È pensabile un ladro cieco?
Uno che non può spiare le reazioni degli altri, che non può essere sicuro se è controllato o meno. Che deve poter contare sull’aiuto di qualcuno, o di una routine controllata, un ambiente adattato a lui.
Sì, è pensabile. Potrebbe costruirsi una reputazione irreprensibile, giocare la parte dell’indifeso, la posizione della persona innocua e prevedibile. Potrebbe giocare sulla fiducia. Smorzare i sospetti prima che nascano. Lavorare su quello che si ritiene non sia capace di fare. Potrebbe contare sul fatto che alcuni lascerebbero dei beni preziosi alla sua portata, proprio perché tanto lui non ci vede.
Potrebbe sviluppare delle abilità nascoste. Procurarsi un alleato, consapevole o inconsapevole. Qualcuno che lo avverta se viene visto. Qualcuno che non parli se minacciato, ad esempio potrebbe addestrare un cane a toccargli la mano col muso se c’è qualcun altro nella stanza.
Potrebbe agire al buio, dove è più forte degli altri. Sì, è pensabile un ladro cieco.

Dario una volta è stato a una mostra dove si illustrava il mondo dei ciechi.
Una installazione. Si entrava, ci si trovava al buio completo. Impotenti, si mettevano le mani avanti, si tentavano dei passettini per cercare qualcosa di solido. Subito in preda all’angoscia. Era una stanza piccola, enorme? C’erano oggetti fragili, pericolosi, taglienti? Era solo?
Dopo qualche secondo, giusto il tempo di rendersi conto della propria vulnerabilità, la voce di una guida dava il benvenuto. Era una donna, cieca, come lei stessa rivelava, che lo istruiva a muoversi, a usare le mani per saggiare, a tenere gli altri sensi aperti.
Per sapere se la stanza è piccola o grande, basta emettere un suono, anche solo schioccare le dita. L’aria si comporta in maniera diversa. È stagnante, si muove? Da dove proviene la corrente? Un piccolo spiffero, una vasta apertura? Lo prese per mano, lo condusse a un’esplorazione tattile dell’ambiente. Un percorso. Alcune corde fissate al muro collegavano una stanza all’altra, un oggetto all’altro. La donna gli spiegò come vive un cieco nella sua casa. Gli insegnò a rompere un uovo, accendere il fuoco, friggerlo, mangiarlo, ripulire. Gli fece sperimentare la bellezza delle consistenze, del gioco delle temperature e dei materiali. Mangiare quell’uovo, soprattutto, era stato strano. Un sapore buio, un’esperienza tattile espansa, un gigante che si disfaceva tra lingua e palato. Infine lo invitò ad aprire una porta e si trovò fuori, e la luce fu per qualche minuto come un forte rumore che lo distraeva. Poi tutto tornò come prima, e in qualche ora aveva già dimenticato. Non aveva potuto vedere quella donna, ma la voce gli era rimasta dentro, e lei lo aveva accompagnato in una esplorazione del proprio naso, della fronte, degli occhi, dei capelli. Strano farlo con qualcuna che non era un’amante. Ora la conosceva, senza averne una immagine oculare.
Ne fece un’idea per un racconto, dove un uomo, nell’istante in cui esce da quella stessa installazione, sbatte la testa contro lo stipite e rimane cieco per davvero. Sperimenta la differenza tra la sensazione di essere ciechi per gioco e ciechi sul serio. Trascorre la vita a rimpiangere di non aver visto le cose che guardava, quando ancora poteva.

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