Ogni notte un uomo sogna, sogni vividi che restano impressi. Quando si riaddormenta, il sogno riprende dove si era interrotto la notte prima. La sequenza dei sogni forma una storia continua. I paesaggi nel sogno gli sono diventati familiari: ha una sua casa del sogno, una moglie del sogno, un aspetto fisico e un carattere del sogno. Nella realtà del sogno è alto, imponente, biondo e quasi calvo: nella realtà della realtà è piccolo e nervoso, con folti capelli neri e ricci. Sogna di vivere in una fattoria ai margini del deserto: è in Arizona, o in Messico. Sua moglie è un’india, una faccia da bambina felice con gli occhi stretti e una pancia enorme. Aspetta un bambino.
Un puma minaccia la fattoria. Spesso, al tramonto, Felix – così si chiama nel sogno – imbraccia il fucile, toglie la sicura e si sistema con una birra sulla seggiola del patio, silenziosamente pronto a sorprenderlo se capitasse a tiro. Qualche volta, dato che nel sogno il suo pesante corpo ha la capacità di volare, scivola nella calda aria notturna a qualche metro d’altezza, sopra le colline cespugliose e le piante di Saguaro; ma il puma, che ne avverte l’odore, riesce sempre a rifugiarsi in tempo nel folto dello chaparral.
Se gli avvenimenti del sogno hanno continuità, quelli della veglia invece sono completamente dissociati. Una mattina si sveglia sul divano di una casa, non ricordando come vi è finito. È in preda a un’amnesia; si sente male, gli gira la testa, non riesce a pensare chiaramente. Le uniche esperienze che ricorda sono quelle dei sogni. Se pensa al suo nome, l’unico che gli viene in mente è Felix, ma sa che Felix è il grosso uomo del sogno, non lui. Fruga nelle proprie tasche senza trovarne nulla, percorre le molte stanze deserte in cerca d’indizi: nulla di familiare, proprio non sembra che quella grandiosa villa con mobili antichi, arazzi e enormi lampadari di cristallo, possa essere la sua casa. Ogni pochi passi deve sedersi, preso da spossatezza e vertigini. Dopo ore di faticose e inutili esplorazioni, non sapendo che fare, stremato si butta su un letto e si riaddormenta, sognando una decisiva caccia al puma.
Planando sopra l’altipiano scorge il grosso animale addormentato, sazio, mosso solo dal lento e pesante respiro. Non ha il fucile; atterra silenziosamente su una roccia a qualche metro di distanza. Mentre pensa a cosa fare è risvegliato dal rumore di una coppia di anziani coniugi: sono i legittimi abitanti, in abito da sera, piuttosto alticci, certamente di ritorno da una festa. Non li conosce, loro non conoscono lui: barcollando lo implorano di non ucciderli, credendolo un rapinatore. Si inginocchiano, supplicano. Che prenda pure ciò che vuole, soldi, oggetti.
Lui mostra i palmi delle mani, fa vedere che non è armato. Il suo sguardo smarrito è la scusa più eloquente. Li prega di sedersi e ascoltarlo un momento, e cerca di spiegare la propria situazione. Non sa chi è. Non ricorda in che modo è finito lì. Non vuole far del male a nessuno. Prepara loro un caffè, perché si sveglino e comprendano che le sue intenzioni sono davvero inoffensive. Alla fine, incredibilmente, credono alla sua storia di uomo senza storia; decidono di ospitarlo per la notte e accompagnarlo la mattina seguente da un medico.
I tre, quella notte, non chiudono occhio, ognuno fissa inutilmente il soffitto buio sopra al proprio letto. Era un caffè forte.
Dopo qualche mese, ancora non ha ritrovato memoria della sua identità. Nessuna denuncia alla polizia che lo riguardi, nessuno che sembra ricercare lo scomparso. L’anziana coppia, presa a cuore la sua situazione, lo ha assunto come cuoco, gli offre alloggio e un ottimo stipendio. Lui sembra rassegnato a sopravvivere, cucinare e sognare il suo sogno che prosegue. È un bravo cuoco, un tipo pacifico che non combina guai e non ha esigenze strane. La sua specialità è il polpettone. Gli hanno chiesto come vuole essere chiamato. Chiamatemi Felix.
La moglie di Felix, Felicia, ha avuto una bambina, bella e forte. Il puma è ancora là fuori, da qualche parte, dopo che Felix, sull’altipiano, gli aveva lanciato una grossa pietra senza però colpirlo. Attaccarlo senza fucile era stata una grossa sciocchezza, il puma si era rivoltato. Lo aveva ferito graffiandolo, prima di fuggire; lunghe striature sul petto che si erano infettate, lasciandolo febbricitante, in delirio. Sua moglie gli faceva degli impacchi ogni giorno, stava accanto a lui accarezzandogli la fronte e lo invitava a dormire ancora; diceva che sognare faceva parte della cura. Una settimana in preda a strani sogni, incubi confusi sempre accompagnati da un senso di smarrimento e disgusto, sogni in cui non sapeva più chi era. Ora è passata. Sdraiato sul letto Felix fuma una sigaretta e decide finalmente che il puma va lasciato stare. È troppo in gamba, merita di scorrazzare in pace per gli altipiani; e poi è molto più importante pensare alla bambina, ora. Come chiamarla? È già lì, nella culla, e ancora non gli è venuto in mente niente di valido, a parte gli inquietanti nomi indiani proposti da Felicia.
