Si chiamava Medardo, ma io subito avevo capito petardo, pensa un po’. Cosa vuoi, avevo nove anni.

Era peloso ovunque, tranne che in cima alla testa. Aveva capelli ricci che teneva lunghi per coprire lo spiazzo e una perenne ombra scura di barba. Portava camice strette, con l’orlo delle maniche corte che premeva come un laccio emostatico lungo i bicipiti, i bottoni tesi sullo stomaco prominente, e un mezzo chilo di orologio pieno di puntini fluorescenti e stanghette del cui senso cercavo inutilmente di farmi un’idea con veloci occhiate nascoste. Tutte cose che mi davano un fastidio cane, io che i vestiti aderenti mi hanno sempre dato la claustrofobia, e che al polso non ho mai potuto sopportare niente. Peggio di tutto, urlava. Non che fosse arrabbiato o niente. Urlava, così. Parlava così forte che gli altri che pranzavano nella sala ristorante, quando alzavo gli occhi dal piatto mi pareva che invece che farsi i fatti loro stessero congelati in scomode posizioni ritorte ad ascoltare noi.

Il giorno che arrivò alla Pensione Miramare erano le tredici in punto. Lo so perché io e mamma stavamo giusto per sederci a mangiare, quando entrò portandosi dietro una bambina della mia età, prese la sedia di mia madre, aiutandola a sedere con un sorriso, e disse col suo vocione – o almeno così capii io: Signora, sono petardo. Posso? E si sedette nel posto dove abitualmente stavo io, facendo cenno a me e alla bambina di occupare le sedie rimanenti. Mi voltai verso mamma sperando che rimettesse le cose a posto, in un attimo, con la necessaria fermezza – a costo di diventare odiosa, cosa che non l’aveva mai spaventata. Ma lei manco mi guardava: stava sorridendo allo sconosciuto, annuiva e con un gesto regale del braccio invitava a portare due coperti in più.

Quella sera, ci provai a dirlo a mamma: Ma ci dobbiamo proprio cenare insieme con quello scimmione? Lei mi afferrò per le spalle e mi disse Non ti provare a ripeterlo.

Ma perché?

Perché non sta bene.

Io, quello che volevo sapere, non era perché non dovevo ripeterlo più, ma perché ci mangiavamo insieme. Rinunciai. Ero abbastanza grande per sapere che l’assenza di logica degli adulti era immodificabile.

“Ma a te Medardo piace?”

Mi accarezzò ridendo.

“Ma che dici? Ma se ha dieci anni meno di me! Non mi fa né caldo né freddo. Non mi fa neanche il solletico.”

“Ma io dicevo a simpatia, non come uomo. A simpatia l’età non centra.”

“Certo, anch’io.” Mi rispose. Ci sono persone, come mamma, che è impossibile inchiodare con un’argomentazione logica. E intanto mi domandavo: come si fa a capire l’età una volta che uno è adulto?

Poverino, che è vedovo, aggiunse con un sussurro solenne. Ecco, questo era già un pezzetto di informazione. Mi ritirai a riflettere. Sì, in effetti a tavola lo aveva detto sospirando: La mia povera Anastasia se n’è andata due anni fa. È quello, essere vedovi. Evidentemente esistevano sconosciute regole sociali che li riguardavano. Tipo vestire gli ignudi, dare da bere agli assetati, tenere compagnia ai vedovi. Tutto questo era fuori dal mio campo d’esperienza – che era la biologia. Avevo con me due libri: “Organismi unicellulari”, e “Il mondo organico.” Non avevo ancora incontrato un adulto che ne sapesse quanto me. Il tempo in spiaggia lo trascorrevo a sezionare vongole col bisturi della confezione del microscopio che mi avevano regalato a Natale e portavo sempre con me; e osservare i segmenti nella corazza dei gamberi. La domanda che mi appassionava al momento era sul numero degli arti in molte creature invertebrate: formiche, millepiedi, aragoste. E se esistesse una relazione tra le otto zampe dei granchi e gli otto tentacoli dei polpi. E noi, che abbiamo quattro arti? E se nel corso dell’evoluzione si fossero fusi gli otto, due a due? Roba interessante, ecco.

Per tutta la settimana quell’accomodamento non cambiò – soltanto la domenica, quando venne su mio padre, trovai Medardo e sua figlia a mangiare da soli in un altro tavolo, piccolo, scomodo, attaccato alla porta della cucina. E così fu ogni fine settimana.

 

Il nuovo arrivato fu il primo adulto che quando mi guardava non sorrideva come gli altri. Mi guardava e basta, senza ritenere di dovermi dimostrare simpatia – a meno di interpretare come cenni di simpatia gli schiaffetti e le pacche che mi dava in continuazione ogni volta che mi incrociava. Non ricevere sorrisi non mi dava alcun fastidio, mi sembrava una buona idea, da provare. Io, che sorridevo a tutti per rispetto forzato. Tentai con lui, ma non mi riuscì mai. Un sorrisetto imbarazzato, un intruso estraneo a ciò che sentivo, saltava sempre fuori, persino in risposta ai suoi insopportabili coppetti.

L’unica mia caratteristica che sembrava interessarlo era l’insaziabile appetito, il mio aleggiare chino in silenzio su qualsiasi piatto finché non fosse ripulito di ogni traccia. La cosa lo stupiva e lo faceva ridere enormemente. Forse perché sua figlia, che si chiamava Paoletta e aveva gli occhi chiari chiari color dell’acqua bassa della spiaggia, non mangiava nulla e rimaneva tutto il tempo a giocherellare con la forchetta con un’espressione terribilmente neutra. Io spazzolavo la mia porzione, quella di Paoletta, gli avanzi di mamma e per il resto del giorno mi gettavo su gelati, pizzette e merendine. Allora, per quanto mangiassi, non ingrassavo mai.

Le conversazioni a tavola con Medardo erano molto diverse da quelle quando c’era babbo. Medardo, l’ho già detto, urlava. E raccontava. Parlava sempre, sempre di sé. Di quando da ragazzo era stato a lavorare in Belgio. Delle cose strane che aveva mangiato. Di quella volta che l’avevano quasi arrestato perché aveva pagato una birra con un biglietto falso, ma lui manco sapeva come quel biglietto gli fosse finito in tasca. Di come era riuscito a farsi rispettare, sempre. Di quella volta che si trovò all’ospedale, e non parlava la lingua, e gli davano poco da mangiare e poca medicina, che lui lo sapeva di aver bisogno di dosi da cavallo, di tutto (questo fece ridere moltissimo mamma), e nessuno gli dava retta, e allora lui rubò dal comodino del vicino di letto le medicine che erano uguali alle sue, e si prese le sue dosi da cavallo e guarì in pochi giorni.

Quando c’era Medardo si parlava di avventure. Con babbo, di cose pratiche: pagamenti, tasse, scarpe che si doveva scegliere se ripararle oppure buttare e comprarne di nuove. C’erano lunghi silenzi, interrotti da mamma che diceva cose come: “Certo che con questo sugo i bucatini sono molto migliori della pasta corta.”

“Ma va! La pasta è pasta. Sempre farina, acqua e sale, che c’entra mo’ la forma.” E io in silenzio per una volta davo ragione a mamma, che la forma, e la temperatura, e la superficie, e la consistenza contano eccome. Erano questi elementi che mi facevano odiare il passato di verdure, e amare i confetti, o certi bonbon al cioccolato duri e lisci come ciottoli di fiume.

 

Mio padre ci aveva lasciati quella mattina molto presto per andare al lavoro, come ogni lunedì d’agosto. Avevo aperto gli occhi giusto per vederlo uscire, pettinato e sbarbato come io non sarò mai, cravatta allentata che avrebbe aggiustato in macchina, la valigetta consunta sottobraccio. Lui, ferie non ne prendeva. ‘Io lavoro, così tu puoi stare al mare quattro settimane sane’, mi disse una volta. I soliti pensieri illogici. Un uomo che si vantava di essere sempre razionale, che derideva i miei romanzi di fantascienza – “Io apprezzo solo le storie reali” – senza capire che esiste una realtà dei fatti e una realtà del pensiero, che è più reale ancora.

Non era vero, non rinunciava alle ferie solo per noi. Era parte del suo piano a lunghissimo termine per ottenere una promozione, che non funzionò mai, e il cui fallimento lo portò negli anni ad essere sempre più malato di rancore, malinconia ostinata e dolorose coliche renali.

Veniva al mare durante i fine settimana. Infilava il corpo magro, seppur dotato di formidabile pancia, in un costume, ma poi stava tutto il tempo all’ombra in una sedia del bar con un thermos di tè freddo e la Settimana Enigmistica, succhiando pensieroso una delle matite gialle e nere che si portava dall’ufficio.

È un po’ che li tenevo d’occhio, i miei. Erano più inquieti del solito, e sembravano avere piani preoccupanti sul mio futuro. Ieri avevano discusso di me, credendo che dormissi. Qualcosa ero riuscito a sentire. Mamma era insoddisfatta. Di mio padre, di tutte le sue prudenti decisioni. Del suo finto raziocinio, che poi era paura. Poi dell’albergo, dei soldi, ma soprattutto di me. Sembrava che il mio amore per la conoscenza fosse un difetto grave. Aveva già espresso questa idea, anche se non riuscivo a capirla.

“Forse dovremmo farlo vedere .” Diceva.

“Vedere da chi?” Rispondeva mio padre, già spazientito.

“Da uno specialista. Uno psicologo.”

“Ma che psicologo? Mangia? Prende il sole, fa movimento?” Obiettava lui, come al solito. E, di fronte al silenzio di mamma: “E allora, vedi… Ma cosa vuoi mai che abbia. Sono tutti un po’ strani a quell’età.”

Quel mattino papà aveva la mano sulla porta ma non si decideva ad aprirla. Mamma parlava fitto, la mano sul suo braccio, scontenta. Non riuscivo a sentire. Lui annuì frustrato, a lungo, finché a un certo punto si scostò dalla stretta, spalancò la porta con un: “Adesso basta!” E sparì giù dalle scale. lo immaginai vittima della pressione enorme che deve provare una caffettiera sul fuoco. Nessuno sapeva insistere come mamma quando voleva qualcosa. Che stava succedendo? Di che parlavano? Di nuovo di me? Mamma non faceva che lamentarsi del fatto che io preferissi i libri alle persone, e me ne stessi tutto il tempo chino a leggere, o a sminuzzare animaletti. Non è vero, preferivo le persone – tutti preferiscono le persone; se sembra che preferiscano i libri è perché sono delusi dalle persone. E io persino dai noiosi, volenterosamente, mi sforzavo di ricavare informazioni utili. Avevo letto nella prefazione di un libro sull’evoluzione che “Un grande fiume è grande proprio perché accetta ogni goccia di pioggia, ogni rivolo. Se una persona è sincera, ascoltala e imparerai qualcosa”.

Questo litigio era un altro pezzo di informazione che mi mancava, e che annotai mentalmente insieme a tanti altri. Mamma sospirò e invece di tornare a letto prese a camminare avanti e indietro. Io, non sapendo che fare, mi riaddormentai.

 

Paoletta, la figlia di Medardo, aveva pelle così delicata e trasparente, occhi di un azzurro talmente chiaro che mi domandavo se non bastasse la luce del giorno a ferirla a morte. Si proteggeva con un cappello largo, bianco, e occhiali da sole dalle grandi lenti rosso ciliegia. Neanche lei mi sorrideva. Non le piacevo, ma lo capii soltanto molto dopo: ancora non avevo abbracciato il concetto che fosse possibile che io non piacessi a qualcuno.

Passavamo tempo insieme, ma non ci divertimmo mai. Provai a mostrarle i miei libri. A farle vedere la notevole collezione di conchiglie che avevo raccolto. A mostrarle un barattolo con i multiformi parassiti trovati abbarbicati agli occhi di un pesce morto: ottenni solo mute smorfie di disgusto. Nemmeno la mia capriola all’indietro sott’acqua funzionò. La faccio anch’io quando voglio, disse.

Dice che le femmine crescono più in fretta. Non la capivo. Non era come mamma, o come la maggior parte degli adulti, irrazionali, distratti, persi. I suoi occhi rivelavano concentrazione, come me davanti ai ciottoli di una spiaggia, o mio padre con il Bartezzaghi. Come le signore della pensione, sfogliava le riviste femminili, si soffermava sui vestiti e sui segreti per rimanere giovani o attirare i maschi; ma era come se guardasse oltre le pagine e non in esse. Quale però fosse il fuoco del suo interesse, proprio non lo comprendevo.

L’attività più indolore che riuscivamo a fare insieme era nuotare. Chi l’avrebbe mai detto che quella creatura pallida, con il collo e le tempie invasi da vene tortuose che sembravano sul punto di rompersi ad ogni colpetto di tosse, fosse una così formidabile nuotatrice? Due volte più veloce di me, tre volte più resistente. Tirava per un lungo tratto, poi si fermava ad aspettarmi finché non la raggiungevo. Aspettava condiscendente che riprendessi fiato, poi diceva: Fino a quella boa laggiù. Ed io ero ancora a metà strada e già la vedevo abbracciata al legno spelacchiato della boa, l’espressione impassibile, gli occhi fissi su qualche punto lontano dentro di sé.

Una volta, proprio aggrappata a una di quelle boe, mi disse, mentre la raggiungevo ansimando:

“Tu non ti accorgi mai di niente, non sai niente, non vedi niente.”

Questa mi sembrò un’affermazione davvero ingiusta, detta a me che avevo imparato a leggere a quattro anni non ancora compiuti – da una che a tavola stava immobile e persa a spostare rondelle di carote come fossero pezzi della dama, che non aveva mostrato di intendere il rapporto geometrico nella crescita a spirale delle conchiglie, che non avrebbe saputo indicare l’arteria ventrale di un gambero, che non aveva mai nemmeno sentito di nozioni base come procarioti ed eucarioti, monocotiledoni o dicotiledoni.

“Dimmi una cosa che tu ti accorgi e io no”, la sfidai – assaporando il fatto che intanto era lei che non si accorgeva dell’errore voluto nella mia frase, della mia abitudine di semplificare il linguaggio per adattarmi alla stupidità della gente senza essere troppo notato.

Boa dopo boa, eravamo finiti lontani dalla riva. Molto lontani, pensai rabbrividendo un poco all’idea di quanti metri d’acqua blu notte potessero esserci sotto i nostri piedi, e a quali pericolose creature potessero stare in agguato in quel fondo. Mi voltai verso la costa e vidi due figure piccole, ma inconfondibili: Il costume intero viola acceso di mamma, e gli slip gialli e rossi di Medardo. Facevano grandi segni di tornare, si capiva che stavano urlando preoccupati.

“Lo vedi?” Disse lei con la solita espressione di distaccato disprezzo.

“Cosa? sono preoccupati, è naturale. Torniamo.” Dissi io.

Scosse la testa e si tuffò lanciandosi in uno spettacolare delfino che la portò a riva in un momento, mentre io dovetti fermarmi a riprendere fiato tre volte, sotto lo sguardo atrocemente apprensivo di mamma che già piangeva, con Medardo che cercava di rassicurarla dandole colpetti sulla spalla, ripetendo Non è niente, signora, sono tornati.

Un giorno, eravamo sulla spiaggia e a Paoletta, nell’afferrare un pallone, quegli occhiali da sole dalle grandi lenti rosso ciliegia caddero. Subito mi inchinai per raccoglierli. Erano proprio sul suo piede – ricordo che calzava dei sandali di un rosso acceso – e nell’afferrarli le sfiorai inavvertitamente le dita che fuoriuscivano dalla vernice rossa e brillante.

Afferrò gli occhiali che le porgevo senza ringraziare.

“Non si toccano i piedi di una signora”, disse con voce seria.

I suoi occhi di laguna erano gelidi. Che sarà mai, volevo dirle, mica l’ho fatto apposta; ma la frase mi rimase incastrata in gola. Diventai rosso e senza dire niente mi misi a correre lungo la spiaggia, lontano. Per strada raccolsi parecchie conchiglie, ancora più meravigliose di quelle che possedevo.

Così mi venne un’idea. Acquistai un paio di tubetti di attaccatutto. Una volta tornato in pensione, mi misi a costruire dei soprammobili incollando tra loro diverse conchiglie che avevo ripulito accuratamente e messo ad asciugare in balcone. Anche mamma mi confermò che erano bellissimi. Che li dovevamo proprio fare vedere al signor Medardo. Ma io scossi la testa, e anzi quella sera li nascosi in un vaso in balcone.

Il giorno dopo misi le mie creazioni in una scatola e provai ad andare in giro per la spiaggia a venderle. I miei primi clienti furono due ragazze di forse sedici anni. Posso disturbarvi? Chiesi. Ridacchiarono ma non dissero di no, quindi aprii la scatola e mostrai i miei soprammobili.

Stavo dicendo Studiate? Li potete usare come fermacarte. E misi loro in mano il mio favorito, la cui base era fatta di quattro magnifici esemplari di Achantocardia Tubercolata. Sentite: non puzza, dissi, orgoglioso del mio lavoro di ripulitura, invitandole ad annusare, ma queste presero a ridere convulsamente e proprio in quel momento la mia composizione si ruppe in tre pezzi.

Me ne andai che ancora ridevano. Buttai tutto in un bidone, pensando che le donne sono le più incomprensibili tra le creature e che l’attaccatutto da solo non basta, occorre un qualche tipo di intelaiatura.

 

In spiaggia ora mi annoiavo più che mai. Con Paoletta non volevo avere a che fare. Lei del resto si era trovata un gruppetto di nuovi amici. Mamma mi osservava triste e sorpresa, dicendo Guarda, col Signor Medardo abbiamo persino preso gli ombrelloni vicini, così potete giocare insieme, e tu te ne stai lì a fare niente. Ma mi annoiavo. Cominciai a prendere in prestito quelle riviste di moda che tutti possedevano in abbondanza. Imparavo anche qualcosa di interessante, ad esempio sul fenomeno della ritenzione idrica e della cellulite. Oppure stavo immobile ad ascoltare le frasi che il vento mi portava, gli ombrelloni erano così vicini che c’era quasi una conversazione unica. La voce più continua era quella delle tre ragazze more che arrivavano in spiaggia ogni giorno truccate, con i capelli lucidi, le unghie laccate di rosso mani e piedi, e passavano la giornata alternando posizioni abbronzanti nella sdraio, spalmandosi di crema, mangiando di tanto in tanto un paio di piccole carote e qualche ciliegia, rifiutando di bere perché Acqua no, che mi gonfia, che leggevano riviste ed erano agitate e muovevano le mani inanellate e squittivano con toni altissimi parlando continuamente di bellezza, ma per bellezza intendevano cosmetica, mica la bellezza delle persone belle. Sapevano molte cose, ma poco di ciò che sapevano era utile. Esistono informazioni che hanno conseguenze, che trasformano, come le istruzioni in una striscia di DNA, e quelle che semplicemente prendono spazio nel cervello, come vecchie riviste in una soffitta. Io avrei voluto dirglielo che bellezza e cosmetica hanno poco a che vedere, che al massimo se una crema funziona ti tiene al meglio di te ma un’altra, che si è solo lavata col sapone purchessia, se è più bella sarà sempre più bella, anche se stanca, malata, infuriata. Anzi. Però non sapevo come dirglielo senza che si offendessero – in qualche modo dovevo specificare che loro, proprio brutte brutte non erano, erano normali, un po’ brutte e un po’ belle; ma ancora il modo non l’avevo trovato. D’altronde, a me quelle tre mi guardavano giusto per ridacchiare su chissà quali dettagli che notavano in me e io non avrei mai potuto vedere. Un po’ come i clienti dell’altra pensione, quella di fronte, che aveva ombrelloni un po’ più grandi, sdraio un po’ più nuove, un bar un po’ più fornito, camere un po’ più belle, e i cui ospiti guardavano noialtri con disprezzo acquistato a cifra modica. Pensai a quanti mi guardavano dall’alto in basso. Parecchi. Tutti, forse, a pensarci. Persino la signora Ribaudo, anziana e grossa, che cercava sempre di attaccare bottone con mamma, che non la poteva vedere e si rifugiava in una conversazione sottovoce con Medardo, voltandole ostentatamente le spalle. Una volta la Ribaudo mi aveva visto con uno dei miei libri, che aveva uno splendido globo terraqueo in copertina, e mi aveva chiesto;”Sicché tu dici che la terra è tonda?”

Non capivo. “Tonda? Sì”.

La signora mi guardava con occhi attenti. “Tonda come una palla?”

Annuii, sempre più perplesso. Lei era scoppiata in una risata gigantesca, paurosa: “Allora secondo te” e le parole quasi le si soffocavano in gola per il gran ridere “Come mai quelli dall’altra parte non cadono giù?”

Mi c’erano voluti minuti per capire. Non era una battuta idiota, come quelli che ti chiedono se vuoi più bene al papà o alla mamma. Quella, ci credeva sul serio. Non sapeva nulla. Eppure, non sapeva stare al suo posto. Il semplice fatto di essere più grossa e vecchia di me alimentava il suo senso di disprezzo.

Il disprezzo indica pensare di possedere qualcosa che un altro non ha, riflettei. Cosa possedeva Paoletta, che mi disprezzava più di tutti? Non sarebbe stato bello poterglielo chiedere, così, apertamente? SÌ che sarebbe bello, pensavo, se potessimo avere una chiacchierata vera con  Paoletta, con quelle tre more, io che gli spiego che vuol dire essere belle davvero: belle, che so, come la padrona della pensione, la signora Agata, una sui quarant’anni, elegante e austera, con labbra piene dal contorno così netto come non ne avevo mai visto, due lame d’occhi sottili che brillavano come pietre preziose fredde e sofferenti; così perfetta che era sempre sola, nessun maschio osava ronzarle attorno; così aggraziata che mi intimidivo anche solo a guardarla.

Proprio quella mattina mamma non si sentiva bene. Resto un po’ a letto, mi aveva detto, tu vai pure a divertirti. Così rimasi a ciondolare un po’ nell’albergo, indeciso su cosa fare. Di andare per conchiglie non mi andava. La signora Agata, che in spiaggia non ci veniva mai, mi intercettò in un corridoio. Quando mi si avvicinava provavo un misto di contentezza e disagio. Cosa c’è che non va? Mi aveva chiesto piano, che nessuno sentisse.

Niente, volevo dire, e farlo suonare naturale, e non fissarle le labbra perfette, e in quel momento ci credevo davvero che mi stavo solo annoiando un pochino, che il fatto che tutti intorno a me non capivano fosse di poca importanza, ma invece mi scappò da piangere contro la mia volontà, e contro la mia volontà mi lasciai afferrare dalle sue braccia e affondare la testa e singhiozzare dentro quella morbida sconosciuta, ne assorbivo l’odore pensando queste donne davvero vedono tutto e io niente, chissà Paoletta, chissà le due ragazze che non volevano comprare le mie conchiglie, chissà cosa mai io non posso vedere; che anche Agata era una che guardava. Guardava tutti, parlava poco, e mi pareva che capisse tutto. E poi era bella, bellissima. E, diversamente da Paoletta, dal signor Medardo, dalle ragazze in spiaggia, da mia madre, da mio padre, aveva uno sguardo benevolo e accogliente. Mi faceva sentire benvoluto e a posto senza che dovessi fare niente. Mi bastava essere. Così sono gli animali più evoluti, pensai, quelli dotati di un endoscheletro che la parte dura la tengono dentro; e fuori, agli altri, mostrano la morbidezza del proprio seno e un abbraccio che perdona tutto. Un animale evoluto è quello che ti lascia essere te stesso, pensai. Essere amati è un privilegio raro, non un diritto, pensai. Bella, bella, bella, pensai soprattutto. Altro che cosmetici.

Mi sedetti su un gradino a pensare, a lungo. Cosa c’è che non va, mi aveva chiesto. Che la gente non capisce. Capire, non capire, è quello il punto; è quella la più grande differenza tra le persone. Siamo quello che non capiamo, pensai. E mi venne voglia di conoscere tutto, tutto quello che gli uomini avevano scritto e pensato su tutto. Un giorno avrei saputo tutto, e la mia vita sarebbe cominciata allora

Avevo finito i miei libri, e tornai verso la nostra stanza, per chiedere a mamma se mi dava i soldi per comprare qualcosa da leggere, cosa che non faceva mai volentieri.

La porta, cosa insolita, era socchiusa. Mamma non era sola, sentivo la sua voce che, con un curioso suono lento e lamentoso diceva: Augusto non mi ha mai capito. Augusto, mio padre. Mi sporsi per cercare di vedere all’interno chi fosse con lei. Era Medardo, che teneva le mani appoggiate sulle braccia di mamma e gliele accarezzava, serio. Lei sembrava sul punto di scoppiare a piangere, teneva la faccia bassa e lo guardava con occhi in su da bambina implorante. Vedere mamma come una bambina mi impressionò. Rimasi a guardare i suoi occhi lucidi che scintillavano nella penombra della stanza. Si avvicinò ancora di più all’uomo, poi però si fermò.

Dovevo aver inavvertitamente fatto qualche rumore, perché si voltarono entrambi verso di me, e scattarono all’indietro come molle.

Medardo, per la prima volta, mi sorrise. Mamma mi chiese cosa volessi, cosa vuoi, caro, mi disse, asciugandosi gli occhi col dorso della mano e tirandosi indietro i capelli. Soldi, risposi confuso, e curiosamente fu Medardo che tirò fuori il portafoglio e mi allungò una banconota.

Nessuno aveva voglia di parlare oltre. Uscii e feci una lunga passeggiata fino in centro, dove feci un ingresso trionfale nella libreria principale. Avevo finalmente i soldi per comprare L’Origine delle Specie.

Suppongo che la morale di questa storia sia alquanto sfuggente. Un po’ come tante cose interessanti. Un po’ come la legge, forza o desiderio che ha portato gli esseri più evoluti ad avvalersi di un endoscheletro invece che di un esoscheletro.

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