Divisi in due parti.
Una, il falconiere, ben piantato sul terreno umido a gambe appena divaricate, labbra sicure, forse una sigaretta che ne pende. Occhi semichiusi per il sole, fronte segnata da stagioni all’aperto, il braccio sinistro ancora sollevato, appesantito dal vecchio guanto di cuoio graffiato e consunto. Sguardo che torna di tanto in tanto alla lontana e mobile macchiolina sopra di lui che è convinto di controllare, contando su reazioni certe, tecniche di disciplina appresa.
L’altra, il falco, liberato dal cappuccio nero, impegnato in un ampio cerchio, una planata così alta che sembra immobile e comprende un’estensione immensa di valli e colline, tagliate da un fiume che spinge lento le sue acque e luccica al sole come una lama serpeggiante. Arruffato da colpi di vento, rimane in traiettoria con minuscoli movimenti dei muscoli delle ali; rilassato, pronto, accogliente, libero, attento alle cose che si muovono, volta le spalle all’uomo sotto di lui e per un momento lo dimentica.
Allora l’uomo si gira per guardare l’uccello cambiare direzione, forse inseguendo un’ombra. Altre volte è il falco a scorgere, oltre la macchia, la sagoma dell’uomo, di spalle, mentre si allaccia una scarpa.
Infine, per un istante, si guardano l’un l’altro. Non c’è allora lì un terzo elemento, la vista, che non è la vista di uno o dell’altro, ma che li avvolge entrambi come la luce in cui sono immersi, il candore indistinto in cui si sono formati, che era molto prima di loro e che sarà ancora a lungo quando verranno dissolti e mescolati alla superficie della terra?
