Sono Ula, dalla faccia schiacciata.

Vivo nella casa che era di mio marito, il mio uomo di ieri, accanto al tempio. Un posto di grande dignità qui al villaggio. Macino il farro e il grano. Non sono bella, ma macino più farro di qualunque altra donna. La mia faccia è schiacciata sulla destra. Manco anche di due dita nella mano sinistra, per il morso di un cane rabbioso. Un morso da nulla; però quasi morivo per le carni infettate, anche se coprivo la mano ogni giorno con foglie fresche, raccolte all’alba, delle piante mediche. Le mosche tormentavano la mia ferita che non voleva rimarginarsi, la mia mente era confusa e avevo sogni, di giorno e di notte. Mio padre decise di tagliare, e in qualche giorno la febbre mi passò. Così oggi tengo la macina con tre sole dita. Ma dicono che i miei occhi sono i più belli di tutto il villaggio, e questo è un villaggio grande, siamo in duemila, e anche di più nel mese del raccolto. I miei occhi sono verdi, chiari, quasi gialli. Con la faccia storta e gli occhi gialli, quando sono furiosa sembro uno spirito maligno e gli uomini hanno paura di me. Il mio uomo di oggi ha paura di me. È un uomo del sud, un mezzo nano robusto con la barba riccia e le gambe corte, il busto a forma di rana e senza capelli sulla testa, l’aspetto del nostro possente dio Baal, quando decide di assumere la bestiale sembianza di Bes. Bes, che veglia sul parto e sulla nascita. Bes, che non mi ha mai protetto.
Non penso male del mio uomo di oggi a causa della mancanza di bellezza del suo corpo -neanch’io sono bella- ma perché è malvagio d’animo. La sua gente ha ucciso gli uomini della mia famiglia. Hanno ammazzato tutti i maschi del villaggio e si sono uniti con le donne. Ai più forti, ai più coraggiosi, sono spettate le più belle. Io, tra le ultime, sono toccata a lui.
Lui, il mio uomo di oggi, non ha ucciso di persona i nostri uomini. Quando queste genti ci hanno attaccato, gli era stato ordinato di rimanere di guardia alla nave. Sono quindi stati altri a uccidere mio padre, il mio uomo di ieri, e mio figlio. È soltanto per questa ragione che ho deciso di non ucciderlo con le mie mani, mentre dorme. Ma la sua gente è colpevole.
Il mio uomo di ieri era bello. Aveva sangue misto, suo padre era un mercante del popolo della fenice e sua madre proveniva dall’isola di Creta. Mi piaceva guardare il suo corpo. Quando portava i pesi o tendeva l’arco il muoversi dei muscoli sotto la pelle mi riempiva di desiderio. Nu-hut, il mio uomo di ieri, un uomo buono e forte, era il maschio più bello del villaggio. Come poté accadere allora che egli accettasse di sposare proprio me? Io gli piacevo. Per un incredibile dono della dea Tanit, trovava desiderabile il mio corpo, si inebriava del mio odore e spesso vedevo accendersi per il desiderio della mia carne i suoi occhi neri come la pietra di vulcano.
Nu-hut non aveva paura di me. Diceva che ero bella, e che una guancia storta non toglieva splendore ai miei occhi e alla magnificenza del mio corpo. Proprio così diceva, la magnificenza del mio corpo. Soltanto lui e mia madre mi hanno mai chiamato bella. Ma le madri, si sa, dicono solo il bene.
La mia faccia si è storta al momento della nascita. Mia madre era una donna coraggiosa e forte, ma piccola d’ossa e di corpo. Io sono stata la sua prima e unica figlia. Il suo grembo non era fatto per generare. Quando la mia testa cominciò a premere tra le sue gambe, la squarciai e le procurai dolore. Il cordone ombelicale si era serrato attorno al mio collo.
Così, tentando di salvarmi, le donne tirarono e schiacciarono troppo. Mia madre rimase malata e io storpiata nel volto. Dicono che all’inizio ero molto più schiacciata, distorta, quasi appiattita in cima alla testa. Il sacerdote mi tenne bendata per sei mesi. Una ragazza sana e forte, che aveva appena partorito un figlio, mi allattava. Un trattamento da regina.
Il mio uomo di ieri era un nobile, e il mio bambino era già stato presentato al villaggio, aveva già un’identità e un nome, Thmos. E per questo l’uno e l’altro avevano diritto a giacere con onore nella tomba sotterranea destinata alla nostra gente, con l’effigie di Tanit, rovesciata a testa in giù, che guida l’anima nell’altro mondo; ma entrambi sono stati scaraventati dagli stranieri nell’altra parte della collina, e bruciati senza cerimonia insieme a tutti gli altri cadaveri. Ma io ho recuperato i loro resti e li ho nascosti in una nicchia appena separata, e ho preparato per loro il viatico per l’altra vita. Una moneta sotto la lingua, per pagare l’ingresso alla porta dell’aldilà, e le anfore: quella dell’acqua e quella dell’olio profumato. A mio figlio ho messo l’orecchino, e al mio uomo di ieri il bracciale di bronzo che gli proteggeva il polso nel tendere l’arco e scoccare la freccia.
La madre del mio uomo di ieri, la greca, era un’indovina e una guaritrice. Mi ha insegnato a raccogliere le erbe, ed ho appreso da lei sia a preparare la medicina che la capacità di sognare.
Ho sognato il momento della sua fine, in Creta. L’ho sognata presa dalle febbri, madida, in un giaciglio all’aperto, mormorava preghiere incomprensibili con gli occhi spalancati verso la luna piena, l’ultima che avrebbe visto. Due mesi dopo, un mercante ci ha annunciato che davvero era morta.
La notte prima che gli stranieri invadessero il villaggio uccidendo i nostri uomini, ho sognato che il cane che mi aveva morso la mano penetrava silenziosamente nella città, alla luce della luna. Beveva da una ciotola piena di sangue e col muso sporco imbrattava le mura del nostro villaggio.

Ho sognato il perché noi abitanti delle paludi non soffriamo la malaria. Ho visto il corpo dell’uomo, ho esplorato il suo interno, ho compreso in sogno il suo funzionamento segreto e invisibile. Il corpo è come un villaggio; un villaggio in forma d’uomo, fatto di case, una moltitudine di piccolissime case. Le case del corpo della mia gente hanno muri assai spessi e forti, più forti di quelle degli altri uomini che vivono lontano da qui. Le influenze cattive non le penetrano. È una fortuna per noi. Ma, ho visto, anche molte influenze buone non le penetrano. Così il nostro sangue è povero. Molti di noi si ammalano.
Ho sognato un terzo sogno. Ho visto il corpo del mio uomo di oggi. Ho visto che le sue case hanno muri sottili e deboli. Il suo sangue non è povero quanto il nostro. È un uomo forte, infatti, può sollevare pietre enormi, è un abile barcaiolo e se qualcosa cade dalla barca può nuotare fino al fondo del mare per recuperarla. Ma i muri delle sue case sono sottili. Le influenze cattive possono penetrare facilmente. E così nel sogno ho saputo che quando si accende di desiderio per me devo allontanarmi e portarlo verso la palude, e solo là soddisfarlo. Lì è pieno di piccoli animali acquatici, insetti e larve in grado di rompere le sue celle e sporcare il suo sangue. Non è protetto come noi, e uno di questi giorni, presto, ne morirà. Ho già sognato quel momento.

 

(Ispirato da un cranio primitivo visto in un museo. Una donna sarda, malata di osteoporosi e anemia).

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