Sono una barista. Ho una caffetteria in centro, la migliore. Dicono che come faccio il caffè io, nemmeno a Napoli. Sono quattro anni che ti servo un espresso lungo, tutte le mattine. Non vuoi nient’altro.

Entri sul presto, elegante, pronto per andare al lavoro, sempre allegro, e mi chiedi immancabilmente come sto. Ti rispondo con una breve battuta. Non hai bisogno di ordinare, vuoi sempre lo stesso. Ci conosciamo bene, ci frequentiamo, passeggiate e cene in compagnia di un giro di amici. Di tua moglie, a cui sto molto simpatica. Una persona speciale, dice di me. Credo abbia sofferto molto. Nessuno sospetterebbe che è per te che muoio. Ti ho amato senza speranza, da subito, senza che nessuno si accorgesse di niente. Se ti chiedessero se mi piaci risponderesti ma va? Non penso proprio.

Sei appena uscito. Metto la tua tazzina nella lavapiatti con tenerezza invisibile e mi fermo ad osservare le persone sedute ai cinque tavolini. Sono convinta di attirare un certo tipo di clientela. Gli infelici. Sguardi fissi, facce abituate alla noia, esperte nello scacciare il dispiacere, nel distrarsi, nel dimenticare, nel non pensarci. Le riconosci: le persone vengono marchiate dalla sofferenza in un modo che è impossibile non avvertire. Più delicate, ammorbidite come una bistecca ben passata col batticarne. Che spandono dolore, invisibile e ben riconoscibile come una scia di profumo. Drogate di chiacchiere, novità, alcol, shopping e viaggi. Distrazioni con cui hanno iniziato a nutrire un simulacro di sé, un fantoccio socievole che hanno imparato a mandare avanti nel mondo, incontro agli altri, mentre loro stanno accovacciate e cercano di dimenticare, dormire. Lo so, quello che ognuno dei miei avventori sta pensando, quando per un attimo smette l’inutile esercizio del distrarsi e improvvisamente ricorda. Pensano: nessuno soffre come me.

Ma si sbagliano tutti. Nessuno soffre come me.

Sono un’esperta. Ho maturato migliaia di ore di sofferenza, come un pilota di linea matura ore di volo. È questo numero di ore che mi qualifica.

L’ho adoperata. Ho rinunciato ai tentativi di dimenticarla. L’ho tenuta dinanzi ai miei occhi senza risparmiarmi. Ho imparato ad usarla. Ne ho fatto mattoni con cui ho costruito una fortezza solitaria e invincibile. La sofferenza d’amore è così, si presta poco ad essere dimenticata, dato che l’oggetto del tuo dolore e quello del tuo amore, che cerchi continuamente, sono la stessa cosa.

Qualche settimana fa ho riconosciuto una come me per strada. Una malata d’amore. Per niente illusa di poterlo avere, per niente capace di lasciar perdere. Occhi infossati, qualcosa agli angoli della bocca che non riesce a riposarsi. So cos’è. È il non accettare, il non volerci credere. Volontà senza speranza. Ci siamo guardate per un attimo e poi ci siamo voltate in fretta, simultaneamente, e ci siamo allontanate in direzioni opposte.

Sono bravissima nel nascondere. Non ho mai detto nulla che potesse generare il minimo sospetto, non mi sono tradita mai. Esprimere è spremere, estrarre qualcosa che è meno di quanto c’è all’origine, io lo so, che di spremute ne faccio tante, e mi sento come quella spoglia di limone o pompelmo cavo che getto nel bidone.

L’amore espresso è ridicolo, l’amore inespresso è nobile e ha una forza pari a quella della morte. Tutto si inchina davanti a lui.

Da ragazzina uno che è stato il mio ragazzo mi disse che ero ancora una bambina. Aveva ragione, lo sentivo, emanava un’energia matura impensabile in un maschio di quell’età. Gli chiesi cos’è che ti fa diventare grande. Lui rispose che non si cresce finché non giunge un lutto. Sua sorella e sua madre erano morte in un incidente. Mi sorpresi a sperare in una qualche impossibile forma di lutto indolore che mi liberasse. Un lutto senza morte.

Sono stata senz’altro accontentata. Il problema coi desideri è che si avverano sempre.

A un certo punto ne ho avuti anch’io, di lutti veri. Ma questo, mi vergogno a dirlo, è più forte. Magari tu fossi morto; invece ti ripresenti ogni mattina tra le otto e mezza e le nove meno venti, con la tua faccia ignara. Tu non hai sofferto. Sei ancora un bambino, sei Adamo prima della mela. È per questo che vedi così poco, che mi piaci così tanto.

Ho cominciato a leggere il Buddha. Dice che a non desiderare nulla si arriva a una specie di felicità che è meglio della felicità. Il distacco, lo chiama. Anche lui deve aver sofferto molto, per arrivare a elaborare un’idea del genere.

Ho ripreso a fumare. Sono costantemente malata, prendo tutti i virus e le influenze che ci sono in giro. Mangio due spicchi di aglio crudo ogni mattina. Devo avere un alito satanico. Eppure, gli uomini che mi stanno attorno si innamorano di me. Mi seguono per strada, mi fanno proposte pochi secondi dopo avermi incontrato. Come se mi conoscessero, come se li incoraggiassi. Come se il dolore fosse una specie di feromone. Tranne uno naturalmente, tu, che non mi hai mai veduto.

Ne ho parlato con il mio analista. Sì, per un periodo ho avuto l’analista. C’e stato un momento che ho deciso che dovevo riprendermi, e ho cercato una terapia psicologica. Mi sono ricordata un numero di telefono che avevo ricevuto per caso un paio di anni prima. Come mai, dottore, più sono svuotata e spremuta e più gli uomini mi stanno attorno?

Mi ha abbracciato. Un abbraccio non terapeutico, non fraterno. Mi ha detto che forse la cosa migliore per me sarebbe staccare, allontanarsi da tutto e da tutti. Che ha una casa in collina, potremmo andare a viverci insieme. Potremmo stare lì per un po’, sei mesi, un anno, riposarsi, lasciarsi andare, fare l’amore, se mi va.

Ma non è contro le regole, ho chiesto. Quali regole, mi fa. La deontologia professionale, dico io. Ha preso a guardare il suo taccuino, come se non stessimo parlando, e ha cambiato argomento, introdotto una nuova idea. Sai, forse sei tu quello che ha bisogno di aiuto, gli ho fatto io, e lui allora ha alzato il sopracciglio da un posto lontano e inaccessibile. Non ci sono tornata più.

Sono rimasta a macerare in silenzio, aspettando ogni giorno le otto e mezzo di mattina, il momento di servirti l’espresso col cioccolatino che non tocchi mai e il piccolo bicchiere d’acqua, nella tazzina che ho scelto per te sin dalla mattina presto, ho messo a scaldare sulla macchina, ho toccato e accarezzato con gli occhi sino al momento in cui entri e mi saluti spensierato, incapace di leggere i miei occhi cerchiati, senza sospettare che sei tu la candela attorno alla quale volteggio ogni notte in giri sempre più stretti, fino a bruciarmi.

“Come stai?” Mi hai chiesto solo cinque minuti fa. Io fissavo le tue labbra, sfiorate dal tovagliolino di carta che hai gettato, come al solito, dentro la tazzina, con un lancio infallibile e compiaciuto.

Ho sorriso e alzato le spalle. Le parole non sono niente. Le azioni e le spiegazioni non sono niente. Le trame delle storie non sono niente. L’espresso caldo e denso che ti ho messo davanti e ha risvegliato i tuoi sensi col suo aroma pungente e amaro, non è niente. Reale è soltanto ciò che è costretto a rimanere inespresso.

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