Come ogni mattina mi rado allo specchio. Vedo un uomo, ancora giovane, con appena un po’ di barba. I capelli sono ricci, la pelle troppo chiara per i miei tratti. Nel volto vedo il volto di mio padre e di mia madre. Io sono la sintesi, il frutto, la media statistica perfetta. Cinquanta e cinquanta, come tutti. Da uno la cattiva digestione, dall’altra i problemi circolatori. Da uno le mani, dall’altra i nei.
Non ho mai conosciuto né mio padre né mia madre. Ho sentito delle storie. Ho letto delle cose. Ho visto delle foto.
Mio Padre. Scuro, alto, forte, i denti spaccati, gli occhi incattiviti dalla miseria, in tuta da lavoro, davanti al cofano spalancato di un autobus. Veniva dalla Nubia, l’alto Egitto. Si era trasferito da piccolo. Mai andato a scuola. Mia madre. Una ragazzina minuta, bionda, diafana, con il collo lungo, le braccia magre. Voleva fare la ballerina. Sua madre era russa, anche lei aveva studiato balletto, aveva anche talento, ma non abbastanza per avere successo.
Così mia madre studiava e studiava. Aveva la possibilità e il compito di riscattare il resto della famiglia. Andava a scuola al mattino, si allenava in casa tutto il pomeriggio, e la sera andava a lezione dall’anziana, severa, leggendaria Madame Miskovska, dall’altra parte della città. Doveva camminare per un paio di chilometri, poi prendere il tram, infine un autobus. Finita la lezione, ancora autobus, poi tram. A mezzanotte passata. Seduta sul tram deserto continuava ad esercitarsi, fletteva la gamba, provava davanti al vetro nero movimenti delle braccia.
Una notte l’autista dell’autobus svoltò per una strada laterale, accostò e si avviò verso di lei. Non c’era nessun altro in vettura. Le chiese un bacio, le accarezzò quel lungo collo. Lei cercò di scappare ma l’uomo le serrò le braccia, le strappò i vestiti, la violentò, la picchiò selvaggiamente, la buttò fuori dall’autobus e si avviò verso il deposito.
Lei aveva due costole rotte, gli occhi pesti, le labbra spaccate. Dovette trascinarsi fino a casa, nessuno la vide, nessuno le diede una mano e lei fece metro dopo metro quegli interminabili viali di periferia.
Fu portata all’ospedale, ci restò sei settimane. Quando scoprirono che era incinta volle tenere il bambino. Pianse per ore, era terrorizzata all’idea che potessero costringerla a un aborto. Ma sua madre era d’accordo con lei e firmò affinché il bambino vivesse. Quando nacque, il colpevole non era ancora stato trovato dalla polizia. L’avevano identificato subito, ma era sparito, forse all’estero.
Quel bambino ero io. Quell’uomo era mio padre. Non era scappato all’estero, era rimasto nascosto da conoscenti, zitto zitto, buono buono. Invisibile. Ma mio padre non era uomo capace di starsene invisibile a lungo. Una mattina scavalcò il cancello della casa di mia madre e lei se lo trovò davanti, mentre, in pigiama, si stava preparando il caffè. Cercò di scappare e riuscì addirittura ad afferrare un coltello. Ma lui era forte. Era furioso. A pugni, a calci, a testate, la ridusse a un pezzo di carne sanguinante sul pavimento, capace di respirare ancora per poche ore. Poi fuggì e nessuno lo trovo più.
Così, quando ogni mattina mi rado allo specchio, sapendo che nelle mie vene scorre sangue di entrambi, che questi nei, che questo ombelico, questo naso, queste ginocchia, vengono un po’ da uno e un po’ dall’altra, cerco di non pensare a niente, cerco di far semplicemente scorrere il rasoio sulle guance, sul mento. Ma queste guance, questo mento… io, chi sono?
