Se non avessi bruciato l’arrosto non avrei mai aperto la finestra. Il freddo che faceva.
Se non avessi aperto la finestra, il gatto del vicino non sarebbe entrato. Mi domando quale gioco di forze lo abbia portato sino a me.
L’ho aperta. È entrato. Va e viene come vuole da quell’infinito terrazzo di ringhiera. Un gatto tozzo e muscolare, dall’aria arrogante. Nero, con una losanga bianca sul naso. Mai saputo il suo nome. Nemmeno chi è il padrone, ora che ci penso. Un campanellino affondato nel folto del collo a commentare con un trillo sordo ogni suo movimento; deve essere un tormento per il suo orecchio sensibile.
Dalla finestra è saltato sul tavolo del mio studio. Ha fatto un giro su se stesso, arcuandosi mentre strisciava il mento contro le nocche della mia mano. Ha annusato i fogli appena usciti dalla stampante. L’ho fatto saltar giù con uno scappellotto quando ha preso a mordere le fatture, già piegate in tre, pronte per essere imbustate e spedite ai miei clienti.
Sono riuscita a non parlargli. Difficile non parlare a un gatto.
Se non avesse iniziato a mordere i miei documenti, non lo avrei picchiato. Non l’ho picchiato. Giusto un buffetto.
Se non gli avessi dato il buffetto non si sarebbe mosso dallo studio.
Invece si è diretto sicuro verso il salotto e ha cominciato a puntare il divano. Ha provato ad infilarcisi sotto, ma quel divano è davvero troppo basso. Allora ha allungato le zampe cercando di afferrare qualche oggetto invisibile; piccoli movimenti impazienti e rapidi finché davvero qualcosa è spuntato fuori. Una trappola per topi. Non una di quelle in legno, con la molla, che si vedono nei cartoni animati. Qualcosa di più semplice ed efficace, un cartoncino spalmato di colla. Che si può piegare a formare un parallelepipedo; un piccolo tunnel mortalmente appiccicoso, con un dadino di parmigiano al centro. Dimenticato lì sotto da mesi. Da quando tu, quasi per scherzo, l’avevi piazzato, perché quando rimanevo a lavorare fino a tardi mi lamentavo di sentire dei piccoli rumori, e perché i vicini avevano visto una pallina grigia ruzzolare dalle scale, mentre rientravano dal cinema, mezzi ubriachi. Chissà cos’hanno visto davvero.
Se non fosse entrato in salotto non avrebbe scoperto il topino morto.
Morto da parecchio, credo. Mummificato, quasi; con peli grigi, ritti e incollati alle pareti della semplice trappola di carta. Mi sono fermata un momento, con la sensazione che quel piccolo cadavere potesse essere il segnale di qualcosa che non va, un monito da parte di qualche presenza sconosciuta che mi sorveglia. Gli animali, vivi o morti, mi fanno questo effetto. Li immagino sempre diretti verso di me da qualche angelo, da qualche demonio.
Ho bloccato il gatto che intendeva giocarci a oltranza e ho raccolto il raccapricciante topino appiccicato al cartone. L’ho subito isolato in una gigantesca busta nera e portato fuori nel cassonetto.
Non ci fosse stato un topo morto sotto, non avrei mai spostato quel pesantissimo divano per disinfettare per bene ogni recesso.
L’ho spostato. Ci ho messo parecchio, da sola. Alla vista dell’aspirapolvere il gatto è schizzato nel mio studio e via, fuori dalla finestra ancora aperta. Ci ho trovato polvere, neanche tanta. Un gemello di madreperla che non trovavi da settimane, ne sarà contento, ho pensato. Una moneta da venti centesimi. Una ricevuta.
Se non avessi spostato il divano non avrei trovato lo scontrino. Una normalissima, impolverata, sbiadita ricevuta di ristorante.
Un ristorante che conosco bene. La Caverna di Platone. Un marchio bizzarro e pretenzioso, un anello pieno di ombre, silhouettes di persone che bevono. Un’enoteca nella città vecchia, scavata in parte nella roccia. Mi ci hai portato tre volte: San Valentino, il mio compleanno, il nostro anniversario. Non mi è mai piaciuta. È la tua idea di localino romantico. Non hai fantasia, sei soggetto a quella rozza forma di superstizione per cui se vai in un posto e ci passi una bella serata, allora ogni volta che ci torni avrai la stessa esperienza. A pensarci bene, non è normale che io abbia sempre lasciato passare il fatto che tu non ti sia mai accorto che quel posto non mi piace.
Se non ci fosse stato quell’orrendo marchio color mattone stampato su, non l’avrei nemmeno guardato, quello scontrino. (Se non fossi una grafica, non sarei tanto disturbata da un logo fatto male). Non ho mai controllato un tuo movimento, preso in mano il tuo telefono, spiato una tua email. Dobbiamo stare insieme perché mi vuoi, non perché ti controllo, ho sempre pensato.
Se quella non fosse stata la tua idea di posticino romantico, non avrei avuto alcun pensiero sulla ricevuta.
L’ho avuto, un pensiero. L’ho letta. Cena per due persone. Ho anche controllato la data, per scrupolo. Tre ottobre. Né San Valentino, né il mio compleanno, né il nostro anniversario.
Se non fossi entrato in quel preciso istante, l’avrei buttata via comunque e non ci avrei pensato più. Davvero.
Sei entrato. Hai chiuso la porta dietro di te e in un lampo eri di fronte a me, vicinissimo. Tenevo ancora lo scontrino tra pollice e indice. Stavo per buttarlo. Hai preso a guardare anche tu con curiosità quel foglietto impolverato. Mi hai costretto, a chiedertelo.
“Con chi ci sei stato, alla Caverna di Platone?”
Se non te l’avessi chiesto, ti avrei risparmiato la più meschina figura della tua vita.
Te l’ho chiesto. Non hai risposto. Hai deglutito. Sei arrossito come un bambino, immobile in quella giacca così stretta, che ogni volta che la metti sembri un soldato sotto ispezione, ogni volta che la togli ti espandi di due misure.
Ricordo di essermi sentita male. Non per me, per il tradimento. Non per quello. Per l’umiliazione di essere sposata all’unico uomo sulla terra che non riesce a trovare uno straccio di scusa per nascondere una scappatella. Anche i più squallidi e sprovveduti avrebbero detto, riunione col capo, la ricevuta non è mia, non c’era nient’altro di aperto, ho mangiato per due, sarà un errore, mi devono aver dato quella sbagliata, sono stato rapito dagli alieni e quando mi sono svegliato ce l’avevo in tasca.
Tu, niente. Ho sposato un inetto, ho pensato ritirandomi di nuovo nel mio studio. Ho pensato di non valere una scusa. Che fortuna che non abbiamo bambini, ho pensato ancora; e solo allora, per un momento, mi si è stretto il cuore.
Se tu mi avessi risposto, non mi sarei chiusa in studio a pensare.
Ho pensato. Ho pensato alla successione dei fatti di quel pomeriggio. Come è cominciata?
Vediamo. Brucia l’arrosto, mi metto a pulire e apro la finestra. Il gatto entra, trova il topo. Decido di pulire sotto il divano e scopro lo scontrino. Contrariamente alle mie abitudini, lo controllo. Vedo che la cena è per due. Rientri proprio allora. Ti confondi, non rispondi.
Possibile che tutto sia cominciato con l’arrosto?
No. L’arrosto è per forza l’effetto di qualche altra causa. È successo altro, da prima. Ricordo che ero già agitata e pervasa da una sensazione sgradevole. Fin dal mattino, a pensarci. Ricordo che il topo morto è arrivato come una conferma, non come una sorpresa.
Svegliandomi, ho visto dalla finestra dello studio nuvole nere velocissime, vento furioso che scuoteva gli infissi. Mi rende nervosa, il vento. Anche i miei pensieri prendono a mulinare in direzioni indesiderate, con una forza violenta. Sin da bambina rimanevo felice sul terrazzo a guardare i temporali, accogliendo ogni lampo con estatica felicità come se quelle luci accecanti che incendiavano l’interno delle mie palpebre chiuse fossero lì a pulire qualcosa dentro di me. Ma quando soffiavano certi venti furiosi correvo a rifugiarmi nel letto della nonna, la testa sotto al cuscino, cantando qualcosa per coprire il rumore, fino ad addormentarmi.
Se non avessi avuto certi presentimenti, non avrei bruciato l’arrosto.
Vediamo di ricordare. Ho messo l’arrosto in forno e mi sono scordata di avviare il timer. Strano, lo metto sempre. Qualcosa dev’essere successo proprio in quel momento.
Sì, ora ricordo, la canzone.
In qualche momento il notiziario che non stavo ascoltando aveva lasciato posto a una melodia amara e lamentosa in una lingua sconosciuta, forse turco. La stessa che avevo sentito in quel ristorante a Istanbul. Stessa melodia, stessa voce, stessa donna, ne sono sicura: la cantante stremata, con i capelli neri che sfuggivano al fermaglio pendendo inerti a coprirle la faccia; che dopo il pezzo si era subito rifugiata nel tavolo accanto al nostro, sigaretta in bocca, testa tra le mani.
Le ho fatto un segno di applauso, ha risposto con un sorriso così stanco che subito ho distolto lo sguardo pensando che non avrebbe potuto reggerlo per molto. Tu mangiavi noccioline, battevi il tempo con l’unghia contro il bicchiere, ridevi e non ti accorgevi di niente.
Ecco. Ero già pronta a lasciarti. Strano che non me ne sia accorta sino ad oggi.
Ricordo che discendemmo a piedi i vicoli sbreccati e ripidi per ritornare all’albergo, che vidi un cartello che segnava il museo dell’innocenza.
Ne fui scioccata e confusa. Avevo appena letto il libro di Orhan Pamuk dallo stesso titolo. Il museo dell’innocenza. Non pensavo che esistesse un museo, nel mondo fisico, tangibile, fuori da quelle pagine.
Avevamo bevuto parecchio tutti e due. Dovetti insistere perché prendessimo quella stradina in salita, fermandoci davanti alla casa di cui sapevo tutto, che avevo immaginato in dettaglio, ma non credevo esistesse.
“Che c’è dentro sto museo?” Mi hai chiesto, la voce un po’ alterata dall’alcol. Speravo che l’ombra nascondesse i miei occhi lucidi.
“Tanti piccoli oggetti. Brutti e insignificanti. Ditali. Centrini. Bicchieri. Mozziconi di sigaretta. Fiammiferi bruciati”.
Mi hai guardato aspettando una spiegazione.
“Perché li hanno messi insieme? Li ha messi insieme uno che voleva attenuare il dolore di un errore irreparabile”.
Il giorno dopo litigammo perché io volevo tornare al museo dell’innocenza, vederne l’interno, e tu, visitare il palazzo Topkapi. Andammo al Topkapi. Avevamo già il biglietto da giorni. Abbiamo visto manufatti preziosissimi e squisiti. Abbiamo pranzato in una terrazza sul mare. Eri felice. Rilassato, appoggiato alla sedia, le braccia allargate sul muricciolo dietro di te, il sole che faceva rosse rosse le punte dei tuoi capelli. Sei un bell’uomo. Sei nato per viaggiare, per godere del cibo, della gente, della temperatura, dei colori insoliti, dell’aria variamente speziata, della diversità. Delle donne, mi accorgo ora. Io no. Viaggiare mi ha sempre deluso, non ho mai trovato un luogo in cui potessi sfuggire alla compagnia angusta e desolante dei miei pensieri. Hai preso a far roteare il tuo bicchiere di vino come se ne capissi qualcosa e hai detto:
“Davvero avresti rinunciato a questo per vedere un posto che sembra il solaio di tua nonna?”
Ecco. Bravo. L’hai detto. A volte hai la capacità di centrare il bersaglio, bendato, senza sapere di avere un arco in mano. Il vero sapere è non sapere di sapere.
Il solaio di mia nonna. Ogni domenica, quand’ero piccola, si andava a pranzo da lei, in un appartamentino al piano terra così pieno di piante che ci si muoveva a fatica. Io giocavo alla donna selvaggia e scambiavo sanguinosi agguati con Ugo, il gattone bianco, vecchio come la nonna, ma come lei ancora pieno di voglia di giocare. Ancora oggi mi stupisco, quando vedo un gatto o un vecchio che non hanno voglia di giocare.
Quello che è entrato oggi assomiglia a Ugo, a pensarci. Colore a parte.
Ogni volta, prima di pranzo, la nonna andava ad aprire una scatolina intarsiata e mi consegnava una chiave. Vai a prendere una bottiglia di vino buono in solaio, sai quale dico, no? Diceva sempre, con un sorriso per me ma allargato ai miei, il sorriso di chi la sapeva lunga e voleva dire molto di più di quel che diceva.
E in effetti ogni volta io ero terrorizzata e stupita che proprio il compito più difficile venisse affidato a me, il più recente e inesperto germoglio della specie umana. Abbassavo la testa senza dire niente, prendevo la chiave e salivo nel solaio. Un solaio senza sole, dove il vento soffiava tra angusti spazi tra le tegole un suono dalla qualità di respiro. Un labirinto serpeggiante e polveroso e così pieno di oggetti che non si poteva non tornarne tutti grigi di polvere dalla testa ai piedi.
Ogni volta, percorrendolo, era necessario che dicessi qualcosa. Sempre diverso. Spesso insensato.
Ad esempio, potevo dire: Urgaz – alisimagnatefékk – zuàrmag.
Oppure: Le Efelidi contano quattro a tre nel caso in cui Zundlapf sia mancino.
Perché là dentro, nascosto da qualche parte, c’era un diavolo.
No, non Satana. Parlo di un vecchio demonio subalterno, scorbutico e pieno di rancore che sedeva nascosto lì dall’eternità con l’unico incarico di ascoltare quello che avrei detto.
Di tutti i miliardi di miliardi di possibili combinazioni di suoni dell’universo ce n’era una, una sola – che mi avrebbe dannato, all’istante.
Non ho mai osato attraversare il solaio in silenzio. Il diavolo è furbo. E se fosse proprio il silenzio il suono che mi avrebbe dannato? E così dicevo sempre qualcosa, passando.
Le prime volte parlavo semplicemente per vincere la paura di quel diavolo. Poi mi sono resa conto di essermi cacciata in una trappola, di aver innescato una legge terrificante. Quello era uno dei difetti dell’universo, per altri versi così mirabilmente costruito. Una falla nella creazione, piccola, che coinvolgeva proprio me. Se avessi pronunciato quella determinata sequenza di suoni decisa all’inizio dei tempi, sarei stata dannata e trascinata all’inferno in un istante, in un battere di ciglia.
Poteva essere qualsiasi cosa, anche il suono m. Comunque non è il suono m. Ho provato.
Ignoravo se la regola demoniaca della frase riguardasse solo me o se chiunque entrasse in quel solaio era in pericolo. Non c’era modo di saperlo. Sapevo però che piagnucolare e chiedere che ci andasse uno dei miei genitori, a prendere il vino, era patetico, vile e non teneva conto delle inflessibili leggi che governano il cosmo. Così andavo, tremando. Non c’era altro da fare.
Oggi mi sono sentita di nuovo in quella cantina, non al sicuro nel mio appartamento moderno e per nulla polveroso, nel mio corpo adulto, in questi occhi che, a guardarli allo specchio, sembra che sappiano tutto.
Se non avessi bruciato l’arrosto. Se non avessi sentito la canzone. Se non avessi picchiato il gatto. Se uno solo di questi nodi non si fosse verificato, staremmo ancora insieme. Tutto è successo nell’unica maniera che poteva generare un risultato. Impressionante. A che si devono tali brutture? Forse queste velenose combinazioni si devono a un autore.
A Istanbul, su parecchi muri ho trovato una scritta, fatta con una mascherina e una bomboletta spray. L’ho notata perché ce n’erano tante, tutte uguali; e perché non era in turco, ma in latino. L’ho fotografata., più volte. In una foto ci sei tu che ridi e sembri un neonato che si meraviglia.
Quorsum haec tam putida tendunt?
In albergo, ho cercato su Google. È Orazio. Dice: a che si devono tali brutture?
La mattina dopo siamo ripartiti, vacanza finita. Lo stesso giorno a Istanbul sono cominciati gli scontri di piazza. La stessa piazza dove abbiamo mangiato caldarroste, bevuto tè in quegli stretti bicchieri.
Le cose. Le cose brutte. Le cose non sono come sembrano. Come sono, però, non ci è dato sapere. Ci resta l’apparenza.
L’apparenza non inganna, rilascia immagini. Siamo noi che ci vogliamo ingannare, ci incastriamo indecisi sulla sulla loro ambiguità, scegliamo di vederne solo alcune, dimentichiamo di tirare le somme, ci impigriamo o spaventiamo quando si tratta di decifrarle.
A che si devono tali brutture?
Mi raggomitolo sotto le coperte e penso. Come si chiama quel demonio? Forse quel suono misterioso è il suo nome? E se la sua azione non fosse immediata? Se aspettasse la notte, il momento in cui mi assopisco e chiudo gli occhi, per sbucare silenziosamente dalla sua dimensione nascosta e prendere possesso della mia anima?
Ho trent’anni. E se avesse deciso di aspettarne venti? Possibile che io abbia già detto la formula tragica vent’anni fa e solo stanotte, essendosi fatto introdurre da piccoli segnali inquietanti, quel demonio antico sbucherà da sotto il letto e mi reclamerà, lasciandomi a rinsecchire per l’eternità in un angusto cunicolo spalmato di colla giallastra?

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