Quanto ero giovane allora! Tutto quello che riuscivo a pensare quel giorno, mentre i piccoli calici riempiti di fresco vino di Frascati si toccavano, era che avevo fatto l’amore con ognuna delle quattro ragazze sedute a tavola con me. Una cenetta tra me e loro, che non sapevano, non portavano in mente il fardello dell’intricata mappa degli intrecci che ci univano. Ecco spiegato il perché del sorrisetto fisso sulle mie labbra, dell’insolita allegria.

Neanche mi rendevo conto che svegliarsi al mattino e non avere nessun dolore in corpo è un miracolo di cui essere riconoscenti e commossi. Che poter ingurgitare sereni pizze e zuppe inglesi, birra vino e limoncello, saltare una notte di sonno, dormire per terra senza pensarci troppo, sono condizioni che non durano. Nel DNA di ciascuno è scritto il numero esatto di volte che possiamo passarla liscia. Inoltre, soltanto adesso mi rendo conto che alcuni lati del mio carattere, che mi sembravano caratteristiche personali e unicamente mie, quella febbrile impazienza ad esempio, quel puntare a niente di meno che al grandissimo e intollerabilmente intenso, erano invece attributi generici di molte gioventù.

Intendiamoci: tante cose potevo essere chiamato ma non un seduttore, nemmeno di fronte a quel poker di ragazze. Inesperto, ingenuo, distratto, insicuro, ombroso, per nulla attraente. Le storie amorose della mia vita erano tutte lì, impegolate in quel viluppo di antipasti che mi sarebbe costato caro, anche se avremmo diviso in cinque. Così almeno speravo, perché i soldi per pagare tutto non li avevo proprio.

Eva era più alta, più ricca, più decisa, più vecchia, più matura e intelligente di me. Il giorno che la vidi per la prima volta, eravamo in una ventina, una gita in montagna. Amica di amici. Si era presentata col fidanzato, un tipo robusto di atleta, già stempiato, che doveva avere qualcosa come venticinque anni, e mi sembrò vecchissimo. Dopo qualche ora di vagabondaggio di gruppo nei boschi, rientrati in paese, lei lo mandò a comprare gelati per tutti, mi si avvicinò e disse che voleva passare la notte con me. Avevo una stanza dove potevamo andare? Sì, l’avevo, risposi esitante e confuso; nel bed and breakfast proprio lì dietro. Mi prese a braccetto e attraversammo la strada, mentre gli amici si scambiavano sguardi e il fidanzato, uscito dalla gelateria, rimaneva fermo a fissarci, in mano tre coni che iniziavano a sciogliersi.

Giunti all’albergo, ripensandoci forse non avremmo dovuto baciarci così sfacciatamente mentre attendevo le chiavi. Soprattutto, Eva non avrebbe dovuto infilarmi la mano dentro la camicia. L’anziana receptionist mi inquadrò con una prodigiosa occhiata selettiva che riuscì ad essere indignata con me e ad ignorare Eva, e disse che non erano ammesse signorine in camera. Così pagai quanto dovevo, presi in fretta la borsa con le mie cose e prendemmo a girare per ore in cerca di qualcuno che avesse una stanza libera e fosse disposto ad ospitarci. Camminavamo, ridevamo e ci fermavamo spesso per riposarci e baciarci. A tarda notte trovammo un giovanotto indifferente che era soprattutto interessato a un vecchio film, aveva l’ultima stanza libera e non fece storie.

Ci buttammo sul letto, cominciammo a baciarci e a spogliarci. Eva era stanchissima. A causa di una caduta nel bosco aveva una caviglia gonfia, scura e dolorante. Iniziai a massaggiarla, e dopo qualche minuto la sentii respirare pesantemente. Diciamo pure russare. Si era addormentata. Pensai al fidanzato e mi venne un accesso di risa. Lo avevo rimpiazzato come terapia e sonnifero. La coprii e mi stesi accanto a lei che ridevo ancora.

Recuperammo al mattino, quando mi raggiunse nella doccia e in poche ore mi insegnò un mondo di nuove pratiche, arrivando a coprire quasi tutto quello che tuttora so in materia. Le piacevo. I suoi gemiti hanno certamente tenuto allegro il personale dell’albergo, nessuno osò bussare per rifare la stanza, da cui uscimmo che era pomeriggio inoltrato. Diceva che ero bello, poveretta, che noi umani sappiamo ingannarci in modi raffinatissimi e fantasiosi. Diceva che la nostra intesa era rara, e che avremmo dovuto andare a vivere insieme.

Il giorno dopo ognuno tornò a casa sua. Dal suo distante domicilio Eva mi telefonava ogni giorno e mi mandava regali. Camicie di seta, libri. Le spiegai pazientemente che non ci capivamo, che fuori dal letto i nostri gusti collidevano, che non riuscivo ad immaginare di svegliarmi accanto a lei. Eravamo troppo diversi. I corpi, è vero, si capivano al volo, ma io, che vivevo in un mondo poco fisico, non davo alla cosa troppa importanza. Forse, ripensandoci, il fatto che lei si era dichiarata così apertamente e appassionatamente, fu un errore tattico che me la rese poco interessante. Magari, se non avesse lasciato il fidanzato, chissà.

Ingrid era piccola e scura, una bambina ribelle con ciuffetti neri e corti che le lasciavano scoperto il collo, dandole un’aria da uccellino e lasciandomi con l’irresistibile voglia di proteggerla circondandola con un braccio, di baciarne la nuca olivastra.

A lei, non ero mai piaciuto. Già alla sua età non si riusciva più a contagiarla con quella forma di ipnosi che fa innamorare. Troppo esperta, troppe storie; si muoveva tra gli uomini con lo stesso atteggiamento pragmatico che io tenevo in cucina, dove sapevo sempre rimediare un pranzetto, non importa quale combinazione di schifezze ci fosse in frigo. Il fatto di non piacerle me la rendeva irresistibile. La corteggiai accanitamente, cosa che non avevo mai fatto con nessuna. Corteggiare non faceva parte del mio campo di esperienze, nel corteggiamento ero simile a lei quando era in cucina, dove per quanto ben di dio ci fosse nel frigorifero, veniva fuori una schifezza. Che Ingrid stesse con altri non faceva che stimolarmi. Ero meglio di quelli, io. O no?

Eravamo stati insieme una volta sola, dopo mesi della mia insistenza cieca e quasi rabbiosa. Mi si concesse così, senza preavviso e senza cerimonie, un giorno che ero andato a trovarla e avevo abbandonato da tempo ogni speranza. Più tardi mi spiegò che io continuavo a non piacerle, ma il mio accanimento alla fine le aveva suscitato un certo desiderio malato. Usò la parola perversione. Non capii la sua spiegazione. Non la capisco tuttora.

Facemmo l’amore e io seppi immediatamente di averla delusa, di non essere riuscito a farla godere, di essere semplicemente uno tra i tanti che si sarebbero confusi nella sua memoria. Mentre la accarezzavo disperato, questo pensiero mi era insopportabile; e mi è intollerabile tuttora, oggi che neanche ricordo più bene la sua faccia.

Giorgia, che fu uno dei grandi amori della mia vita, mi aveva appena lasciato. Eravamo stati insieme due anni, che le furono sufficienti per insegnarmi a sbronzarmi senza star male il mattino dopo, e ad usare gli acquerelli. Entrambe le discipline richiedono una ragguardevole conoscenza teorica e una pratica più che assidua. In tutte e due, anche se non dovrei essere io a dirlo, raggiunsi un livello di buona padronanza. Io, fa parte mia, le insegnai a leggere, o forse dovrei dire le insegnai cosa leggere, dato che l’arte di estrarre suoni dall’alfabeto tracciato, sia i caratteri a stampa che le scritte a mano, la possedeva già. Alla fine non ne poté più di me e dei miei bicchieri e pennelli e libri e opinioni inflessibili, e si mise col primo che passava, facendo in modo che mi fosse ben chiaro che questo non era uno dei soliti tradimenti leggeri, che consentivano una pur disagevole e infelice continuazione del rapporto. Questo era un cambiamento permanente, sancito dal fatto che cambiò città e si portò via tre valigie di vestiti, che includevano la mia maglietta nera preferita, che certo aveva distratto per sbaglio, ma che da ora in poi sarebbe stata indossata da qualcun altro. Sapevo che se ne sarebbe pentita, che avrebbe trascorso anni a rotolarsi in storie senza sbocco, che un giorno lontano ci saremmo riabbracciati e riconosciuti, che magari mi avrebbe pure restituito la maglietta, tenuta religiosamente per anni protetta dalle grinfie dei suoi amanti, in una busta profumata di lavanda. Ma anche così, allora sarebbe stato troppo tardi.

Bea aveva i capelli rossi e amava i libri. Viveva nel Nord Europa. Una pelle così bianca che sembrava avesse sempre vissuto nel fondo di una caverna sotterranea, come uno di quei pesci senz’occhi, anche se lei gli occhi ce li aveva, verdi e bellissimi. L’avevo incontrata a causa della strategia di vendita del mio capo, da lui così sintetizzata il giorno del colloquio di assunzione: “Sino ad ora sono stato l’unico venditore dell’azienda; ora ho bisogno di aiuto. Tu andrai dove c’è freddo e si mangia carne, io dove c’è caldo e si mangia pesce. Ah, naturalmente questi capelli bisogna che te li tagli.” Me li tagliai, anche se fu sempre chiaro a tutti che quei capelli corti erano solo un cattivo travestimento e pian piano, un centimetro alla volta, lasciai che riguadagnassero il terreno che spettava loro secondo certi antichi patti.

Bea aveva una bellezza nobile e adulta, da regina. Riservata e ritrosa, ricordava un gatto male addomesticato. Non diceva mai nulla che fosse superfluo, lasciava spazio ad ampi silenzi che mi mandavano in estasi, seppure certamente mancassero di quel calore familiare e intimo che, pure, fa piacere. Anche allacciati insieme in un letto, era sempre ben chiara la distanza che ci separava.

Ci eravamo incontrati in un ristorante deserto. Solo io e lei, seduti uno di fronte all’altra, a portata di sguardo e di voce, ma a due tavoli diversi. Sorridendo silenziosamente, le feci segno se potevo unirmi e raggiungerla, indicai la mia bottiglia di vino sollevando invitante le sopracciglia, lei allargò le braccia divertita e mi fece segno di sì con la testa.

Una volta vicino a lei non avevo voglia di fare l’italiano e corteggiare, e questo le piacque. Parlammo tranquilli, senza ombra di schermaglia amorosa, entrambi non amavamo flirtare, anche se l’attrazione lavorava nel suo modo sotterraneo e silenzioso. Alla fine mi disse seria che un po’ le piacevo, ma non sapeva quanto. Mi propose una vacanza di una settimana per esplorare la cosa. Scegliemmo subito la data. Il mese dopo eravamo al mare insieme. A lei piaceva la musica giusta, e faceva letture giuste, e mostrava opinioni giuste, cioè simili alle mie. Si abbronzò persino, prese un bel colore dorato da frittura, che mi faceva morire. Di giorno, lunghe beate ore di silenzio, che non avevo mai sperimentato con una donna. La sera, davanti a una bottiglia di vino, concordavamo sugli argomenti più delicati. Forse per questo, al termine della vacanza concordammo anche sul fatto che una settimana della nostra vita era esattamente il tempo che era giusto condividere. Eravamo così uguali che perdemmo interesse. Ci lasciammo da amici, con una cerimonia casalinga che includeva vino buono, sesso, silenzio e complicità.

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Questa cosa dell’attrazione e dell’affinità, ci pensavo, è ben misteriosa.

Io, gli amici uomini a quell’epoca li cercavo, senza rendermene conto, uguali a me in tutto: gusti, vestiti, opinioni, persino taglio di capelli; se si poteva chiamare taglio l’accordo per cui io ti lascio crescere a dismisura mai sfiorato da un pettine, solo una singola passata di dita dopo la doccia, e tu in cambio ti adagi in accettabili circonvoluzioni e non mi fai lo scherzo di cadere anzitempo. A forza di essere diverso da tutti, mi ero incuneato in un comodo circolo, una quarantena di personaggi tutti identici, i soli di cui sopportavo la vicinanza. E seppure circondato da cloni la tendenza a distaccarmi, a sentirmi diverso dal diverso, era più forte di tutto. Riuscivo sempre a trovare qualche irritante differenza di cui indignarmi tipo, vabbè che ammiriamo entrambi gli scrittori cechi e tra questi ovviamente Kafka, vabbè che concordiamo nel prediligere i suoi racconti brevi ai romanzi, ma come si fa a non riconoscere la assoluta supremazia di quelli dell’ultimo periodo? Insomma, mi stavo restringendo come una prugna secca.

Le donne, ora lo capisco, erano la mia unica opportunità di un incontro con il dissimile. Un bel paio di gambe, e improvvisamente un concerto di qualche stronzo cantante pop che era pure in classifica non era più così impensabile. In questo modo allargavo le mie esperienze, mi democratizzavo, venivo a contatto con quello che la gente -quell’incomprensibile groviglio di esseri che si agitavano nello spazio appena al di fuori della mia bolla- faceva e apprezzava. Alla faccia dei siti di incontri che oggi ti fanno compilare fior di questionari basati sulla ridicola idea di affinità di coppia, come se un rapporto di amore fosse un passatempo basato su gusti condivisi. Come se non fosse proprio il contrario che da sempre inconsapevolmente intuivo in una donna: un potenziale di cambiamento, un’entità energica, oscura, un buco nero capace di estrarmi da me stesso, di salvarmi dai miei propri gusti.

Insomma stavo lì a godermi la mia cena elegante con le mie quattro donne, il terzo bicchiere di vino iniziava a fare il suo lavoro, e io cominciavo a pensare, spero che almeno a questo sia servito l’intreccio delle nostre vite, l’invidiabile insieme di fallimenti che mi hanno prima fatto incontrare, poi sganciare da ognuna di queste bellezze, e portato alla fine con le sue lezioni, rimorsi e pentimenti ad essere quello che sono. A farci passare una bella serata insieme. A un brindisi con un vinello dei Castelli.

Bella l’idea di questa cena. Come è cominciata? Mi domandai, mentre il cameriere, un ragazzo infelice che indossava una maglietta nera con su scritto happiness, portò un’altra bottiglia.

Bé, innanzitutto l’altra settimana ci eravamo incontrati con Eva al supermercato, e di fronte al banco macelleria, con eleganti giri di parole mi comunicò che dopo la nostra giornata insieme si era subito rimessa con l’atleta stempiato, sposata con tre bambini, che lui è spesso fuori per lavoro, e che una di queste sere, appena lui gira l’angolo e la babysitter è libera, ci si poteva anche trovare per una rimpatriata, anzi proprio domani sera avrebbe fatto proprio al caso suo. Andava bene?

Mi rendo conto che è difficile da credere, ma dieci minuti dopo incontrai Bea, davanti al banco del pesce, dove ho potuto constatare come non fosse cambiata per niente, e che quelle due rughettine adulte attorno agli occhi non facevano che renderla più bella, e misurare oggettivamente la bianchezza della sua pelle con i freschissimi calamari esposti. Sono venuta a cercarti, mi ha detto candidamente. Sono passata da casa tua e mi hanno detto che eri qui. Ho appena divorziato e sto facendo un viaggio per incontrare tutti quelli con cui ho avuto una storia. Così, per vedere cosa mi sono persa. Ora devo scappare, ma hai da fare domani sera?

Giorgia si era già fatta viva lei, qualche sera prima. L’indomani sera per qualche motivo sarebbe passata dalle mie parti, si era dichiarata felice di avere una cena con le mie amiche. Meglio che sola con me, pensai. Nessuna spiegazione da dover fornire. La richiamai per fissare per l’indomani a cena.

Ingrid la chiamai io. Era l’ultima testimone di quel periodo, pensai, senza di lei la cena sarebbe stata incompleta. La trovai allegra e disponibile. Disse solo: basta che non ci riprovi, come se l’esperienza con me avesse costituito un trauma in cui non poteva permettersi di rientrare. A tutte dissi: sarà una cena tra amici, e per una strana combinazione di eventi che non ti sto a spiegare, tra defezioni, partite di calcio e altri impegni, domani sera saranno tutte donne. Con ognuna c’era l’intesa implicita che non avremmo parlato del passato.

E davvero del passato non si menzionò nulla. Le ragazze furono bravissime a interessarsi l’una dell’altra, a passarsi informazioni su creme e ricette naturali, squarci di geografia turistica e titoli di libri. Tanto che a un certo punto mi sentii un po’ trascurato. Perché ci siamo ritrovati, pensai. Perché mai non ho voluto vederle una ad una, forse ci sarebbe potuto scappare qualche risveglio di fiamma. Il modo in cui si sta mettendo è un po’ superficiale, e le ragazze stanno diventando sin troppo amiche. Da un momento all’altro potrebbe saltar fuori il perché ognuna è qui, pensai, che cosa veramente le unisce, e in quel momento mi prese una sensazione di vertigine e nausea, una certezza che il mattino dopo avrei avuto un mal di testa proporzionato ai miei errori, che i peperoni ripieni erano stati un passo falso, che il mio DNA aveva decretato il mio ingresso nell’età adulta, che da ora in poi non l’avrei passata liscia più, avrei pagato ogni singolo minuscolo sgarro a una dieta equilibrata, a una vita sana e responsabile.

Mi alzai per andar in bagno. Le quattro donne sembravano non accorgersi di nulla, stavano ridendo di una battuta che avevo perso. Continuavano a parlare d’altro, tuttavia era chiaro che l’informazione era passata, trasmessa attraverso un processo osmotico di cui ero poco esperto. Come puoi pensare che il denominatore comune della cena non sia ovvio? Come puoi illuderti che non sappiano? Pensai. Sono donne. E una donna è un diavolo che sa tutto. Sei sicuro di essere stato tu a organizzare questa cena?

Del resto della serata, quando ritornai dal bagno, non voglio dire. Basti sapere che avevo iniziato la cena ragazzo, la terminai uomo, se si eccettua il momento del pagamento del conto. Basti dire che fu come mescolare glicerina e acido nitrico, ed accettarne le conseguenze seduti, immobili, educati, composti, un mezzo sorriso sulle labbra.

Magari un’altra volta lo racconto in dettaglio. Ci vuole forza.

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Sono passati venticinque anni. Ora che i vapori della doccia si diradano, mi costringo a guardarmi meglio allo specchio. Il mio DNA ha lavorato. Sì, sono ancora io, non c’è dubbio; ma in qualche punto del percorso i miei occhi si sono irrigiditi e ristretti in un modo che non riconosco. Non si può guadagnare esperienza e mantenere gli occhi che avevo allora. Posso provare a spalancarli finché voglio, nessuna delle mie smorfie può riprodurre quell’aspetto tumefatto e sorpreso, quell’espressione in cerca di meraviglie, quella faccia da schiaffi fatta apposta per essere presa in giro e ingannata.

Davvero, quanto ero giovane allora! Sembra impossibile che quella creatura inverosimile, quel pasticcione idiota e avventuroso, e quest’uomo triste e prudente coi capelli cortissimi che oggi si affaccia dall’oscurità dello specchio del bagno, siano anche lontanamente accomunati. Quante idee condivido, con quello, me lo dite? E dovete anche spiegarmi: come è possibile che il ricordo sbiadito di quella faccia da ragazzino mi sia più familiare dell’attualissimo volto che vedo proprio ora allo specchio, e quando credo di pensare a me stesso in realtà penso a quello là, che non esiste più?

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