L’ultimo giorno di scuola io compivo sedici anni. Avevo offerto un’aranciata ai miei compagni – la professoressa non ne aveva voluto perché dice che la gonfiava – e mi avevano tirato le orecchie che le sentivo ancora calde. Chissà se li rivedrò, avevo pensato di quei ragazzi chiassosi con le guance rosse che ogni giorno mi aspettavano in strada per rubarmi le figurine e picchiarmi e tirarmi i sassi quando cercavo di scappare. Già mi mancavano.
Arrivai a casa e sulla sedia in cucina c’erano dei pantaloni. Lunghi, da grande, non ne avevo portati mai. Di un grigio che a guardarlo da vicino era fatto di puntini di tanti colori.
“È tuìd”, disse mia madre, invitandomi con un gesto a mettermeli. Poi aggiunse, mentre me li abbottonavo: “Ora sei un uomo”.
Li provai. Erano ruvidi e pungevano le cosce. Impedivano i movimenti. Sarei riuscito a correre?
“Sono un po’ lunghi”, disse mamma mordendosi il labbro come faceva quando pensava, “Giusto tre dita. Tra sei mesi o un anno saranno fin troppo corti. Vanno bene così. Tu tirateli su bene e stringi la cinta.”
Mio padre si affacciò un momento al corridoio mentre andava in bagno. “Non è vero che gli stanno proprio bene, Augusto?” Lui diede un grugnito senza guardare. Erano giorni che non ci parlavamo. La domenica avevamo litigato. Per la prima volta non avevo obbedito in silenzio ai suoi comandi.
“Ti abbiamo fatto fare il ginnasio”, Mi aveva detto con quel suo raschio di voce grassa da due pacchetti al giorno. “Studiare il latino e il greco, come i signori. Ora devi aiutarmi in officina. I soldi non bastano più.”
Mi piacerebbe dire che mi sono ribellato coraggiosamente, ma questa non è una storia eroica. Sentivo le lacrime uscire contro la mia volontà, un sapore amaro in bocca. Ma zitto non potevo stare.
“A lavorare ci vengo l’estate. Ma poi voglio finire il liceo.”
“Tu vieni a lavorare da domani e per sempre.”
“Se non mi iscrivi a scuola, io a ottobre scappo.”
“Adesso basta. Non ci sono i soldi, ti ho detto. Tua sorella è malata, non sai quanto costano le medicine.”
“Adesso ve ne accorgete di lei. Manco le medie le avete fatto fare. Intelligente com’è.”
“Sì, adesso anche alle femmine gli facciamo fare le scuole da ricchi! È intelligente Giulia, sì, più di te. L’ha capito lei che essere bravi a scuola non conta niente se non hai il padre dottore, notaio. Quelli fanno le cose tra di loro, si prendono i figli a lavorare con sé, bravi o somari che siano, e a noi non ci guardano nemmeno col binocolo. Sveglia!”
“Per uno bravo c’è possibilità…” avevo provato a replicare, e lui si mosse rapidamente verso di me, tanto che credetti mi stesse per tirare uno schiaffo. Invece mi oltrepassò per andare in camera sua. Sull’uscio si voltò e disse soltanto, piano, senza guardarmi:
“Ottobre è lontano. Tu intanto vieni a lavorare.”
Ci sedemmo a cenare. Giulia da mesi mangiava solo brodino, lentissima, chiudendo gli occhi ad ogni cucchiaiata, che sembrava costarle fatica e quasi consumarne la volontà, mamma la guardava stringendo le labbra e sforzandosi di non imboccarla lei, io non riuscivo a toccare nulla, e sì che per via del compleanno c’era pure la torta di mele. Soltanto mio padre mangiava veloce, concentrato, efficiente come era suo solito. Accompagnava tutto con grossi pezzi di pane che mandava giù interi, aiutandosi col vino toscano che comprava a damigiana e imbottigliava da sé, e come ogni volta concludeva la cena con un gran sorso finale, appoggiando il bicchiere con un botto. Era vestito di tutto punto, con la cravatta. Era giovedì, lui sempre usciva il giovedì dopo cena.
Terminammo in silenzio. Poi si alzò e disse: “Tu vieni con me.” Non era mai successo. Guardai mamma smarrito, pensai che qualche punizione fosse in arrivo. Lei evitò il mio sguardo. Babbo indicò le mie braghe nuove, facendo segno che le dovevo mettere. Le infilai in fretta e mi misi anche le scarpe nere della domenica. Lo raggiunsi fuori dall’uscio che mi aspettava inspirando con forza una delle sue nazionali che teneva serrata tra le dita gialle e tozze e piene di graffi del lavoro. Queste sono le mani di un uomo. Queste saranno le mie mani, pensai.
Camminammo per qualche minuto senza una parola, il sole dietro di noi proiettava ombre lunghissime di giganti con la testa appuntita sull’acciottolato antico della città vecchia. Per un po’, cercando di non pensare a quello che mi aspettava, mi divertii a quel vecchio gioco che facevo da bambino, che la mia ombra non doveva mai toccare la sua. Ma me ne annoiai presto. Era vero, stavo diventando un uomo.
“Dove stiamo andando?” Trovai alla fine il coraggio di chiedere.
“Ora vedrai, siamo arrivati.” Mi disse. Aveva una voce debole, triste, che non gli avevo mai sentito.
“Senti Ferdinando”, proseguì. “io lo so che ti piace studiare e che sei bravo. Ma credimi, tante cose le devi ancora capire. Facciamo un patto. Tu domani vieni a lavorare con me in officina e quando siamo a fine settembre ne riparliamo. Se c’è possibilità potrai tornare a scuola, se no sarai tu stesso a capirlo. Va bene?”
Non gli avevo mai visto quell’espressione. Non mi comandava, mi parlava come a un adulto e questo mi faceva paura. Feci di sì con la testa senza riuscire a parlare.
Finimmo in una piazzetta dove non ero mai stato e mio padre bussò al portone di un palazzo. Mi accorsi che il sole era tramontato e il buio ci avvolgeva. Ci aprì una donna bionda con un vestito strano, che luccicava, e che chiamò mio padre il caro Signor Augusto.
“Siediti qui”, disse il babbo, e si appartò con la donna al capo opposto del salone d’ingresso. Non potevo sentire quello che lui le diceva ma la voce di lei era alta e forte.
“È alto, ha un più bel faccino.” Rispondeva ridendo a qualcosa che babbo aveva detto, dandogli dei buffetti. E poi: “Costerebbe extra, ma oggi, dato che compie gli anni te la lascio al solito.”
Nel frattempo mi guardavo intorno e vidi che era pieno di signore, sedute su sedie e divanetti un po’ in tutti gli angoli della casa. Alcune mi guardavano e sorridevano, altre parlottavano tra loro. Notai che un po’ si assomigliavano tutte. Nei vestiti, nel trucco e nella posizione rilassata e indolente, gambe scoperte, scollature. Solo in quel momento capii dov’ero e diventai rosso. Due che erano vicine presero a ridere della mia espressione. Volevo scappare, quando la donna che parlava con mio padre tornò e mi prese la faccia tra le mani, che profumavano tantissimo.
“Vieni con me, carino. Queste sono troppo grandi. So io quel che ci vuole per te.“
Mi tirò per due rampe di scale. Io mi voltavo a guardare mio padre che tranquillo, sorridente, una mano in tasca, con l’altra mi faceva un gesto calmo e rassicurante. “Vai, vai!”, potevo leggere nelle sue labbra. Intanto una di quelle signore gli si era avvicinata e si stava facendo accendere una sigaretta.
“Come ti chiami, carino?” Mi chiese la donna, salendo.
“Ferdinando, signora.”
Lei rise, fortissimo. “Chiamami Ester, sbarbatino.”
Al terzo piano c’era un lungo corridoio con tante porte tutte uguali, proprio come l’albergo dove eravamo stati quella volta che si era sposata mia zia.
Aprì una delle porte, mi spinse gentilmente dentro. “Questa è Teresina”, mi disse, e subito sparì richiudendo l’uscio. Rimasi immobile a guardare la ragazza appoggiata alla spalliera del letto, in vestaglia, come una convalescente. Sbucciava un mandarino, disinteressata alla mia presenza. Sembrava anche più giovane di me, una bambina. A che età si può fare la puttana?
“Ho diciannove anni.” Mi disse, guardandomi appena, calma come una vecchia. Come aveva capito quello che stavo pensando?
“Io so sempre quello che uno pensa”, disse piano, nuovamente rispondendo al mio pensiero.
Guardai sbalordito quel volto tondo e minuto, il mento piccolo, gli occhi che mi sembrarono gialli, un po’ coperti da capelli neri e fini che cadevano dritti, come sfiniti.
“Vieni più vicino” mi disse, appoggiando la mano sul letto di fianco a sé, facendomi sentire come un cagnolino.
Sedetti accanto a lei e notai la pelle bianchissima ombreggiata dell’azzurro delle vene. Gli occhi erano verdi, non gialli; rotondi, acquosi e cerchiati di nero simili a quelli che la malattia aveva imposto a mia sorella. Solo la voce bassa e roca non era quella di una bambina.
“Io leggo i pensieri.”
Non osai rispondere.
“Lo so, non mi credi. Facciamo una cosa, allora. Pensa qualcosa di strano. Di strano davvero. Inventati una fantasia.”
Sulle prime riuscii solo a pensare Sono seduto a letto con una puttana, poi la vidi ridere e pensai Questa davvero legge nel pensiero, e arrossii di nuovo. Lei infatti mi guardava e sorrideva come se sapesse. Così giovane, e con lo sguardo così vecchio.
“Allora, ti decidi?” Mi fece, dandomi una piccola spinta sulla spalla. Chiusi gli occhi. Mi sforzai di pensare alla cosa più assurda che mi potesse venire in mente, qualcosa che davvero non si potesse indovinare.
Lei ascoltava immobile, ad occhi chiusi. Ogni tanto strizzava gli occhi di scatto come uno che stesse facendo un brutto sogno. Infine aprì la bocca.
“Gli abitanti dell’emisfero australe conoscono undici stati della materia acquosa: agitata, brumosa, increspata, bollente, spuma dell’oceano, melma, vapore, nebbia imperscrutabile, pioggerella, spilli di ghiaccio, interrotta da piccoli gorghi.”
Aveva parlato con una voce senza espressione, come recitando la lista della spesa. Aveva ripetuto parola per parola il mio assurdo pensiero.
“Visto? Non capisco quello che pensi ma so ripeterlo.”
Rimasi per un po’ a bocca aperta senza sapere cosa dire.
“Sei una maga.”
“Maga? No.” Sorrise amara. “Sono come una radio. Sento i pensieri degli altri, tutto qui.”
“Perché sei qui a fare la… potresti essere ricca. Potresti fare spettacoli. Vincere al gioco. Rubare. Sapere dove i ricchi tengono i soldi…”
“Tu non sai com’è. Sento tutto. Sempre. Quasi sempre. Ognuno con la sua voce. Con dei rumori, dei disturbi. Tale e quale alla radio, sai? I pensieri circolano nell’aria. Sento i brutti più di quelli tranquilli. Quelli vicini più di quelli lontani. A volte sono come grida, mi entrano nella testa e mi fanno male. Sono sempre stata così fin da piccola piccola. Ho imparato molto tardi a parlare, mi confondevo, credevo che gli altri mi capissero come io capivo loro. E invece non mi capiva proprio nessuno. Una volta, da ragazzina, morì uno zio che abitava in casa da noi. Quando mi avvicinavo alla sua stanza… sapevo quello che pensava… dopo morto.
Dopo un paio di giorni ha smesso. Forse crepiamo come bestie, forse l’anima vola da un’altra parte, non so. Io sento troppe cose, Ferdinando. Sto tutto il giorno a letto. I giorni che riesco a stare in piedi cinque ore, sono giorni buoni.”
“I miei pensieri ti fanno venire il mal di testa?”
“No, i tuoi no. Tu sei riposante.”
Qualcosa sopra lo stomaco mi si scaldò in un momento. Mi resi conto che quella puttana aveva il dono di farmi felice e che nessuno, mai, ci era riuscito prima d’allora. Non gli amici, non mia madre, non mia sorella.
Si alzò in piedi, si mise vicino alla finestra, guardò fuori scostando appena la tenda. Una lama di luce attraversò la stanza. Si slacciò lentamente il corsetto e lo lasciò cadere ai piedi del letto. “Bisogna che mi spogli”, disse.
“Tra un po’ il tempo scade, entreranno, se ci vedono tutti vestiti si faranno delle domande. Togliti le scarpe anche tu, e i pantaloni.”
Appoggiai i pantaloni su una piccola sedia. Mi vergognavo ma pungevano così tanto che ne fui anche sollevato.
“Ci ho provato, a lavorare.” Continuò Teresina. “Mica ho scelto di fare la puttana così, senza provare altro. Ho fatto la commessa in una drogheria.
Sapevo sempre cosa volevano prima che aprissero bocca. A volte senza volere gli portavo quello che gli serviva senza che manco avessero ordinato. Si spaventavano, si arrabbiavano. Fui cacciata perché trattavo male i clienti.
Poi mi misi a servizio da una famiglia. Ma lui, il marito, mi voleva. Dormivo in una cameretta accanto alla loro. Era orribile. La notte lui stava sveglio lo sentivo che pensava a me…”
“E cosa facesti?”
“Presi coraggio e lo dissi a sua moglie.”
“E lei?”
“Difendeva il marito, Disse che mi inventavo tutto. ma io intanto sentivo che lo sapeva che avevo ragione. Non hai prove, mi diceva. Si attaccava a questo. Le feci vedere una bottiglia di profumo che mi aveva regalato quel giorno stesso. È un uomo generoso, mi ha detto, e intanto pensava che era identico a quello che aveva regalato pure a lei, ed era disperata e furiosa.
Glielo dissi che sapevo quello che pensava, le dissi tutti i suoi pensieri uno ad uno, mi cacciò urlando. Povera donna.
Ma quel giorno ho capito che piacevo agli uomini e qual era il mestiere mio. Vengono da me, so cosa vogliono, li faccio contenti. E poi, stare in una stanza piena di gente mi fa venire il mal di capo. Tutte quelle voci. Io le sento tutte, sai?
Ora invece sono sempre sola, o con un uomo. Mi hanno cacciato da tanti posti, ma adesso questo lavoro me lo tengo stretto. Ho trovato quello per cui sono tagliata.”
Udii bussare la porta, era la signora Ester che mise la testa nella stanza.
“Ferdinando, la mezz’ora è passata. Vieni fuori.”
Teresina mi sussurrò: “Non abbiamo ancora finito. Chiedi a tuo padre di pagarti un’altra mezz’ora.”
Aprii la porta ed lui era già li in corridoio che mi aspettava. Scalzo, senza camicia, le bretelle di cuoio che gli rigavano la pancia coperta dalla canottiera.
“Ti è piaciuto?”
“Sì, babbo.”
Lo guardai dritto negli occhi, presi coraggio. Dopotutto ora ero un uomo.
“Babbo, voglio fare la doppia.”
Mi guardò in silenzio per qualche momento, poi tirò fuori il portamonete e si mise a contare e ricontare.
Nel frattempo Teresina si era affacciata alla porta e da dietro mi accarezzava e scompigliava i capelli. Mio padre la guardò sorridendo, si vedeva che la trovava carina. Lei avvicinò la bocca al mio orecchio fingendo di baciarmi:
“Digli che si vive una volta sola.”
E io, tutto rosso: “Babbo, si vive una volta sola.”
“Al diavolo”, disse lui alla fine. “Tieni.” E io pensai a mamma e ai soldi che c’erano appena per mangiare.
Presi la banconota e rientrammo.
Mi prese per mano e mi riportò a sedere nel letto.
“Tuo padre vuole che vai a lavorare con lui. Ma tu non sai perché, non è vero?”
“Sì che lo so. Non abbiamo soldi.”
“Non è per quello”, mi interruppe lei. “È malato. Ti vuole a lavorare con lui perché pensa che morirà presto, tra un mese o due.”
Rimasi bloccato come un pesce morto.
“Ed è vero? Morirà presto?”
Si strinse nelle spalle.
“Io leggo i pensieri, mica il futuro.”
All’improvviso cambiò faccia. Prese un’espressione allegra e con un gran sorriso mi disse:
“Coraggio. Abbiamo meno di mezz’ora, non sprechiamola. Ti insegno quello che vuoi. Cosa vuoi imparare?”
“Voglio sapere come una donna vuole essere trattata.”
Rise stupita. “Vuoi che?”
“Voglio sapere come far felice una donna.”
Teresina spalancò gli occhi con un sorriso divertito e incredulo.
“Tò, vuoi proprio sapere questo! E chi vorresti far felice?”
“Te.”
“E va bene, vieni qua.” Mi baciò il collo, mi sbottonò la camicia.
“Ma allora non mi spieghi?”
“Ti spiego, ti spiego. Le parole mica servono sempre.”
Fu molto paziente. Mi prendeva le mani e mi guidava come a una lezione di ballo. Mi piaceva, anche se ogni tanto mi rendevo conto che poteva sapere quello che pensavo e mi bloccavo. Allora lei mi faceva Sssst, come se stessi parlando, ma io non parlavo, e riprendeva a baciarmi, piano.
Sembrerà esagerato se dico che mai sono stato tanto felice come in quella mezz’ora? Sembra inverosimile pure a me. Non che fossi felice allora, ma che dopo non lo sia stato più. Ora che sono vecchio comprendo perché. Non era una cosa del corpo. Mi sentivo capito. Era quello il talento di Teresina.
Di nuovo vennero a bussare. Di colpo piansi come un bambino. Volevo stare per sempre a baciarla.
“Teresina, io ti voglio sempre con me”, le dissi. “Dammi un po’ di tempo, un anno o due. Divento ricco e andiamo a vivere insieme dove non ci conosce nessuno.”
Mi guardò e nei suoi occhi vidi pietà. Pietà di me.
“Nessuno vuole una donna che ti legge in testa. Nemmeno tu. Pensaci. Io sarò per sempre una puttana.”
“Stavolta ti stai sbagliando a leggere i pensieri.”
“No. Lo so che pensi che tornerai. Ma non tornerai.”
“Tornerò.”
“Bugia. Ferdinando, ho imparato che il mondo è una fogna piena di bugie. Che tutti mentono, sempre.”
“Io no. “
Il suo sorriso si fece ancora più stanco.
“C’è chi mente sapendo e chi mente senza saperlo.”
Era vero. Non diventai ricco, non tornai. La corrente delle cose mi portò lontano. Ancora me ne pento. Ancora mi domando come, attimo dopo attimo, abbia potuto tradire l’unica cosa importante che mi sia mai stata donata. Non per maestosi impedimenti, non per oscuri nemici, non per la guerra, non per la morte, ma per semplice oblio e distrazione. Questa non è una storia eroica. Semplicemente compivo sedici anni, ed ero lontano dall’essere un uomo.

L’ha ribloggato su marcodemoe ha commentato:
grazie….
Grazie Sergio.
ciao Marco, allora immagino ti sia piaciuto… 😉
a dire il vero, desideravo che non finisse subito. merita una tua rivisitazione, al fine di arrivare alle 50 pagine…