La comunicazione via Skype è disturbata. L’immagine di Aundi è congelata, immobile, gli occhi semichiusi, la bocca carnosa aperta e rigida mentre la sua voce continua: “I can’t hear”… non ti sento.

“Io ti sento, Aundi, continua”, faccio, mulinando la mano per segnalarle di proseguire.

Ma lei smette, non capisce. In Tennessee non mulinano la mano per fare segno di continuare, usano qualche altro segno.

O forse anche l’audio si è bloccato.

Riavvio il portatile. Connessione bastarda. Mi alzo passandomi le mani sugli occhi, mi guardo intorno frustrato. A un metro da me, nonna Caterina non ha nemmeno alzato lo sguardo, continua impassibile a mescolare acqua, farina, sale. Avremo pane fatto in casa. E magari anche i ravioli. In padella c’è un coniglio a rosolare. Ho fatto bene a venire a trovarla.

 

Da-di-dang, di-da-ding. Ecco la chiamata. Riprovo. Ora sembra che funzioni.

Aundi sorride, poi soffoca uno sbadiglio. Per lei è mattina presto. Le sue gambe da centometrista, le sue spalle infinite, sono coperte dal pigiama azzurro che le ho regalato. Pura seta, costato una fortuna. Un sipario sublime e scintillante sul nero intenso della sua pelle. Mi lascia senza fiato anche attraverso la resa sgranata e precaria della nostra misera connessione.

Prende il tablet e lo orienta in varie direzioni per farmi vedere la stanzetta stretta e congestionata di libri e valige, una tazzona di caffè fumante sul comodino, un gatto sdraiato nell’unico riquadro di sole davanti alla minuscola finestra.

“Ti piace?”

“Stupendo. Puro lusso. È il bugigattolo più spazioso che si sia mai visto a New York”.

“Per chiudere la porta devo mettere la valigia sul letto. Non so come faremo a starci in due quando verrai a trovarmi”.

Fingo un’aria pensosa. “Io una mezza idea ce l’ho”.

Improvvisamente nel campo visivo entra un giovane seminudo, coperto da un paio di pantaloncini di maglia, addominali scolpiti, un asciugamano-turbante e una densa crema verde in faccia.

“Questo è Didi. Il mio coinquilino”. Didi saluta con la mano e manda un bacio. “Hello, boyfriend”, mi sembra di sentire.

“Uno più bello non potevi scegliertelo?”

“Carino, vero? Quando verrai e saremo in tre morirò di gelosia”.

“Speriamo”.

“Speriamo cosa? Che io muoia di gelosia?”

“Che Didi sia fedele alla linea, e non sia di vedute troppo larghe”.

“Non fare il cretino. Sono a seimila miglia di distanza, e a New York. Lo sai che ti metto le corna quando voglio, come voglio e con chi voglio – se voglio”.

“Grazie Aundi. Tu sì che sai come rassicurarmi”.

“E lì con te chi c’è?”

“Due finaliste del concorso Miss Tanga e… oh, devono essersene andate. È rimasta mia nonna”.

 

“È tua nonna quella? Adorabile! Salutala tanto per me!”

Sorrido rimirando con fierezza, una dopo l’altra, le mie donne.

“Buon… Buongiorno!” Tenta Aundi in un pietoso italiano.

Faccio segno a nonna Caterina di rispondere, non stare impalata. Lo fa, sfoderando un sorriso spaesato. Saluta rispettosamente con una alzata di braccio che sconfina nel saluto romano e un marziale cenno del capo.

 

Didi ha qualcosa da chiedere ad Aundi. Qualcosa che ha a che fare con il bagno. Sento le parole asciugacapelli e, molto importante. Per un po’ si vede soltanto il profilo dei suoi addominali in primo piano, e di tanto in tanto uno svolazzo di dita dalle unghie smaltate di un viola cupo che, devo concedere, non gli sta male.

Nonna Caterina, lo sguardo incollato alla pasta di pane che comincia a prendere la giusta consistenza, ne approfitta per qualche domanda.

“È la tua ragazza quella?”

“Sì”.

“L’italiano lo capisce?”

“No”.

“E come si chiama?”

“Aundi”.

“E aundi esti?”, dice, che in sardo vuol dire: e dov’è?

Non capisco se vuol fare la spiritosa o se proprio non ha sentito.

“È a New York, nonna. Però lei è del Tennessee.

“Tenesì? E dov’è?” Aundi esti, ancora. Fa la spiritosa, fa la spiritosa.

“In America, nonna. In America”. Cerco di decifrare l’elemento nella sua espressione impassibile che mi lascia capire così bene che si sta divertendo.

 

“È nera”.

“Giusta e acuta osservazione. Nulla sfugge al tuo sguardo, o Aquila del Mediterraneo”.

“Nera nera. Ha la pelle proprio come il cioccolato”.

“Già. Fondente, oserei dire”.

Nonna Caterina ride, con rispetto parlando, sotto i baffi. “Pare un cioccolatino. Il tuo cioccolatino. È così che la chiami? Cioccolatina?”

“Non mi è mai capitato, ma se ci tieni, non mancherò…”

“E lei come ti chiama a te, bianco come sei che sembri malato? Formaggino mio?”

“Basta, che schifo, nonna! Siamo gente all’antica, ci chiamiamo per nome”.

 

“E da mangiare cosa ti fa?”

“Nonna, io sono italiano”.

“Che sei italiano lo so, che vuol dire?”

“Vuol dire che da mangiare lo faccio io”.

Fa un’espressione muta che vuol dire boh. Non afferra.

“Nella coppia è sempre l’italiano che fa da mangiare”, spiego.

Un altro boh. Si vede che a lei avevano spiegato diversamente.

“E quello chi è, il fratello?”, dice indicando gli shorts di maglia.

“No, è il coinquilino. A New York le case sono care e lo spazio è poco. Tutti dividono la stanza con qualcuno”.

“Ah! E lui la fidanzata non ce l’ha?”

“Ce l’avrà anche, ma da quelle parti non si vive con il fidanzato… cioè, con la fidanzata. Si vive con il coinquilino. Con la fidanzata si esce la sera”. Rinuncio a entrare nel dettaglio dei complicati protocolli del dating.

“Gli uomini con le donne?” Mi chiede, fingendo indifferenza.

“C’è poco spazio. Si prende quello che passa il convento”.

 

Questo concetto è così ostico che Caterina deve smettere per un momento di impastare.

“Cioè, capita che sono fidanzate con uno e vivono con un altro?”

“Aundi si chiama, nonna, Aundi. E non siamo fidanzati. E poi, la cosa ha i suoi vantaggi. Se adesso ci fosse una sconosciuta qui con me, a fare il pane, mica mi farebbe tutte ste domande”.

Continua a ridere invisibilmente tra sé. “Va che ti piacerebbe, se ci fosse… come si chiama…”

“Aundi…”

“Se ci fosse Aundi a fare il pane al posto mio”.

“Aundi? Non sa neanche come si fa, il pane. Non sa neanche che ci vuole acqua e farina”.

Questa faccenda sembra la interessi. Si ferma di nuovo, appoggia le nocche al tavolo.

“Va bè, Lei è giovane, non ha ancora imparato. Ma, diciamo, sua madre, sua nonna?”

“Sua nonna non c’è più. Sua madre la conosco. Anche lei non cucina”.

“E come, non cucina?”

“Compra una cosa preparata e la mette due minuti nel microonde”.

“E perché?”

“Perché è pronto subito. Risparmia tempo”.

“E col tempo che risparmia cosa fa?”

“Guarda la televisione”.

Aggrotta la fronte, pensosa.

Come me quando mi hanno ricoverato in ospedale. Roba preparata, pane cattivo e televisione tutto il giorno. Non mi piaceva”.

Riprende a impastare.

“E quando ha voglia di pane buono cosa fa?”

“Niente. Pane buono non ne mangia. Non he ha mai assaggiato. Non sa che sapore ha. Non sa che esiste un pane migliore di quello che conosce”.

“Ma va?” Caterina ha per un momento un’espressione incredula, poi dimentica tutto e si rituffa nell’impasto.

 

Aundi è riuscita a congedare Didi ed è ritornata con noi. Comincia a parlare. Parla del caldo insopportabile che fa, del condizionatore rotto, del primo giorno di lavoro al museo, del fatto che le hanno messo in mano, così, come se fosse un pacchetto postale, un Masaccio autentico, una piccola tela che a tenerla tra le mani quasi è scoppiata a piangere sul colpo, chiedendole se secondo lei la cornice si poteva restaurare in modo non invasivo, di Didi che è disperato perché si è rotto l’asciugacapelli; ma siccome parla in inglese per nonna Caterina è come se ci fosse un silenzio di tomba.

“Dille che sto facendo il pane” mi fa.

 

“Che dice tua nonna?” fa Aundi.

“Dice che sta preparando…”

Mi fermo. La gente chiama con lo stesso nome le cose più diverse.

Se dico pane Aundi penserà a un parallelepipedo insapore, già affettato, della consistenza della gommapiuma.

Per spiegare quello che sta preparando nonna dovrei usare un altro termine. Una parola che renda il processo miracoloso e antico che sta prendendo forma, figlio di un lievito madre regalatoci da una Dea benigna e di tremila anni di vagabondaggi nel bacino del mediterraneo. Che da quel forno a cui non si darebbe un soldo uscirà una sorta di tartaruga dal guscio scuro, duro e crepato all’esterno, a tratti nero come la scorza di un tronco bruciato, rugoso come la pelle di un grosso animale, soffice e fragrante di segreti fumanti nell’interno ancora umido. Che quando esce dal forno colora e profuma della terra riarsa che lo ha prodotto, così sensibile che se si usa l’acqua di una sorgente diversa, un po’ più in là, un po’ più in montagna, cambia sapore, e anche la forma degli interstizi al suo interno perde il ritmo labirintico degli alveoli che si fanno irregolari, e la reazione al morso e al palato prende una piega irreparabile. Dal peso specifico prodigioso, denso come il centro della terra, composto macinato e compresso di grani antichi da sempre complici benigni del lavorio nel corpo dell’uomo, mai surgelato in nessuna fase della sua preparazione, mai toccato da macchinari, mai tentato da arricchimenti proteici, da tentazioni di molteplicità produttiva, dall’idea di industria: soltanto torturato con cura da mani che conoscono bene, in forni già perfetti all’inizio della storia umana, al vertice di generazioni di miglioramenti amorevoli.

Per Aundi il pane è un carboidrato, cioè zucchero, cioè veleno. Lei è come quelli che guardano le partite di wrestling e credono che quegli energumeni facciano sul serio. È ingenua così. Crede alle tabelle stampate sulle etichette, carboidrati grassi proteine zuccheri vitamine. Per lei un pasto è una formula, una dieta un algoritmo, un numero un numero; il pane di nonna Caterina un impasto tossico con appena qualche valore proteico in meno rispetto al triste delittuoso composto che Aundi acquista sotto casa e spalma di burro di noccioline.

Bisogna capirla. È del Tennessee. Un fiore delicato e armonioso di immense praterie.

E mica posso dirle che in questo pane di nonna c’è la Storia. History is myth, stava scritto su un mural di fronte al suo appartamento, dove dalla finestra che chiudevo ogni sera per poter ammirare il pigiama azzurro che scivola con un fruscio impercettibile e avvolgente fino a terra, si vedeva per un momento la Venere di Botticelli uscire dall’acqua con un corpo molto meno glorioso di quello di Aundi, ma ben munita di occhiali da sole; intendendo che la storia sono frottole. Mentre io non posso fare a meno di pensare che la storia è più reale dell’attualità, e il mito più reale della storia, e il pane il più reale di tutti i miti.

“Glie l’hai detto?” Chiede Caterina.

“No”.

“Non sei capace di dire pane in americano?”

“No nonna, non lo so dire pane in americano”.

“Tutto sto tempo che sei stato via e non sai dire manco pane. E tu spiegaglielo in qualche modo”.

“Sì, vabbè, ci metto due ore, che poi lei mi risponde che noi italiani pensiamo solo al mangiare”.

Caterina si asciuga la fronte col braccio, come fanno i gatti, e subito riprende a impastare.

“Ma va? Ma che sciocchezza! E chi potrebbe pensarlo?”

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