Bea riesce finalmente ad aprire la porta. Districa a fatica la chiave dalla serratura con la sinistra, il braccio destro contratto sulla pesante borsa della spesa che scivola, non vuol stare su. Richiude con una spallata, getta le chiavi sulla mensola e si dirige in cucina.

“Xavi?” chiama, esitante. Nessuna risposta. Attraversa il corridoio con la sensazione che non ci sia nessuno.
Eppure dovrebbe essere in casa. Ha visto la macchina davanti alla porta.
Cosa insolita: Xavi parcheggia sempre distante, nei viali oltre il parco, in modo da costringersi a quindici minuti a passo sostenuto alla mattina mentre va al lavoro e alla sera quando rientra.
Appoggia la busta con la spesa sul tavolo. Comincia a estrarne il contenuto, poi ci ripensa. Attraversa il soggiorno, intravede lo spiraglio illuminato della porta della camera da letto.
“Xavi?” Chiede ancora, prima di spingere delicatamente la porta. Forse dorme.

Non dorme. Siede sul letto, vestito, scarpe e tutto, ancora la cravatta appena allentata sul colletto aperto, il ciuffo nero davanti agli occhi, un paio di forbici in mano e decine di foglietti sparsi attorno a sé.
“Che fai?”
“Mm?” dice lui, senza sollevare lo sguardo, continuando a tagliare i pezzetti di carta.
Bea si appoggia al bordo del letto, mentre Xavi continua a scrivere note su quei fogli, a disporli attorno a sé, spostarli. Allunga il collo. Sono scritti in una grafia minuta e frettolosa. Non riesce a decifrarne il contenuto.
Senza guardarla lui allunga la mano a incontrare la sua, la stringe distrattamente, continuando con la sinistra a perfezionare il misterioso ordine dei foglietti. Mormora qualcosa a voce bassa.
“Bichirivìno?”
“Cosa?”
Lui solleva il volto. È altrove, si vede. Ripete più lentamente:
“Bicchiere di vino?”
Lei si guarda attorno, non vede nessuna bottiglia, né bicchieri. Xavi ora accenna un sorriso. Bea si alza, sorride anche lei.
“Ah, sono io che devo portarlo. Molto romantico”.
Arriva alla porta, si volta.
“Bianco?”
“Come vuoi”.
“Basta che mi levi di torno, eh?”
Xavi non ha abbandonato il suo sorrisetto. “Calma, Beatrice. Un momento e ti spiego”.

Ritorna con un vassoio. Vino, crackers, formaggio. Ha saltato il pranzo, già le gira la testa. Lo appoggia e addenta subito un cracker.
Ha anche la videocamera a tracolla. Xavi non ci fa caso, è abituato. È stato lui a comprargliela, a chiederle di filmare i loro momenti insieme, di farne brevi video da postare ogni settimana su un canale Youtube. Un compromesso tra divertimento, terapia e promozione della sua immagine.
Adesso è in piedi, si è tolto le scarpe, la cravatta. Bea gli porge il vino.
“Un bicchiere per i tuoi pensieri. Vediamo per quale motivo hai saltato la tua passeggiata della salute. Alla quale – ti voglio ricordare con intento puramente statistico e per nulla polemico – non hai rinunciato né quando eri in ritardo il giorno del mio compleanno, né quando la tubatura del riscaldamento si è rotta e io ti cercavo al telefono piangendo”.
“Non piangevi”, replica lui prendendo il bicchiere “Tu non piangi mai”. Ottiene una sdegnata alzata di sopracciglia.
Poi indica il letto. Dice: “Ho fatto un gioco”.
Beatrice alza di nuovo le sopracciglia guardando il copriletto cosparso di quadratini bianchi. “Avevano finito i soldatini al negozio?”
“Voglio dire, ho inventato un gioco”.
Lei arretra la testa con un gesto da airone, come fa quando è perplessa.
“Ah! E perché?”
“Non lo so. Non lo so perché. Mi è venuta l’idea, così”. E fa uno di quei gesti che non spiegano nulla. Poi prende un foglio più grande degli altri, che stava sul comodino e che Bea non aveva notato. Lo apre: quattro pagine unite col nastro adesivo a formare un tabellone fitto di segni e testi. “Sono senza parole” mormora lei, inchinandosi ad osservarlo. Tutto questo non appartiene allo Xavi che conosce. Lo Xavi che conosce, pensa, è ben poco.
“Una specie di Risiko, di Monópoli. Fammi capire”. Bea accende la videocamera, prende a filmarlo mentre continua la domanda. “Così oggi sei uscito dal lavoro, ti sei detto creiamo un gioco, e sei corso a casa a fare questo”.
“Qualcosa del genere. Un gioco di strategia, sì. Si chiama Padri e Figli”.
Beatrice scuote la testa. Per qualche motivo la cosa la disturba.
“Vuoi vedere come funziona?” Le porge uno dei fogli. Lei lo prende, accetta di leggere ad alta voce, tenendo la videocamera puntata su di lui, senza interrompere la ripresa. È abituata.

“Per tutta la vita mio padre ha desiderato che mi dedicassi all’avvocatura. Io, in verità, la odiavo, e ho sempre pensato che, se mai avessi avuto un figlio, l’avrei incoraggiato a dedicarsi ad una delle belle arti, come la musica”.

“Adesso leggi quest’altro”.

“Per tutta la vita mio padre ha desiderato che mi dedicassi alla musica. Io, in verità, la odiavo, e ho sempre pensato che, se mai avessi avuto un figlio, l’avrei incoraggiato a dedicarsi ad una attività socialmente utile e pratica, come l’architettura”.

Bea interrompe la lettura. “Identici. Musica al posto di avvocatura”.
“Esattamente. Il primo che hai letto è il padre, il secondo il figlio. Questa è la prima regola del gioco. I figli si oppongono sempre all’insegnamento dei padri”.
“OK. Fin qui ci sono”, fa Bea riprendendo un piano ravvicinato della bocca di Xavi a contatto con l’orlo del bicchiere. “Abbastanza vero”.
“Seconda regola: ogni giocatore sorteggia una famiglia a cui appartenere. Da queste carte, vedi? Ora sorteggio la mia… ecco qui. Echeverría. Ogni famiglia ha punti forti e deboli, proprietà, ricchezze, alleanze, nemici. Alcune famiglie possono essere più congeniali al tuo modo di giocare di altre, ma siccome è la tua famiglia, ti viene imposta. Non puoi scegliere”.
Bea prende un altro cracker. Xavi continua.
“Cos’è una famiglia? Una catena di padri e figli. Dove i figli si oppongono sempre ai padri. Una catena fatta di successione e disaccordo”.
“Sì, chiaro. L’opposizione è il dato apparente, riguarda solo il dettaglio del mestiere. In realtà sono tutti uniti dalla stessa regola: fa l’opposto di tuo padre”.
“Brava. Esatto. La struttura è tutto, i dettagli niente. Chi ricorda questo, vince. Questa regola consente prevedibilità, un certo controllo delle strategie.
Terza e ultima regola: sorteggio un obiettivo da un altro mazzo di carte. Queste non le ho ancora preparate. Comunque, cose tipo… Vincere una guerra contro la Nazione di Bea. Oppure: uno dei membri della mia famiglia deve sposare uno dei membri della tua”.
“Così”, fa Bea, “Non saremo io e te a sposarsi, ma i nostri nipoti”.
“Proprio così. A questo punto” continua Xavi che ha preso a camminare su e giù per la stanza, “La famiglia Echeverría ha trecento anni, ossia dieci generazioni, per vincere la guerra. Poi diventa più complicato, ma questo è il principio”.

Si ferma. Sembra rammentare in quel momento che Bea è la sua ragazza, che si sono conosciuti da pochi mesi, sono innamorati, lei è appena rientrata, è il loro momento insieme. Si avvicina, la cinge da dietro. Blocca con una stretta la mano che tenta di riprenderlo con la videocamera. Ricomincia con un tono più basso.
“Il punto del gioco è raggiungere l’obiettivo sapendo che ogni figlio si opporrà al padre. Usando questa contrarietà come punto di forza”.
“Padri. Figli. Le figlie ci sono?” Chiede Bea, cercando di scansarsi da Xavi che le bacia il collo.
“Certamente. Si ribellano anche loro. Con qualche complicazione in più. Inoltre”, dice con un grido lamentoso quando Bea prova a liberarsi con una gomitata “Più figli hai e più la strategia diventa complicata. Anche loro avranno figli…”

“Assomiglia al tuo lavoro” dice Bea, pensosa, finalmente libera dalla stretta dopo la lotta rituale, riprendendo il bicchiere, puntando di nuovo la camera.
“In che senso?”
“Unire persone in disaccordo in vista di un obiettivo comune”.
“Mmm, non ci avevo pensato” risponde lui, a testa bassa. Uno di quei silenziosi, inequivocabili segnali di Xavi. Oggi, del suo lavoro, non vuole parlare.
Anche questo è insolito. Xavi ha sempre una storia per lei, ogni sera. Una problematica, impossibile situazione che è riuscito a risolvere con un colpo di scena. È un fuoriclasse, l’uomo considerato il più capace al mondo nel suo campo. Il mestiere che si è inventato e che lo ha reso ricco. I libri che ha scritto sull’argomento, la società di consulenza che ha creato. Armonizzare e potenziare i dipartimenti di aziende in crisi, perché si stanno ingrandendo, perché si sono fuse in grandi gruppi, perché hanno perso di vista i propri obiettivi. Un modo rapido e tremendamente efficace di ridurre spese e inefficienze.

“Sicché non sai perché l’hai inventato. Per rilassarti dal lavoro crei un gioco che è simile al tuo lavoro. E ora che ne farai? Vuoi venderlo? O ne fai produrre una bella confezione elegante e la regali ai tuoi clienti a Natale?”
“Non ci avevo pensato. Non è una cattiva idea, sai? Anche se… poi diventeranno bravi a giocarlo e penseranno di poter fare a meno delle mie consulenze”.
“Xavi, tutti quelli che ti consultano hanno già provato da soli. In tutti i modi. Se ti consultano, è perché sono in ginocchio. Hanno capito – a malincuore – che non possono fare a meno di te”.
“Anche tu?”
“Io sono troppo giovane per essere in ginocchio. Non ho ancora provato tutte le alternative a Xavi. C’è ancora moltissima ricerca da fare in questo campo. Siamo ai primordi”. Lo dice riprendendone gli occhi, poi un occhio solo, seguendo le contrazioni e dilatazioni della pupilla, i cambiamenti di colore dell’iride. Xavi sembra assolutamente impassibile, forse assorto in qualche pensiero. Infatti subito dice:
“È vero: il gioco assomiglia al mio lavoro. Per vincere è necessario pianificare. Prevedere che i figli faranno il contrario di quello che i padri dicono. Che ogni figlio farà il contrario. Contare le generazioni. Cercare di fare del figlio un soldato, sapendo che lui rifiuterà, ma il nipote potrà diventarlo. E allo stesso tempo bisogna abbandonare il proprio piano in un attimo, rivederlo appena un imprevisto si affaccia”.
“Suona come le storie di lavoro che mi racconti. Un testamento spirituale. La saggezza di Xavi, condensata in un gioco”.

Bea siede sul bordo del letto.
“Com’era tuo padre, Xavi? Anche lui voleva che diventassi qualcosa a tutti i costi?”
Xavi finisce con un sorso il bicchiere, si getta di traverso sul letto senza curarsi ora di rovinare l’ordine degli appunti che aveva allineato con tanta cura. Allungando al massimo il braccio raggiunge la bottiglia sul vassoio, se lo riempie di nuovo. Bea continua a riprendere. Ne versa un poco anche a lei, anche se il bicchiere è ancora pieno.
“In un certo senso. Era un chimico in un’azienda che produceva materie plastiche. Un uomo in camice bianco, occhiali appesi al collo e tante penne nel taschino. Il cocco del padrone. Lo adorava, lo seguiva come un’ombra. Non prendeva ferie, non chiedeva aumenti. Hai capito, insomma.
Era un uomo creativo, l’autore di tutti i brevetti di quella società. Si fosse messo in proprio, sarebbe diventato ricco. Era inventivo nelle cose della chimica, ma non in quelle della vita. Non riusciva ad immaginare niente di diverso per sé, e non riusciva a immaginare niente di diverso per me. Ai tempi del liceo, durante le vacanze estive, andavo a lavorare con lui. Controllavo conteggi, in silenzio, per ore: una cosa che odiavo. Era ovvio che il futuro che aveva immaginato era tutto lì: avrei studiato chimica e sarei diventato la sua replica, nella stessa ditta. Appena ho messo piede in quel posto – avevo diciassette anni – ho visto subito il potenziale di business di mio padre. Gliel’ho detto, che avrebbe dovuto staccarsi, creare un proprio studio, farsi pagare bene le sue invenzioni”.
“E lui?”
“Ah, quel momento lo ricordo. Stavamo in cucina, cena finita. Mi ha guardato fisso, con la bocca semichiusa. Ha preso un fazzoletto. Si è pulito gli occhiali. Li ha rimessi. Poi è andato in bagno. Si è dimenticato di rispondermi. Se avesse preso in considerazione quello che gli dicevo, il suo mondo sarebbe crollato. Non poteva permetterselo. In quel momento ho capito quale era il mio mestiere. Far vedere alle persone le possibilità che loro non sono in grado di vedere. Che non vogliono vedere. Da allora ne ho incontrati tanti come lui. Riluttanti a cambiare per il meglio, attaccati alle loro sfortune”.
“Anche tu, Xavi, sai dimenticare di rispondere, a volte. E poi, un po’ tuo padre lo capisco. In questo caso è il figlio che cerca di imporre al padre di essere come lui”.
“Aveva davanti a sé una possibilità magnifica e…”
“Magnifica per uno come te. Non per lui”.

Xavi non risponde. Accende la luce del bagno, si affaccia alla porta guardandosi allo specchio, costringe i capelli all’indietro con un gesto lento. Bea sale in piedi sul letto per riprenderne il viso allo specchio, assieme alla sua figura di spalle, alle mani che ora riposano unite sulla nuca.
“Era più alto di me. Ho il suo naso. Nient’altro, mi sembra”.
“Cosa ha detto quando non hai voluto seguirlo?”
“Niente. Che vuoi che dicesse? Ero indipendente, sono entrato nel mio appartamento nuovo il giorno del mio diciottesimo compleanno. Pagato da me. Dopo due anni già guadagnavo il doppio di lui. Dopo cinque, ricavavo in un anno più di quanto lui abbia guadagnato in tutta la sua vita”.

Xavi spegne la luce, rientra.
“E tuo padre, Bea?”
“Oh, mio padre”. Fa lei… “Facile da descrivere. Bell’uomo. Capelli neri, come te. Un pochino ti somiglia. Un puttaniere. Bugiardo compulsivo. Mentiva con noncuranza sulle sue storie in un modo che era chiaro persino a me, quando ero piccola piccola, ancora non sapevo nemmeno cosa fosse un tradimento. Mia madre era diventata come anestetizzata. La ricordo sempre a testa bassa. Cucinava e puliva, parlava solo di cose senza importanza. Sapeva che sarebbe stata interrotta. Mio padre la interrompeva, sempre. Raramente le ha lasciato finire una frase. Questa è una cosa che nelle conversazioni non mi sfugge mai. Gli uomini che interrompono le donne. Gli uomini non lo vedono, le donne ci si abituano. Tu, Xavi, lo sai perché mi sono messa con te? Perché non mi hai mai interrotto. È una cosa rara”.

“È come il mio gioco”, dice Xavi con un sorriso amaro. “Perché tuo padre ti interrompeva, ti piace un uomo che non lo fa. Padri e amanti”.
“Non credi che tutti noi cerchiamo la replica del nostro genitore, Xavi? Ci guardiamo intorno e quando incontriamo qualcuno che assomiglia a nostro padre, a nostra madre, magari riveduti e corretti, li prendiamo in considerazione?
“Bé, l’hai detto tu che gli somiglio. E poi, ho il doppio dei tuoi anni… Comunque, come regola mi sembra un po’ azzardata. Non la inserirei nel mio gioco, diciamo”.
“Tutti gli uomini con cui sono stata assomigliavano a mio padre” Ribatte Bea, decisa.
“In modi diversi. Uno era un bugiardo spudorato come lui. Un altro aveva il suo modo di parlare, le stesse battute. Come se ognuno di loro fosse un esperimento…”
“Per arrivare a me”.
“Attento, adesso mi hai interrotto. No caro, non per arrivare a te. Un tentativo di ricreare una scena, qualcosa della mia infanzia che non ricordo ma che sta alla base dei miei desideri. La scena nascosta in cui ero felice con mio padre…”
“Ora basta, Sigmund…”
“Non ho finito. Mi hai interrotto di nuovo, ascolta. Non assomiglio a tua madre, io?” Chiede Bea, e subito si accorge della gaffe. Sua madre, morta giovane dopo quindici anni reclusa in un ospedale psichiatrico. La depressione da cui Bea sta uscendo soltanto ora. Una innegabile somiglianza. Ha appena toccato due dei loro piccoli tabù domestici.
Xavi non parla, sembra teso. Forse è solo incerto se Bea abbia finito o no, non vuole essere di nuovo accusato di interrompere.

Seduta sul letto, le braccia appoggiate dietro di sé, Bea riprende a parlare. Ora guarda davanti a sé, non è più rivolta a lui.
“Oggi ho visto dei ragazzi sul tram. Molto giovani. Stranieri. Parlavano una lingua che non ho identificato. Forse, chissà, Svedese, Estone. Uno dei maschi stava corteggiando la più carina. Una bella ragazza, bionda, capelli sottilissimi, pelle trasparente, sembrava fatta di nulla. Stava in piedi, proprio davanti a dove ero seduta. Aveva un cappotto di lana, coloratissimo, così vicina che mi sfiorava le ginocchia. Ero ipnotizzata dalla struttura delle maglie di quella lana. Tutti quei fili colorati. Sono rimasta a fissarli per un sacco di tempo”.
Silenziosamente Xavi riempie entrambi i bicchieri. Lei non si volta a guardarlo, continua:
“Sono strane a volte le cose che notiamo. Quel ragazzo parlava e parlava. Le accarezzava la spalla in una certa maniera, non saprei descrivere. Le sue dita si sfregavano su quella lana in un modo che mi tentava di provarci anch’io, a sentire la sensazione di quel tocco. Aveva un certo movimento. Una certa espressione. Come mio padre. E come te. Insieme. Peccato non aver capito le parole”.
Si volta verso di lui.
“Ho visto dove tu e mio padre vi somigliate, capisci? Così strano che proprio oggi tu sia venuto fuori con questo gioco”.

Bea tace. Rimane a fissare il suo ricordo. Non dice della sensazione che quei giovani le hanno dato. Che quel ragazzo, quella espressione, le hanno lasciato un senso di nausea.

Seduta su quel tram, ha capito. Ha rivisto le scene del corteggiamento di Xavi. Quando si sono conosciuti in mezzo alla folla di quell’aeroporto. Il suo sorriso, le perfette cose che dice. Premuroso e attento. Un corteggiamento impeccabile. D’altronde è un esperto nel condurre la gente là dove non vuole andare. Un venditore naturale. Un maestro nell’adattarsi alla mente altrui e convincere. Come ha convinto lei, così ritrosa e caparbia, ad andare a vivere con lui dopo appena qualche settimana. Come l’ha invitata con silenziosa naturalezza nel suo mondo ricco di soldi, viaggi, regali e possibilità.
Troviamo normali le somiglianze. Quelle fisiche, i capelli rossi di sua madre che Bea ha ereditato. Le abitudini. Le frasi. Gli atteggiamenti. Ci svegliamo a riconoscerli soltanto quando sono insoliti. Quando andiamo all’altro capo del mondo e notiamo come mangiano, come si toccano, a che scherzi ridono. Come non sanno che ogni loro gesto, normale per loro, ci riempie di stupore.
Il familiare è invisibile. Le cose che non notiamo sono quelle che ci definiscono.

Bea sa che il ragazzo del tram è un bugiardo. Come suo padre. Un bugiardo invisibile, perché terribilmente familiare. La bugia, riconosciuta perché non poteva sentire le parole.
Un bugiardo come Xavi. Ora lo sa. Un altro manipolatore, la sua vita ne è piena. È lei a cercarli, loro che sempre la lasciano con quel misto di attrazione e disagio.
Uomini quasi uguali a suo padre. Xavi non interrompe, è vero. È lì la differenza: maggiore attenzione agli individui, abilità nel pianificare, cura infinita dei dettagli. Quel suo modo di dare il minimo di informazioni, sempre, anche nella situazione più innocente. Di tenere il potere presso di sé. Tutti quei segreti. Sua madre, la misteriosa moglie da cui ha appena divorziato. Le sue proprietà. Le cose a cui non è possibile accennare.
Alla fine Xavi non è colpevole di nulla, se non di metterla in un certo stato. Disagio, paura di parlare di certe cose. Un muro ostile quando ci prova. Le notti passate a domandarsi dove ha sbagliato, accanto a lui che dorme.
Quel senso d’ansia quando Xavi si avvicina e sta per parlarle.
Bea non ha mai voluto ascoltare queste sensazioni. Pensava di immaginare. Vedeva in esse l’ombra della propria depressione che minacciava di tornare.
Invece è Xavi. Ora non ha più dubbi. Lui non potrà far altro che soffocarla, è la sua natura.
Non sono fatti l’uno per l’altra. Il loro abbraccio è soffocante. È necessario che si lascino.

Si riscuote. Xavi è li che la guarda, le parla.
“Svegliati, dai. Che aspettiamo a giocare? Non vuoi provarla questa cosa?”

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