Nel tramonto senza una nuvola, la luna piena è già visibile a Est. Quattro uomini, pellegrini in cammino verso la Mecca, riposano all’ombra di un’oasi. Tre anziani e un giovane imberbe, a piedi nudi, testa coperta.
Dopo aver bevuto tè da strette coppe di vetro e goduto in silenzio della vicinanza del piccolo specchio d’acqua, uno di loro, un uomo basso e robusto dalla barba rossa e occhi determinati di soldato, prende la parola.
“Stimati compagni di pellegrinaggio, sono felice di aver incrociato il vostro percorso. Sebbene non ci conosciamo, mi riempie di gioia sapere che siamo diretti alla stessa meta.
Ci siamo incontrati senza intenzione, in cammino verso quest’oasi. Ma ogni volta che nella mia vita qualche avvenimento sembrava dovuto al caso, vi ho in seguito scorto gli indubbi segni della volontà divina. Ora non dubito più che ogni evento che mi accade sia orchestrato dalla imperscrutabile volontà di Allah. Oggi siete voi i segni del Suo volere, e come tali vi saluto. Godiamo l’uno dell’altro, che la vita è breve e imprevedibile, non sappiamo dove ci porta e quando finisce”.
Tutti annuiscono in silenzio; l’uomo prosegue.
“Sappiate che la scorsa notte ho sognato. Ho sognato un nido di uccello, sospeso nel vuoto, gigante, preso dalle fiamme. In mezzo a quelle fiamme un uovo, che si rompeva con un fragore di terremoto e da esso sorgeva gloriosa e immensa la Fenice.
Al risveglio ho ricordato un altro sogno, quello del venerabile Ibn Battuta, il grande viaggiatore che trecento anni or sono ha percorso tutte le strade del mondo. Ben prima di me egli ha sognato la Fenice, e quel sogno ha cambiato la sua vita.
Saprete che a vent’anni Ibn Battuta partì per lo stesso viaggio che ci impegna oggi. Tremila miglia da Tangeri, piene di imprevisti e difficoltà. Una volta raggiunta la Mecca, addormentato su una stuoia nei pressi della Kaaba, fece un sogno. Sognò che la Fenice lo portava in volo verso la tomba del Profeta, e proseguiva fino ad una terra ignota, scura e verdeggiante.
Fece di questo sogno lo scopo della sua vita. Decise di proseguire il suo viaggio, e per trent’anni non si fermò, raggiungendo le terre dello Yemen, l’Iraq, quelle dei turchi, l’India e il lontano oriente fino a circoscrivere la Cina. Niente ha saputo fermarlo. Fin dall’inizio il suo viaggio è stato ostacolato da avversità. Derubato e picchiato non appena lasciata la città natale. Una volta giunto alle rive del Mar Rosso, ha trovato i segni della guerra: la nave che doveva traghettarlo, a pezzi, marinai morti galleggiavano gonfi nelle acque del porto.
Questo, cortesi amici, significa che la fede del sognatore non è sufficiente, ma deve tradursi in azione determinata. Ognuno di noi, lo so, ha pianificato questo viaggio per anni, messo insieme denaro, lasciato una famiglia. Qualcosa di più intenso e profondo delle comodità della nostra vita ci spinge. Che tutti noi possiamo sempre trovare la forza di considerare seriamente i nostri sogni e tramutarli in azione!”
Dopo una rispettosa pausa, l’uomo alla sua destra prende la parola. Ha folti baffi neri e gli occhi scuri e sognanti degli uomini delle terre dell’India.
“Onorato pellegrino, ti ringrazio per le tue parole. Riconosco la verità che ognuno di noi deve agire e non lasciare che preziosi sogni si disperdano in nulla. Ho però un’opinione diversa su ciò che costituisce la grandezza di Ibn Battuta.
Sono appassionato di viaggi e conosco bene la sua storia. Ho letto il resoconto dei suoi spostamenti, che si chiama Un dono per coloro che contempleranno le meraviglie delle città e i prodigi del viaggiare. È l’uomo che ha più viaggiato in tutta la storia del mondo. Un suo contemporaneo, un certo Marco Polo, che pure ha scritto un resoconto dei propri itinerari ed è venerato in occidente come il più grande dei viaggiatori, non ha attraversato la metà delle terre coperte da Ibn Battuta.
Ogni uomo può viaggiare, sospinto da ingegno e naturale curiosità per le cose umane. Ma non ogni uomo può ricevere in sogno la visione delle cose divine.
Secondo il primo e più elementare livello del simbolo, la Fenice è una emanazione del Sole, che ogni giorno si rinnovella. Il suo elemento è l’aria, cioè lo Spirito. Una sola Fenice può esistere nel mondo. Soltanto quando una si distrugge, un’altra può sorgere. Tutte sono quindi, in essenza, lo stesso prodigioso uccello, in quanto la loro molteplicità non è possibile. Quando il suo tempo è giunto, la Fenice abbandona la vita prontamente e senza rimpianti. Si insedia in un nido di Mirra più preziosa dell’oro e lascia che la sua ultima casa si incendi e lo consumi. Non lei, ma un’altra uguale a lei rinascerà dalle fiamme, annientata ed eterna a un tempo. È lo Spirito di Allah, uno e sempre nuovo.
La grandezza di Ibn Battuta è nella sua purezza, che gli ha permesso di ricevere lo Spirito di Allah in sogno. Le imprese che ha realizzato in seguito sono la naturale conseguenza di quel sogno. Non ha fatto che navigare come una vela al soffio dello Spirito. La sua impresa è l’obbedienza. A chi si sottomette in modo profondo, Allah concede la forza di compiere azioni prodigiose”.
Il terzo uomo è il più vecchio. Prima di parlare si alza sorridendo, e ancora una volta versa il tè a tutti, offre datteri e halva da una piccola ciotola, poi torna a sedersi, lentamente e con fatica.
“Grazie a entrambi, generosi compagni, per le vostre illuminanti argomentazioni. Mi hanno spinto a riflettere e considerare con maggiore profondità le ragioni del mio stesso viaggio. Credo però che vi sia sfuggito l’elemento principale del simbolo della Fenice, che è il suo rinascere nel tempo.
Ora, vi prego, considerate attentamente e benevolmente le mie parole, affinché non sia accusato di eresia. Come voi, mi impegno a parlare nel nome di Allah.
So che esistono uomini folli che considerano la storia come una crescita, un progresso dal peggiore al migliore. Il saggio sa che è vero il contrario. Ogni apparente miglioramento avviene a spese di qualcosa di più importante che si corrompe.
La storia degli uomini è come una fiaccola che si spegne.
La durata della vita della Fenice è di mille anni. Ciò simboleggia il destino del Santo Insegnamento, che è come una scala che discende, fatta di quattro grandi scalini. Già gli antichi lo sapevano, e applicavano questa legge a grandi fenomeni e piccoli eventi.
All’inizio, per duecento e cinquanta anni, la Santa Parola di Maometto – che Allah l’abbia in gloria – risplende in tutto il suo vigore come il sole dell’alba buca la notte, come se Egli fosse ancora tra noi e ci illuminasse con la calda presenza della sua persona. Questa è l’era della santità, riflesso di ciò che gli antichi chiamarono il Paradiso Terrestre.
Poi, per altri duecento e cinquanta anni la sua parola diviene come il sole del pomeriggio, offuscato da nubi sebbene forte e alto. Possiamo ancora godere del suo calore, tuttavia lo vediamo solo parzialmente. Ciò che era spirituale è diventato religioso. La comprensione si è fatta aspirazione; la santità, sforzo di raggiungere la santità.
Nei successivi duecento e cinquanta anni la parola è come il sole appena tramontato. Ricordiamo che era lì, ancora ne sentiamo il calore, ma non lo possiamo vedere. È questa l’era della legge, il periodo del buon comportamento, quando ancora ci sforziamo di essere onesti, ma abbiamo definitivamente perduto la memoria del perché dobbiamo esserlo. Stimiamo l’altruismo e l’onestà per se stessi, senza più contatto con un fine spirituale.
Gli ultimi duecento e cinquanta anni sono come la notte. Non più sole, non più nemmeno il suo ricordo. La terra è in completo abbandono e confusione. I santi valori sono rovesciati. Nemmeno il comportamento esteriore è più preso in considerazione. Gli uomini sono permanentemente intossicati, come chi è preso dall’hashish o dal vino. Si prende ad ammirare il malvagio, poiché, non frenato da scrupoli, sa ottenere facilmente ciò che desidera.
Oggi noi siamo in quella notte. Mille anni esatti sono passati dalla nascita del Venerabile Maometto. Il regno della vera fede, ciò che noi chiamiamo l’Alto Stato Ottomano, è grande per numero di città e uomini, ed ha oggi un’estensione inimmaginabile, pari soltanto al prodigioso albero che lo stesso antico re Osman vide in sogno, e la cui ombra copre i quattro angoli del mondo. Ma la grandezza nei numeri rappresenta invariabilmente l’inizio della fine. Già lo vediamo sgretolarsi, è sotto gli occhi di tutti il modo osceno in cui gli uomini e le donne delle città si comportano.
Questa notte, tuttavia, non è immobile. Somiglia all’inverno, nudo e deserto in apparenza, ma sotto il terreno duro nuovi semi segretamente si preparano a germogliare. Molte cose prodigiose sono possibili in questo buio.
Per questo la storia della Fenice racconta che dopo tre giorni e tre notti nel buio assoluto della luna nuova, nel nido bruciato appare un uovo, una creatura ne sorge a preparare le condizioni per un nuovo ciclo.
Il venerabile Ibn Battuta ha compreso il bisogno di rinnovare e far rinascere il sacro insegnamento di Maometto, che ha detto: “Va in cerca della conoscenza, anche se il tuo viaggio ti portasse fino in Cina”. Ibn Battuta è nato all’inizio di questa era buia. In un’epoca in cui la contemplazione è divenuta quasi impossibile, lui ha sognato il divino. In un certo senso egli non ha alcun merito, se non quello di essere stato scelto. Sia lode alla sua fortuna!”
Senza muoversi, alzando appena lo sguardo, è ora il giovane a parlare. Tutti sono stupiti dalla qualità della sua voce, rauca, grave, che per nulla si addice al viso di adolescente.
“Gentili pellegrini, perdonate se comincio senza preamboli.
Il venerabile Battuta, la Fenice, il sogno, le lontane terre orientali sono realtà apparenti, frammenti di un sogno di Allah. Tutto il creato è sogno. Noi stessi siamo sogno di Allah, segni della scrittura del suo sacro libro. Lui solo esiste. Siamo scacchi di sterco di cammello che saranno gettati al termine della partita, tutti scelti ad essere ciò che siamo per il breve istante delle nostre vite, nessuno può nulla al riguardo. Questo nostro incontro nell’oasi è disegnato nella sabbia, sarà sparito in un lampo. L’unica cosa che possiamo, è essere senza resistenza i suoi burattini, le lettere del suo alfabeto, dire ciò che dobbiamo, fare ciò che dobbiamo, incuranti che ci piaccia o dispiaccia”.
Si ferma, sorseggiando calmo il suo tè. I tre si guardano, il più anziano ribatte:
“Ragazzo, anche se comprendo le tue pie intenzioni e il grande rispetto che porti per la volontà di Allah, il tuo argomento è ingenuo e facile da confutare. Noi siamo chiamati alla comprensione, al sentimento e all’azione. Siamo chiamati a fare. Sebbene siamo impermanenti e fragili, sostenere che non esistiamo è eresia. La tua giovane età ti fa parlare in modo estremo”.
“Battuta aveva ventun anni quando ha fatto il sogno che riportate. Io ne ho ventisei”.
“Ma ancora parli con la rigidezza dell’adolescente. Dire che il tutto è nulla, è disprezzare chi ha vissuto vite più lunghe della tua”.
“Cosa portate in voi, ora, indelebile, delle vostre lunghe vite?” domanda il giovane.
I tre si guardano, indecisi su chi di loro debba parlare. Poi rivolgono di nuovo lo sguardo in direzione del giovane. Dove era il ragazzo, una stretta coppa vuota scintilla sulla sabbia bianca di chiarore lunare. Si alza un vento caldo, con un rumore come di seta delle alcove nelle stanze delle donne.
