Ogni sera, rientrando dal lavoro, passo al Caffè Tambosi per un prosecco e un piattino di olive. Mi siedo a uno dei tavolini che si affacciano sul balcone interno e mi perdo a guardare gli avventori, turisti esausti che riprendono fiato scorrendo le foto al cellulare, signore con grandi buste firmate ammassate su una sedia.

Vedo entrare un cliente abituale, uno che come me si presenta tutti i giorni ma che ieri, l’ho notato, non si è fatto vivo. Elegante, sulla sessantina, magro, occhiali che si leva appena seduto e ripone in un astuccio nero che appoggia sul tavolino. Proprio perché ieri non c’era, mi accorgo, sono contento di vederlo. Strano, no? Uno sconosciuto che non mi piace particolarmente e con cui non ho mai scambiato una parola.

Oggi è venerdì, spazi disponibili nella sala principale al piano terra non ce ne sono. Sale sul balcone e siede al tavolino vuoto accanto a me. Gli faccio posto, è abbastanza vicino da rivolgermi un sorriso e un cenno di saluto, prima di aprire il menu che, come me, conoscerà a memoria. So che cosa prenderà: quello che prende sempre, un passito. Oggi però mi sorprende, alza gli occhi e mi chiede, senza preamboli, come se stessimo parlando da ore: “Com’è il prosecco?” “Io lo trovo molto buono”, dico, e subito me ne pento. Metti che lo ordini e non gli piaccia. “Grazie. Lo prendo, allora”, risponde, con uno sguardo che poggia sulla nostra muta familiarità, io che lo osservo ogni giorno sorseggiare il suo passito, lui che sa che per me è prosecco tutti i giorni.

Mi distraggo ad ammirare una ragazza che entra. Bella, una presenza che solleva attenzione e silenzio attorno a sé. Indugia davanti alla porta che tiene aperta per un momento, i capelli le ondeggiano nel mulinello buio di nevischio che si porta dietro. Con mia sorpresa alza gli occhi al terrazzo, il suo sguardo mi oltrepassa e si ferma sul mio vicino con un sorriso. Sale e si siede accanto a lui. Forse è sua nipote, penso.

L’uomo ha ordinato prosecco per entrambi. Si volta verso di me per un breve cenno di approvazione, o di ringraziamento. Meno male, gli è piaciuto. Lei ha le guance arrossate, gli parla piano, sorridendo. Gli accarezza un braccio. Ogni tanto abbassa gli occhi. Poi si sporge a baciarlo, indugia a lungo tenendogli le mani sulla nuca. Non è sua nipote. Mi sorprendo a pensare che probabilmente non arriva alla metà dei suoi anni.

Resta poco, una decina di minuti. Raccoglie veloce il soprabito, alza il bavero, si china a baciarlo nuovamente e scende di corsa la scaletta. L’uomo rimane. Ha ancora il bicchiere pieno a metà, guarda qualcosa nel cellulare.

Anch’io prendo il mio, per imitazione. C’è un messaggio di Silvia. Dice di non fare tardi, sta preparando le seppie coi piselli. Sorrido. Me le promette da mesi. Speriamo che abbia comprato tanto pane, di quello buono, per la scarpetta.

Mentre faccio per alzarmi, l’uomo mi fa un cenno. Mi avvicino. Mi stringe la mano, dice di chiamarsi Fabio Ursi.

“Grazie per il consiglio. Buono davvero. Posso offrirgliene uno?”

Guardo l’orologio. “La ringrazio, ma non ho molto tempo…”

“Sieda solo un momento, allora. Le dispiace?” Siedo.

“Che cosa pensa della mia amica?” Mi chiede neutro, come se parlasse di politica, senza sorridere e senza ricercare complicità.

“Bella ragazza”. Non so che altro dire.

“Bella, sì, bella. E giovane, non è vero?”

Annuisco. Annuisce anche lui, mentre si accende una sigaretta. Un gesto che mi colpisce, mi rendo conto che gente che fuma non ne conosco più.

“Mi vuole sposare”. Sono perplesso e un po’ imbarazzato, non so dove voglia arrivare.

“Congratulazioni”, dico.

“Non si congratuli, non ci arriveremo al matrimonio”, mi interrompe. “La sto per lasciare”.

Arriva il cameriere con un prosecco anche per me, deve avere capito male. Bè, ora che c’è. Accosto il bicchiere alle labbra mentre lui riprende.

“Sono stato un po’… diciamo un po’ leggero, con Adele”. Si sfrega il labbro superiore col pollice, pensieroso. “Sono notevolmente più vecchio, ma non è questo il punto. Non la amo”.

“E lei, Adele, è innamorata?”. Ursi annuisce in silenzio. “Se voglio una donna, si innamorerà di me”.

Riesce a pronunciare questa frase boriosa in modo semplice e senza vanità. Lo guardo per capire se scherza. Attendo che si apra in un sorriso complice. Non sorride. Non scherza.

“Lei non ricorda di avermi visto qui prima con un’altra donna, vero?” Mi dice. Improvvisamente ricordo. Qualche mese prima. Un’altra donna, già. Non così giovane come Adele, bella anche lei. Capelli, neri, intensa. Al tavolo vicino alla porta. Lo baciava. Anche quella volta avevo pensato: è sua nipote.

“Vede, io ho una procedura infallibile. È molto semplice, dunque… Oh, ma mi scusi, lei deve andare, non è vero?”

“Posso stare ancora un po”.

“Bene, allora continuo. Lei ha visto il film il paziente Inglese?

“No”.

“Peccato, sarebbe stato più semplice spiegare. Comunque. In quel film c’è un uomo, nel deserto, che vuole catturare uno struzzo. L’uomo è paziente. Ha tempo. Come me. Scopre uno struzzo tra le dune e si ferma a sedere a grande distanza. Una distanza tale da far sentire l’uccello al sicuro”. Muove la mano a disegnare un orizzonte di sabbia.

“Il giorno dopo si ripresenta. Appena più vicino. E rimane seduto, fermo, per qualche ora. E il giorno dopo, ancora più vicino, un poco. E non si muove. Capisce dove voglio arrivare?”

“Lo struzzo si abitua alla sua presenza”. Annuisce di nuovo.

“Ogni volta un po’ più vicino. Finché un giorno è così vicino da poterlo catturare”, concludo.

“Esatto”, fa lui. “Gli esseri umani, come gli animali, trovano naturale ciò che è frequente, qualsiasi cosa sia”, continua.

“Io sono un uomo estremamente paziente. Se una donna mi piace – ma mi deve piacere davvero, badi bene, perché la procedura richiede parecchio tempo ed energia – comincio a farmi vivo. Qualche telefonata, un invito qua e là. Non spingo mai la situazione. Le mie attenzioni sono più di quelle di un semplice amico e meno di quelle di un innamorato. Giusto un pelino in più della semplice cortesia. Voglio che pensi che probabilmente non voglio nulla da lei. Divento una presenza familiare e non minacciosa. Mai geloso, mai in competizione con altri. In questo la mia età aiuta”, sorride.

“Però, di tanto in tanto, divento estremamente premuroso”. Cerca nelle tasche, estrae un’altra sigaretta. “Tanto da farla dubitare. Che sia davvero interessato a me? Ma no, cosa vado a pensare. Ha il doppio dei miei anni. Poi, quando non ci pensa più, un giorno o due, mi avvicino un altro po’. E così via”.

Offre una sigaretta anche a me. Faccio segno di no.

“La procedura dello struzzo”.

“Sì”, risponde. Si sporge verso di me. Utilizza la sigaretta spenta come esempio, la tiene verticale tra due dita davanti ai miei occhi.

“La strategia dello struzzo, esatto. Si applica a tutti i rapporti umani, sa? Non solo a quelli amorosi. Lavoro, amicizia, persino tra sconosciuti. Funziona. Sempre. Io l’ho perfezionata. Ho aggiunto una piccola variante”.

Accende la sigaretta, tira una boccata profonda, e poi me la rimette davanti agli occhi. Capisco che la sigaretta è la donna.

“Quando sento che la ragazza si è abituata alle mie attenzioni, le sottraggo”. Volta la mano di scatto, nascondendo la sigaretta. Poi riprende a fumare.

“Solo per un po’. Dimentico un regalo. Non mi presento a un appuntamento. Ecco, sì, soprattutto questo: non mi faccio vivo per una volta. In questo modo le permetto di accorgersi quanto la mia presenza sia ormai naturale. Di accorgersi che sente la mia mancanza. Si porrà delle domande. Mi rifarò vivo? Forse, dopotutto, si era soltanto immaginata il mio interesse? Possibile che un uomo così grande provi interesse per me? E che io pensi a lui, proprio ora?”

Si appoggia allo schienale, prende un altro sorso.

“Quando mi ripresento, il mio interesse per lei ha un valore nuovo. A quel punto è sufficiente un piccolo gesto di avvicinamento. Qualcosa di più del solito. Che la faccia propendere in favore dell’idea che io sia interessato veramente. Dopo l’assenza un abbraccio, un invito a cena, acquistano valore. Devo solo essere premuroso e disponibile senza spingere troppo, e la procedura è completa.”

Si alza, finisce il prosecco piegando la testa all’indietro, mi dà la mano.

“Spero di non averla annoiata con le mie piccole manie”.

Mentre si allontana, dico “E lei ha usato la procedura con quella ragazza”.

“Esatto”, risponde, senza voltarsi.

“E con me”.

“Esatto”, dice di nuovo, questa volta girandosi, mostrando un sorriso divertito, puntando verso di me la sigaretta come un indice, prima di sparire del tutto discendendo la scalinata.

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