La ragazza ha un giubbotto di pelle, scarpe dall’aria costosa e capelli rossi, lisci e luccicanti come nella pubblicità di uno shampoo. Le coprono il volto chino sul telefono.

Il giovane litigioso col cappuccio è appena uscito alla fermata. Le ha urlato “Fa’ come vuoi” e si è gettato attraverso il varco della porta che si chiudeva. Ora nella carrozza del metro ci siamo soltanto io e lei. Non posso evitare di guardarla di tanto in tanto. Ogni volta che mi giro dalla sua parte alza gli occhi e mi restituisce uno sguardo irritato. Sta tranquilla, non ti disturberò e non ci proverò, vorrei dirle, ma parlarle sarebbe un disturbo e un provarci.

Così faccio del mio meglio per guardare altrove.

Non c’è molto per gli occhi. Pubblicità che ho già visto e a cui ritorno ogni pochi secondi come a una tormentosa preoccupazione, con un senso di malessere. Ce n’è una con una donna dagli occhi viola, davanti a un mare viola, che dice Ti portiamo lontano.

I corrimano rossi, unti del passaggio di un oceano di individui. Le geometrie nel disegno delle sedie, colori cupi destinati a distrarre l’occhio e mantenerlo ignaro delle macchie e dello sporco. La scia nera e sibilante della notte sotterranea che scorre fuori dal finestrino, dove di nuovo vedo la ragazza riflessa. Che alza gli occhi ancora una volta, insofferente. Non ci sei che tu, sei pure carina, che devo fare? Lo sguardo torna a te anche se non voglio.

Allora chiudo gli occhi. È una sensazione buona. Sento le tensioni del giorno formicolarmi tra le spalle e il collo, vestirmi come un mantello. È giusto così. Sono vecchio, ho trentasette anni, è ora che riposi.

Stanco. Stanotte non ho dormito. Arrivato a Londra ieri mattina presto. Appuntamenti, uno dietro l’altro, trascinando la mia valigia di piombo per la City. E poi, la sera, ospite di Alessandro. È stato un errore fermarsi da lui, non andare in albergo.

Ride ancora che sembra un bambino, ma è diventato dottore, Alessandro. Epidemiologo. Un buon posto in un ospedale di prestigio. I capelli sono spariti, il resto è lo stesso. Quasi. Si è appena separato, la settimana scorsa. Lei è andata via con un DJ, mercoledì, senza far presagire l’ombra di una crisi. Così abbiamo parlato molto, bevuto troppo e dormito poco. E quando lui, dopo aver trangugiato tutto il suo vino e pianto tutte le sue lacrime si è trascinato a letto, non sono più riuscito a dormire. I suoi guai continuavano a ronzarmi come un’aura elettrica attorno al capo.

Comincio ad assopirmi, i pensieri si trasformano gradualmente in immagini. Già sogno. Una camera d’ospedale, in penombra. Alessandro in un angolo che scruta un macchinario. Un letto, con un uomo vecchio, magro, una ragazza gli accarezza la fronte. Lui si fa portare un piccolo forziere, una cassetta di legno dall’aspetto antico, rinforzata da chiodi. La apre con una piccola chiave, un luccichio si diffonde nella stanza buia. È piena d’oro. La appoggia al lato del letto, la tiene aperta davanti a lei, fa scorrere le dita tra le monete.

“Tieni, figlia mia, è la tua eredità, la tua dote.”

Poi l’uomo si riappoggia al cuscino e muore. La ragazza rimane a testa china, il forziere al petto e la mano stretta in quella del padre.

Il contatto del metallo sulla fronte mi risveglia. Mi discosto dal corrimano unto e pieno di germi. Vorrei avere con me una di quelle salviette disinfettanti, non sono abituato alla promiscuità delle metropoli. Insensatamente penso ad Ebola, al piccolo viaggiatore malvagio che segna la mappa degli spostamenti umani spaventando tutti col suo potenziale, la possibilità di insediarsi in noi e demolire le nostre carcasse in un batter d’occhio.

Il nostro corpo si porta addosso due chilogrammi di germi. Me lo ha detto Alessandro. Più tardi ho cominciato ad approfondire curiosando su Internet nel tentativo di lenire me stesso e tutte le mie pecore insonni, contate e ricontate. Sua moglie – la sua ex, ormai – è ossessionata dai batteri. Si lava e disinfetta le mani almeno quaranta volte al giorno. Prima sapone, poi gel antibatterico. Forse per quello si era messa con un epidemiologo.

I batteri abitano il nostro corpo, ma non ne fanno parte, mi ha spiegato Alessandro. Non sono organi, cellule. Hanno una vita propria. Nascono e muoiono, vanno e vengono. Eppure, senza di essi moriremmo. Hanno creato un’alleanza di ferro con le nostre cellule, ed ora non possono sopravvivere gli uni senza le altre. Siamo colonie, più che individui, mi ha detto il mio amico dottore, la testa tra le mani, lacrime che gli rigavano le guance per motivi indipendenti dalla natura dei batteri.

Internet ha confermato. Siamo un territorio infestato, invasi da un brulichio di creature che non sanno dove si trovano, inzuppate nel nostro sangue, aggrappate ai tessuti di chissà quale organo come a una parete rocciosa. Una massa che si arricchisce ogni volta che assaggiamo un chicco d’uva, tocchiamo un corrimano della metro, appoggiamo la testa al vetro freddo e vibrante. Siamo il loro mondo, il mezzo di trasporto gratuito che utilizzano per attraversare l’universo.

Mi scuoto, qualcuno mi sta toccando la spalla.

È la ragazza, si è alzata e mi fissa dall’alto, la testa inclinata come un cane curioso.

“Dormi?” Mi chiede in italiano. Già, non deve essere troppo difficile indovinare la mia nazionalità. Mi limito a guardarla stupito e a scuotere la testa.

È preoccupata. Occhi cerchiati. Stuzzica con la punta dei denti il bordo delle labbra nervose e mobili.

“Posso chiederti una cosa?”

“Certo, quello che vuoi”, faccio. Immagino che sia per parlarmi dei suoi problemi col ragazzo incappucciato.

Si china un poco, stringe gli occhi, come quando si esamina un vestito con una macchiolina o un motore che non fa un bel rumore.

“Ti ho sognato”.

“Me?”

Annuisce in silenzio.

La esamino. Preoccupata. Imbarazzata. Ma normale, non squilibrata, non sotto l’effetto di droghe.

“Ti ho sognato. Stanotte. Eri vestito diverso, non come adesso, ma eri tu. Camminavo lungo un sentiero e a una svolta c’eri tu fermo ad aspettarmi, in piedi davanti al tronco di un albero. Mi hai detto C’è una cosa che devo dirti, e poi hai appoggiato la testa all’indietro e ti sei addormentato. Lo stesso gesto che hai fatto un minuto fa. Hai poggiato la testa, chiuso gli occhi, aperto un po’ la bocca. Uguale al sogno. Altrimenti, non so se ti avrei riconosciuto”.

Non riesco a far altro che sorridere, imbarazzato.

Mi tocca il braccio. Ha mani ruvide, da uomo. Quasi sobbalzo a quel contatto.

“Parlami. Dimmelo”.

“Cosa?”

“Quella cosa. Quella cosa che devi dirmi.”

Ora sono sveglio del tutto.

Provo a mettere insieme le mie povere facoltà. Vuole che le dica qualcosa. Quella cosa che devo dirle. Ha bisogno di aiuto. In crisi col ragazzo, dev’essere una storia seria. Vuole essere confortata. Vuole fare due chiacchiere, tutto qui. Proviamo, parliamo. Sono bravo a calmare la gente.

“Questo è un momento difficile della tua vita” comincio, e già mi sembra di essere uno che legge la mano.

“Sì.”

Se almeno parlasse, mi desse un po’ do dati su cui elaborare. Invece sta zitta ad aspettare il messaggio che le ho promesso in sogno.

“Sei di fronte a una scelta importante.”

“Sì.”

Abbasso la testa, mi esce uno sbuffo frustrato. Mi sento ridicolo. Manca poco che le dica: uno sconosciuto alto e bruno ti porterà un regalo inaspettato.

“Quel ragazzo ti tormenta”. Dico.

“Non parliamo di lui”, mi interrompe. “Dimmi quello che mi devi dire e basta”.

Forse si è accorta che cose da dire non ne ho. No, non è delusa. Mi guarda come se fossi la sua ultima speranza. Coraggio, qualcosa lo devo tirar fuori. Irragionevolmente, prendo a parlarle del sogno che ho appena fatto. Come se riguardasse lei. Non mi viene altro.

“Recentemente, hai avuto un regalo… o meglio, un’eredità.”

Gli occhi le si illuminano. “Proprio così” Allora c’è qualcos’altro oltre al litigio col fidanzato.

Vorrei sapere, avere informazioni, interrogarla sul serio. Invece sono io quello che deve parlare. Devo continuare.

“L’uomo che te l’ha data… Bè, lui se ne è andato.”

Annuisce, seria. Sembra sapere di cosa parlo. La invito a sedere. Prendo tempo. E adesso cosa le dico?

Siede. Mi tocca di nuovo, le sue dita sulla mia mano, qualche migliaio di batteri si fa un viaggetto, migra attraverso le nostre dita. Ora abbiamo qualcosa in comune, siamo contaminati l’uno dell’altra.

“Presto”, dice. “Tra poco scendo. Adesso, o perdo la fermata.”

Continuo. “È una cosa buona per te. È il tuo tesoro. La tua dote. Anche se lui se ne è andato per sempre, ti ha lasciato una cosa preziosa”.

Mi guarda con occhi così intensi che non so più che dire.

“Che sarà con te per tutta la tua vita.”

Si alza, è la sua fermata. Ha cambiato espressione, sembra improvvisamente serena. Si vede che le ho detto quello che le dovevo dire.

“Come ti chiami?” mi chiede dalla porta.

“Matteo. Tu?”

“Bea”.

“Se ne è andato per sempre. E mi ha lasciato questo. Proprio come hai detto tu”, mi dice piano. E mentre scivola fuori si accarezza il ventre che, ora lo noto, è piuttosto prominente.

Mi alzo e mi sporgo dalla sua parte. È ancora lì, ferma, in piedi, sorride.

“Aspetta! Vuoi dire che…?” Indico la sua pancia. Che strano, non mi era riuscito di vederla come un mezzo di trasporto.

“Se è un maschio lo chiamerò come te.”

Il treno riparte veloce. Dentro una galleria, sotto a una città, sulla superficie di un pianeta. La nostra madre Gaia, una creatura immensa che vive e respira e ci porta addosso come germi. Trascinata dal sole in un galoppo a spirale con tutta la sua allegra cucciolata di pianeti, in un alveolo periferico di un universo che a sentire la scienza sembra proprio si muova, più veloce di qualsiasi autobus.

Che ci trasporta tutti. Tutto trasporta ed è trasportato.

Lo dicevano gli antichi saggi delle religioni che la vita stessa è un mezzo di trasporto verso un’altra cosa, lontana e desiderabile, una sponda dove da bruti che siamo approdiamo come creature angeliche.

Le parole, soprattutto. Oggi ho imparato quanto viaggiano. Da mente a mente, da sogno a sogno.

Mi alzo. La prossima fermata è la mia. Non sono pentito di non essere sceso con Bea, averla conosciuta meglio, parlato di più, forse, chissà, passato la notte con lei. Un incontro è un incontro, dura quanto dura.

Ci siamo scambiati consolazione e batteri. Questo è ciò che doveva accadere.

Non sapevo si potesse sognare per un altro. Ora so che siamo il mezzo di trasporto delle parole, scritte e parlate. Le portiamo a spasso, le consegnamo a chi deve sentire.

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