Una lama di luce mi risveglia, il sole si è affacciato da un angolo dell’enorme finestra senza persiane che ho davanti. Fa male. Richiudo subito gli occhi, alzo la testa, cerco di sedermi sul letto, ma sono così stanco, mi lascio ricadere sul cuscino. Sento delle voci attutite, provo a riaprire gli occhi strizzandoli, schermandomi con la mano.

Intravedo un angolo di pavimento, una scacchiera bianca e nera. Persone, forse una decina. Facce che non conosco. Parlano tra loro, non si accorgono che ho aperto gli occhi, sollevato la testa.

Non mi è chiaro cos’è questo posto. Un ospedale? Nonostante la flebo che incombe sul mio capo, col tubo di plastica che scende serpeggiando sino al cerotto sul mio braccio, il colore bianco degli oggetti e dei mobili, sembra più una camera in una casa privata. Una stanza ombrosa, dai soffitti alti, un sentore umido che esala dai muri, antica. Il capezzale di uno che muore, circondato da conoscenti. Io però non conosco nessuno, vedo solo un circolo di persone lontane e sinistre che mi danno le spalle.

Qualcuno parla sottovoce, a lungo. “Non ricorda”, riesco infine a sentire.

È vero, mi accorgo con un brivido.

Non ricordo. Non so dove sono. Non so chi sono.

Mi guardo intorno. Non c’è uno specchio. Non so nemmeno che aspetto ho.

So di essere gravemente malato, o ferito. So di essere un maschio. Forse sui quarant’anni. So che mi piacciono le donne e la birra. So che sono stato bambino, certo; ma non ricordo com’ero. Il volto dei miei. Ho una vaga emozione verso di loro, un misto di amore, tristezza e irritazione; quasi mi ricordo, ma non riesco a vederli.

So qual è la mia lingua: penso questi pensieri in tedesco. Sono quindi tedesco, o forse austriaco, o magari svizzero. So che il tedesco è tedesco, che ci sono varie lingue nel mondo, ho nozioni di storia, geografia, chimica. Conosco la formula dell’acido cloridrico, la tavola degli elementi. So che non si è certi dell’identità di Omero. So di aver letto dei libri, quasi vedo i loro dorsi impolverati, ricordo alcuni titoli, i versi di una poesia di Goethe. Per questo, Hafiz, tengo a restarti accanto…

So di aver visto le olimpiadi in televisione almeno una volta. So con certezza, che strano, di essermi tagliato il mento cadendo da una moto, e che mi hanno dato diciannove punti. Mi immagino con i capelli neri e gli occhi grigi, alto e forte, ma non ne sono sicuro. Ho la sensazione che il mio corpo fracassato sia quello di un atleta. Ho la certezza del dolore acutissimo che mi pervade, della difficoltà a respirare, del corpo quasi interamente bendato, dell’umore grave delle persone che confabulano nell’angolo della stanza.

Qualsiasi cosa io sia stato, non mi è accessibile, possiedo solo qualche ricordo incomprensibile dal sapore di sogno e la sensazione dell’imminenza della morte. So di essere molto di più di quello che conosco, so che devo avere un nome e una vita piena di memorie che mi sono state sottratte. Ma ora che forse sto per morire, di quella irraggiungibile vita prima dei ricordi non so che farmene, possiedo solo la luce bianca di questo sole che si pianta come una spada nei miei occhi e mi acceca.

Credo sia primavera. Qualcuno ha aperto la finestra, avverto un odore. Di fiori, di erba tagliata. È stupefacente come so quanto succede attorno a me in lontananza, sono certo che qui fuori ci sono parchi e caffè e ristoranti con terrazze all’aperto affollate di giovani, che le ragazze ridono e portano vestiti a fiori che incantano, so come si muovono e conosco le loro espressioni, ma non sono consapevole di ciò che è realmente collegato alla mia vita.

Ho memoria di un solo evento che riguarda me, chiunque io sia. Un piccolo spezzone di un film perduto: un luogo ampio, scuro, che deve’essere un parcheggio sotterraneo. File di macchine in penombra. Una ragazza col viso magro, bella, triste, molto giovane. Sta di fronte a me, inginocchiata, piange, gocce nere di trucco le rigano gli zigomi.

Vedo che ha le mani sporche di sangue. È tutta coperta di sangue. Le ginocchia, il ventre, le braccia. Il suo sangue, il mio? È lei che ha colpito me, o io lei?

Poi, sullo sfondo appare un uomo. Rimane immobile e si passa le mani sul volto, non posso vederlo. Non lo riconoscerei comunque.

Una donna in camice, certamente un medico, si avvicina al mio letto e si china su di me. Mi tiene il polso per un momento, e intanto guarda qualche strumento alle mie spalle. “La pressione è scesa ancora”, dice tra sé e sé sollevandomi una palpebra col dito per esaminarmi l’occhio, come se non potessi sentirla. Mi fa un’iniezione.

Voglio dirle “Dimmi chi sono! Portami uno specchio!” Ma mi accorgo che dalla mia bocca non esce un suono, non posso parlare. Muovo gli occhi disperatamente, cerco un contatto. Non può non essersene accorta, ma ugualmente si allontana pensosa, ignorandomi. Mi sento mancare.

Riapro gli occhi. Non so quanto tempo è passato. Confusione. Vedo e rivedo la ragazza imbrattata di sangue. È davvero la mia vittima? E allora chi mi ha ridotto in questo modo? È forse l’uomo con le mani sul viso ad aver colpito entrambi, me e la ragazza? E questa gente intono a me, sa? Forse basterebbe che si voltassero e mi parlassero, per sapere tutto, dichiararmi innocente, colpevole. La mia mente turbina. Come mai non mi concedo il mio riposo di malato? Perché sto indagando tanto freneticamente? Da cosa voglio assolvermi?

Assolvermi. È così. Questa stanza trasuda colpa. Odiato e temuto. Quegli occhi che si girano a guardarmi di sbieco mi vedono come un criminale.

E come posso dire di non esserlo? Mi pare che non farei del male a nessuno, ma è facile dirlo inchiodati a un letto senza la forza di muoversi o di parlare. Tutti veniamo al mondo pensandoci incapaci del male, non è così? È mai esistito qualcuno che ha pensato a se stesso come a un malvagio? E a dire il vero, non so se mi tormentano di più le cose che non ricordo o quelle poche che ricordo. Forse l’assenza di ricordi della mia vita è una liberazione e un regalo? Che l’amnesia sia una gentilezza degli dei?

E se morissi ora, sarei innocente o colpevole delle cose che non so di aver fatto? Se non posso godere della memoria degli amori e sorrisi che ho vissuto, sarò chiamato a espiare colpe che non ricordo? Se sono colpevole di delitti che non rammento, sarà come pagare per un altro. Cosa rimane di lui – di me, eliminati i ricordi? Sono quello che sono o sono quello che sono stato?

Quella ragazza soprattutto, è viva? Fa che io muoia, se lei può essere salva.

Una nuova fitta, terribile, dal centro del mio corpo, mi fa sudare freddo. Davvero sto morendo?

Domani, quando questo sole maledetto entrerà di nuovo dalla finestra a incendiare il letto, forse non sarò più niente.

Oppure tra qualche giorno sarò fuori di qui, ristabilito, allegro, tornato alla vita prima dei ricordi. In una casa che ora non conosco, la mente piena di memorie che ora non ho, con un’identità che è questa e non è questa, un senso di me stesso diverso; e magari riderò con gli amici, una moglie che mi abbraccia, un figlio, di quelle ore curiose in cui mi sentivo strano e non ricordavo nulla.

Quanti ricordi significativi porterebbe con sé al momento della morte l’altro che sono io? Cento, dieci, uno?

Devo smetterla di compatirmi. Ogni uomo decade e finisce. Anche se me ne ricordassi, anche se avessi intatto il mio corredo di memoria condensata nell’ultimo raccoglimento di uomo che muore, quello che stringo in pugno sarebbe comunque tutto qui: una stanza bianca e la sua luce spietata. Questo luogo di cui non conosco niente è tutto ciò che ho.

Chiudo gli occhi, penso alle parole: peccato – originale. Penso che non molti hanno avuto il destino di andarsene senza conoscere il proprio volto, mentre una voce più alta delle altre ora dice senza più paura di essere intesa: “Che crepi, il bastardo!”

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