Ogni mattina prendo il treno per andare in ufficio. Arrivo a piedi in stazione, attraverso il piazzale interno, salgo sull’enorme scala mobile che porta ai treni e mi dirigo al termine del binario 12, oltre l’edicola, dove di solito non c’è nessuno. Tutti si fermano all’inizio del binario e nel vagone trovo tutti i posti che voglio.
Mi piace misurare e contare. Ho tenuto più volte il tempo tra l’entrata e il binario: 44 secondi. Tranne le volte che mi fermo a prendere caffè e brioche nel piccolo bar della stazione perché sono molto in anticipo. Ma cerco di evitare, perché il caffè lì non mi piace; meglio a casa, o nel bar vicino al lavoro.
Oggi non sono in anticipo. Impiegherò certamente i soliti 44 secondi.
La stazione è ancora più deserta del solito. Molti sono già in ferie. Ho messo le scarpe nuove col tacco alto, sono scomode e fanno un rumore secco che rimbomba nell’atrio vuoto. Qualcuno si volta a guardarmi, odio attirare l’attenzione. Rallento leggermente, provo un passo il più morbido possibile, ma non c’è niente da fare. Tac, tac, tac, tac.
Avvicinandomi al binario, vedo un uomo di spalle a una trentina di metri da me. Giovane. Sta telefonando. Cammina nervosamente e parla concitato: ce l’ha con qualcuno. Indossa una di quelle magliette a righe che ho sempre trovato orrende. Eppure c’è qualcosa nella sua figura, la proporzione tra le spalle e le gambe avvolte negli stretti pantaloni di cotone, la delicatezza nella curva del collo, che mi colpisce subito. Un bel corpo.
Che ti succede, penso. Non è tua abitudine ammirare il sedere dei ragazzi. Non è mia abitudine, risponde una voce dentro di me, ma questo è davvero straordinario. Vediamo com’è di faccia.
Sono sorpresa, divertita e disturbata dai miei pensieri. E sì che penso di conoscermi. Da dove scaturisce questa estimatrice di culi? Sono sempre così? Non mi pare proprio. Oggi meno che mai, dopo una notte a rigirarmi nel letto con la luce della luna piena che mi feriva dalle tende mal chiuse che non avevo la forza di alzarmi ad aggiustare, nell’attesa dell’incontro di stamattina col mio cliente principale, che è scontento, non vuole pagare e ha minacciato di chiudere con noi.
Una giornata che si preannuncia orribile. Non una di quelle leggere mattinate di primavera, quando si esce per strada dove pollini misteriosi e inebrianti si mescolano all’aria divenuta calda e tutti improvvisamente sono più sensuali. Tutti carichi di ormoni freschi di stagione, noi e gli altri che hanno deciso di mettere quel vestito leggero, sfoderano un sorriso sicuro, hanno lo sguardo acceso e finalmente interessato allo spettacolo di gambe, fianchi morbidi, giochi di muscoli, occhi penetranti. Oggi è una semplice schifosa giornata di afa, di aria calda e umida che fa pesare il momento in cui ci si decide a sedersi sul letto, gli occhi gonfi, il corpo infastidito e come ricoperto di polvere, in attesa di trovare la forza per alzarsi, gettarsi su un caffè bollente, sotto una doccia.
Sono ormai a pochi metri da lui. Gesticolando con gesti rabbiosi, mi offre il profilo. Bellissimo.
Più volte mi hanno chiesto cosa mi piace in un uomo. Ciò che mi sembra bello mi è chiarissimo, ma è difficile da mettere in parole.
Sono affascinata da strutture e proporzioni. Diciamo che si tratta di un rapporto, una relazione tra quattro linee: fronte, zigomo, naso, mascella. Sono consentite varianti, ma queste quattro linee devono essere in armonia. Dovrei disegnarlo, per farlo capire bene.
È importante per me la bellezza? Risponderei di no, ma mi è difficile sostenerlo in questo momento, mentre scopro che la mia lingua sta indugiando a percorrere l’interno del labbro superiore. Ma che mi succede?
Ora siamo vicini, lo sto incrociando. Sento ciò che dice. Si rivolge a una donna.
La sua voce non è all’altezza del resto. Rabbiosa, di una rabbia meschina. Sta dicendo: “Non è vero! Non è vero niente. L’ho incontrata per caso, ti ho detto. No, macché weekend insieme, è una bugia! Ti dice così perché è lui che è interessato a te. A te e ai tuoi soldi. Bastardo! Ma se lo incontro…”
E poi gli occhi. Mentre lo incrocio, mentre parla così alla sua donna, registra per un momento il mio corpo reso fragile dai tacchi, dalla mia attenzione, dall’impercettibile rallentare mentre ascolto ciò che dice, da qualcosa nella mia energia che deve pur rivelare il mio interesse.
Mi guarda, guarda il mio corpo più che me, le gambe più che il corpo, innestate su quei maledetti tacchi alti che ho deciso di mettere. Mi rivolge un’attenzione rapida, intensa, oscena, consapevole di suscitare a sua volta interesse, che è ciò in cui magari speravo inconsapevolmente un momento fa e che ora mi disgusta.
Mi dimentica subito e torna a gridare alla sua donna.
Scorgo dietro di lui la bambina triste che aspetta seduta su una grande valigia nera, scalciando ritmicamente coi tacchi che non arrivano a terra, canticchiando qualcosa a bocca chiusa, gli occhi diretti all’enorme volta del soffitto. Che porterà dentro di sé l’immagine di un padre bello e rabbioso che guarda le donne, la dimentica sulla cima di un trolley cotto dal sole per litigare al telefono.

Proseguo. Ma guarda: quello che in genere succede in due, quattro, dieci anni, può benissimo starci in 44 secondi.

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