. Giacomo si getta di traverso sul letto, raggiunge l’interruttore, lo preme due, tre, quattro volte. Niente da fare, l’orsetto di vetro blu non si accende.
Non sa dove sono le lampadine di ricambio. Stanotte dovrà dormire al buio.
Terrò le persiane sollevate, pensa. Un po’ di luce dal viale arriverà. Si infila il pigiama in fretta, spegne la luce e salta dentro al letto. Tira la coperta sino al mento, spalanca gli occhi.
Un po’ di luce, in effetti, c’è. Non tanta. Dalla finestra si spande un alone grigiastro. Di fronte, la silhouette di vestiti gettati sulla spalliera della sedia forma un profilo conosciuto. Una scossa gelida lo attraversa. Che importa sapere se la materia poggiata lì sopra appartiene alla sua felpa, ai jeans? La materia non è che una porta per energie invisibili. Nasconde la testa sotto il cuscino e si rannicchia senza quasi respirare.
Poi ci ripensa. Deve tenerlo d’occhio. Potrebbe muoversi, avvicinarsi, saltare fino ai suoi piedi. Appoggiarsi a lui, schiacciarlo col suo corpo pesante, alitargli addosso un soffio di morte. Gli sembra di udirne il respiro, il grave mormorio di animale in attesa. Abbassa la coperta con un dito. Cerca di osservare il contorno della sedia, ma se mette a fuoco non distingue. Quando lascia vagare lo sguardo, invece, intuisce bene la massa delle corna ritorte sulla grossa testa dal naso schiacciato, delle lunghissime gambe rattrappite sotto al corpo massiccio e agile. Ne ha sei di gambe, lunghe e forti come quelle di una giraffa, schifose come quelle di un insetto.
Giacomo ha visto il Mostro altre notti. Viene a visitarlo quando è più fragile. Ma questa notte sa che è diverso. Ha sempre saputo che questo momento sarebbe arrivato. L’orsetto che di solito lo tiene a distanza non si è acceso: è il segnale che qualcosa deve accadere. Alza appena il collo e deglutisce. Ha la bocca secca. La voce gli esce strana:
“Come ti chiami?”
Un lungo silenzio.
“Djahkhmmhhhh”, sente infine rispondere con un rumore che può essere un nome come un respiro. Una voce così grave che il vetro ne trema.
“Non… non ti muoverai da lì, vero?”
“Per ora no”.
Ora la voce è diventata più chiara, le parole sono distinguibili. Forse è Giacomo che si sta abituando a quel suono.
“Cosa vuoi?”
“Esistere”.
Giacomo sta silenziosamente pregando: fa che non si avvicini, fa che non si avvicini. Pensa a quali argomenti potrebbero tenerlo a distanza.
“Non sono solo in casa. Di là c’è mia sorella e…”
“No. Lo so. Ma qui sei solo.”
“Ho una pistola.”
“Sì, la conosco. Bel giocattolo.”
“Non mi fai paura.”
Sente un rumore frusciante e umido simile a rane che si dibattono nel fango. Una risata senza polmoni.
“Bambino mio, se sono qui è perché hai paura, credimi.”
“Cosa vuoi da me, allora?”
La risata si smorza lentamente. “Parliamo un po’. Per ora.”
Giacomo strizza gli occhi, prova a vedere meglio. Forse, pensa, accendendo la luce il Mostro svanirebbe. Ma l’interruttore è proprio sopra il tavolo, a un passo dalla sedia. Non può farcela. Ricorda sua madre che gli dice che ogni paura può essere vinta. Si mette seduto, abbracciandosi le ginocchia.
“Tu non sei vero.”
“No? Vuoi che mi avvicini e ti dimostri quanto sono vero?”
“Fermo! Aspetta. Parliamo, hai detto.”
“E tu parli con le cose che non sono vere?”
“Tu non hai odore. Le cose che non hanno odore non sono vere.”
“Certe cose hanno un odore delicato. Si sente solo se si sta attenti.”
“Io sono attento. Tu non hai odore.”
“La nostalgia ha un odore? E la colpa?”
Giacomo tace. Cerca con gli occhi di stabilire i contorni della creatura. È grande, ma non capisce quanto. I rumori che fa sono quelli di un animale possente e massiccio. Ma non ne ha mai visto la figura tutta intera, solo intuito delle parti.
“Perché a volte vieni e a volte no?”
“Sei tu che mi chiami.”
“Io non ti ho chiamato.”
“Sicuro? Prova a ricordarti bene. A cosa stavi pensando quando sei entrato?”
“A… a una persona.”
“Tuo padre?”
“Una persona.” Giacomo passa la mano a lisciare le coperte, tre volte.
“Una persona. Una persona. Non mio… Ho giurato che non lo chiamerò più per nome.”
Il Mostro sta facendo un qualche movimento che fa un rumore continuo e attutito, come di chi sfoglia le pagine di un libro.
“E che pensavi, di.. Una persona?”
“Che lo odio.”
“E perché?” Giacomo gira il volto verso la porta. Si intravede una lama di luce sotto lo stipite, deve essere sua sorella che va in bagno.
“Fa rumore mentre mangia. Succhia la minestra dal cucchiaio.”
“Già mi piace. E poi?”
“Non è nemmeno capace di lasciarmi vincere a un gioco. Tutti i padri lo fanno.”
“E poi?”
“Guarda la tivù tutto il tempo. Sempre quello che vuole lui.”
“E poi?”
“Non mi lascia mangiare l’hamburger con le patatine. Dice che mi fa male. Ma è a lui che fa male.”
“Tutto qui?”
Silenzio.
“Sai una cosa? Conosco bambini che hanno una vita peggiore della tua.”
“No! Tu non sai…”
“Non dirlo. Io so.”
“Tu non sai niente. Io lo odio e lui mi odia.”
“Non ti odia, è triste. E tu sai perché.”
“Io lo so com’è una persona quando è triste. Lui non è triste. È arrabbiato.”
“A volte triste, a volte arrabbiato. Come te, no?”
Giacomo riprende a lisciare il copriletto. Passa la mano lentamente, metodicamente, da sinistra a destra. Ancora e ancora, sempre lo stesso movimento.
“Ieri sera ho sognato la mamma.”
Il Mostro non replica. Forse è andato via. No, ecco la sagoma della sua bocca che si apre e si chiude con regolarità. Respira in silenzio.
“È la prima volta, da quando è morta.”
“Ti ha detto qualcosa?”
“Mi ha detto: Lo so che avevi mal di pancia.”
“E poi?”
“E poi mi ha accarezzato e ha detto: va bene così. Sorrideva. ”
“E tu hai capito perché ti ha detto questo?”
“Sì. Lei me le lasciava mangiare, le patatine. Sempre. Però mi diceva: se ti viene mal di pancia me lo devi dire.”
“E ti veniva, il mal di pancia?”
“Sì.”
“E glielo dicevi?”
Silenzio.
“Avanti, rispondi.”
Giacomo ora ha le guance rigate di lacrime.
“No.”
Tira fuori qualcosa da sotto al cuscino.
“Ho rubato la sua sciarpa bianca e la tengo con me. Guarda.”
Piange ancora. “Non me l’hanno lasciata vedere.”
Il Mostro non ha dato segno di avere notato la sciarpa. Giacomo la rimette con cura sotto il cuscino.
“Non me l’hanno fatta vedere. È perché quando qualcuno muore diventa un mostro. Come te.”
“Non è vero.”
“Sì che è vero.”
“Come lo sai?”
“Me l’hanno detto.”
“E chi te l’ha detto?”
“Bea. Mia sorella. Mostro, ha detto. Ha detto che il camion che l’ha investita l’ha fatta a pezzi e trasformata in un mostro.”
Giacomo tiene le unghie conficcate sul braccio bianco. Si vede un po’ di sangue.
“A mia sorella l’hanno lasciata vedere!”
“È stato un errore. Se ne sono accorti tardi, che era entrata. Non hanno voluto ripetere l’errore con te.”
Silenzio.
“Quando l’hai sognata era bella?”
Annuisce senza guardare.
“Se te l’avessero lasciata vedere… non sarebbe stata bella, nel sogno. Ci sono cose che adesso non puoi capire. Arriverà il momento. Forse tuo padre…”
“Una persona!”
“Forse Una persona ha sbagliato. A volte uno sbaglia provando a fare la cosa giusta. A te non è mai capitato?”
Ancora silenzio. Poi Giacomo sussurra, quasi tra sé.
“Io lo so perché è arrabbiato con me. Perché è colpa mia.”
“Non è colpa tua, Giacomo.”
“Sì, invece. L’ho fatta venire io. Ho chiamato perché mi venissero a prendere a scuola perché…”
“Perché avevi il mal di pancia.”
Annuisce ripetutamente, senza fermarsi.
“Non è giusto!”
“Non sembra giusto, ma è giusto. Giacomo, tua madre è stata investita da un uomo che ha bevuto mezza bottiglia di Gin alle dieci di mattina. Non è colpa tua.”
Giacomo piange forte. Ogni tanto solleva la testa per inspirare, poi ricomincia. Il Mostro si è avvicinato lentamente, ed ora appoggia una zampa sulla sua spalla, finché le lacrime pian piano si spengono. Giacomo guarda per un momento quella zampa nera e fredda, che graffia.
“Da dove vieni?”
“Non ricordo.”
“Come fai a entrare qui dentro?”
“Vengo chiamato.”
“Entri attraverso i vestiti?”
“Vestiti? Quali? Qui non ci sono vestiti.”
“Eri una persona, un bambino? Prima di…”
Scuote la testa. Abbassa lo sguardo abbracciando il proprio corpo, l’addome nero e lucido da scarafaggio, le zampe coi radi ciuffi di peli ispidi.
“Per quanto mi ricordo, sono sempre stato un mostro.”
Giacomo ha smesso di piangere. Si sfrega la guancia con la mano.
“Quando la mamma mi ha parlato in sogno…”
“Sì?”
“Era veramente lei, o solo qualcosa nel mio cervello?”
“Tutte e due le cose.”
“Devo crederti? E tu, allora? Come faccio a sapere che esisti fuori dal mio cervello?”
“Semplice. Io so delle cose che tu non conosci. Avanti. Mettimi alla prova.”
Giacomo alza lo sguardo e per la prima volta lo vede in volto. Gli occhi sono quasi invisibili, infossati in orbite scure e rugose che finiscono in un naso da gorilla. È da quello che viene fuori il suo ansito pesante.
“Dov’è mamma?”
“Vicino.”
“Questa non è una risposta.”
“Questa è la verità.”
Giacomo continua a guardare il Mostro che ora può vedere per intero. Una creatura mista, nera, pesante, fredda, senza odore apparente.
“Fin quanto starai con me?”
“Quando non ti farò più paura, sparirò.”
Silenzio. Poi:
“Io non voglio che sparisci. E non voglio aver paura.”
“Stai diventando grande, Giacomo.”
“Promettimi che sarai sempre con me.”
“Non posso.”
“Promettimi che domani ci sarai.”
“Domani avrai ancora paura di me?”
Giacomo annuisce.
“Allora ci sarò.”

quanta tenerezza!! Bellissimo racconto
grazie ancora Patrizia! Troppo gentile.
NO GIUSTA!