Rientrando, ancora la mano sulla porta che non chiudo mai a chiave, ebbi subito una curiosa e assurda sensazione, quasi che quella non fosse casa mia.
All’inizio, l’odore: oltre alla legna che bruciava nel caminetto e all’aroma del caffè in cucina, c’era qualcosa. Una nota sotterranea e indefinita, forse un agrume raro, che mi ricordò dolci che mangiavo da piccolo e di cui non ricordo il nome. Quando accesi la luce, poi, trovai strano che il libro sui tesori della Magna Grecia che stavo sfogliando prima di uscire non fosse più sul divano. E che il divano stesso fosse appena più a sinistra rispetto alla finestra.
Chi poteva aver toccato le mie cose? Io vivo solo. Questo rendeva tanto più inspiegabile che il lampadario di cristallo mancasse, che il divano fosse rosso anziché grigio, e soprattutto la presenza della donna, inquietante ancorché bellissima e seminuda, che alla mia vista urlava e cercava di coprirsi con un cuscino.
Che ci fa qui, stavo per dirle, quando lei, che non aveva smesso di frugare in un cassetto e ne aveva trovato qualcosa di scuro e luccicante, premette alla fine il grilletto centrandomi al cuore nonostante la sua scarsa dimestichezza con le armi fosse più che evidente. Non feci in tempo a capire cosa ci facesse da me, e ora giaccio ignaro in qualche buco fetido e buio, chissà dove, condannato all’ignoranza e all’oblio.
