Prendi la Bibbia, le Piramidi, Omero, certe incisioni rupestri.
Le studiamo, fingiamo di volerle capire, ma ci limitiamo ad assimilarle al nostro pensiero, che crediamo esemplare e universale, mentre è provinciale e temporaneo. Le rifrangiamo anziché assorbirle. Invece di allargare il nostro mondo, restringiamo il loro.
Soltanto l’assuefazione ai nostri ristretti vocabolari, la catena delle nostre abitudini, la mancanza del senso del nostro essere miserabilmente transitori, ci permettono di non vedere quanto siamo inferiori a questi antenati invisibili, che immaginiamo bonariamente saggi, barbuti, semplici, un po’ sporchi, circondati da oggetti rudimentali e senza uno straccio di Iphone in tasca.
Le loro opere magistrali includono chi capisce, chi non capisce, chi capisce a metà. Quegli antichi, dal loro lontano nascondiglio temporale, avevano previsto anche il nostro presente barbarico, e tuttora le loro pietre, immagini, storie, trasudano un sorriso comprensivo e sornione e quelle vestigia, ancorché brutalmente incomprese, contengono un enzima segreto che lavora invisibile nelle nostre viscere e ci concede una impercettibile speranza di salvezza.

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