Posso richiamare la scena quando voglio, anche ora. So esattamente come morirò.

Porto una camicia a grossi quadri scuri. A pensarci, forse è per questo che non compro mai camicie a grossi quadri scuri.
Solo. Seduto su gradini di pietra consunti, appena sotto al livello del terreno spoglio. Intravedo corta erba bruciata dal sole e qualche ulivo. Sembra un pozzo, uno scavo non finito, forse una tomba antica. Mi asciugo la fronte con un fazzoletto. Petto oppresso, non entra abbastanza aria nei polmoni. Mi guardo le mani che stringono il fazzoletto umido; vedo in dettaglio la simmetria ordinata delle fibre chiazzate di sudore, la riga azzurra che lo borda. Ho l’impressione che quel fazzoletto sia di mio padre, che certamente dev’essere morto da tempo, sono così vecchio io stesso. Cerco acqua; poi ricordo che non ne ho con me.
Un uccello intona un canto complicato che non riconosco. Alzo gli occhi verso l’aria immobile, priva del minimo alito di vento. Il suono scompare. Percorro lentamente l’intera volta del cielo senza nuvole. Blu intenso, ovunque.
Alla fine, sulla sinistra, ne vedo una. Una nuvola, piccola e soffice, ferma e lontana.
E bella, ma vederla mi disturba. Mi rammenta qualcosa di indefinito e spiacevole. Cerco di ricordare cosa.

È strano: conosco i miei sentimenti in quel momento ma non il dettaglio delle circostanze che li causano. Stanchezza. Disagio. Sento sdegno e amarezza. Il mio desiderio di diventare un vecchio saggio in una comunità che mi ama e rispetta non è destinato ad essere esaudito. So che mi sto rifugiando. Ci sono avversari. Gente che pensa male di me e mi ha costretto alla fuga. E ci sono altri, amici devoti, a cui pure voglio sfuggire, ancora più che ai nemici. C’è qualcosa in loro, un’ammirazione da pecore che suscita la mia indignazione e mi tiene isolato.
Questo buco afoso dove mi trovo è il mio rifugio permanente? Sono lì da lungo tempo oppure soltanto da un momento, per caso? Forse lo sto visitando come un turista o un pellegrino? Chi mi cerca è lontano, in un altro continente; o appena dietro la collina, e sta per raggiungermi?
Non lo so. Non riesco a interpretare la scena che pure vedo chiarissima; è questo un limite della mia visione, altrimenti precisa come una fotografia di cui posso controllare e ricontrollare i dettagli.
Appoggio la schiena esausta ai gradini, chino la testa, mi raggomitolo nella speranza di trovare una posizione in cui l’aria che giunge sia sufficiente. Sono sopraffatto dal profumo di mirto e lentischio che impregna il luogo, il profumo più familiare che conosco, un’impronta che devo avere assorbito al mio primo respiro in questa terra, al taglio del cordone ombelicale. Sono forse in Sardegna? O in Grecia, Libano, Israele, Nord Africa, Messico?

E all’improvviso ricordo. Ricordo che ho già ricordato il luogo dove sono ora. Ricordo gli scalini, il caldo, il cielo terso, il canto dell’uccello. La nuvola. Ricordo soprattutto la nuvola. È quella che ho visto e rivisto sin da quando ero bambino; è la scena della mia morte, ora sì, lo ricordo. Sembra impossibile, ma l’avevo dimenticata da tempo. L’ultima immagine: una nuvoletta immobile nell’angolo del cielo blu intenso. Chiudo gli occhi.

Non riesco ad abbracciare l’idea per cui da quel momento non ci sarò più. L’unica realtà che conosco è quella percepita. In questa visione io, vivo, contemplo me, morto. Chiudo gli occhi per morire: qualcosa rimane e sa che ho chiuso gli occhi. Che ne sarà di me senza me? Io, senza fede, continuo a pensarmi esistente anche dopo morto, magari nella forma distillata di un pensiero senza corpo; è lì che la mia logica punta i piedi. Hai visto: persino questa nitida, ricorrente visione, che sembra promettere chissà quale svelamento, è del tutto inutile.

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